Aprire la partita IVA come psicologo: codice ATECO, contributi ENPAP e scelta del regime fiscale

Dal modello AA9/12 all’iscrizione alla cassa, gli adempimenti per chi avvia l’attività. E cosa cambia nella gestione quotidiana secondo una psicologa del lavoro che è anche commercialista.

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La professione dello psicologo in Italia è cresciuta moltissimo negli ultimi anni: secondo i dati del Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi, nel 2025 gli iscritti all’albo nazionale sfiorano i 148 mila, con un andamento in crescita costante da venticinque anni. Gli psicologi neoabilitati, soprattutto all’inizio della carriera, avviano spesso un’attività autonoma per la quale è necessario aprire la partita IVA. Qual è il codice ATECO adatto e quali sono gli altri adempimenti obbligatori?

La libera professione, però, non è soltanto una questione fiscale: significa anche organizzare il proprio lavoro con autonomia, costruire un posizionamento professionale e trovare un equilibrio sostenibile fra attività e vita privata.

Aprire partita IVA come psicologo: come fare

Quando un’attività diventa abituale, continuativa e organizzata perde il carattere di prestazione occasionale e determina l’obbligo di apertura della partita IVA.

Per avviare l’attività in forma autonoma è possibile compilare il modello AA9/12 dell’Agenzia delle Entrate e presentarlo direttamente online, negli uffici territoriali o tramite raccomandata. In alternativa, è possibile rivolgersi a un commercialista per l’apertura della pratica.

Per la compilazione del modello occorre disporre di:

  • documento d’identità e codice fiscale del professionista;
  • indirizzo dello studio o domicilio fiscale;
  • codice ATECO prescelto;
  • PEC, obbligatoria per tutti i professionisti con partita IVA;
  • numero di iscrizione all’Albo degli psicologi e provincia dell’Ordine di riferimento.

Aprire una partita IVA non significa però soltanto affrontare una serie di adempimenti burocratici. Per chi è all’inizio della carriera significa anche imparare a gestire un’attività professionale autonoma.

Come spiega a Partitaiva.it Emanuela Barreri, psicologa del lavoro e commercialista, “anche una piccola attività professionale ha bisogno di capire quanto costa lavorare e quale compenso è necessario chiedere perché il lavoro sia sostenibile nel tempo”.

Per esercitare la professione in Italia è necessario aver conseguito una laurea magistrale in Psicologia, aver concluso il tirocinio post-laurea e aver superato l’esame di abilitazione. A quel punto è possibile iscriversi all’Albo nazionale degli psicologi.

Una scelta fondamentale quando si apre la partita IVA è il codice ATECO. Per uno psicologo il codice era in precedenza il 86.90.30, “Attività degli psicologi”. Con la classificazione ATECO 2025, operativa dal 1° aprile 2025, il gruppo 86.9 dedicato alle altre attività per la salute umana è stato ristrutturato in otto classi, e la voce di riferimento è ora la 86.93, “Attività di psicologi e psicoterapeuti, esclusi i medici“.

Vi rientrano i servizi di salute mentale, la consulenza psicologica e la diagnosi forniti da psicologi, oltre alle attività di psicoterapia e psicanalisi.

Il coefficiente di redditività applicabile nel regime forfettario è del 78%: la divisione 86 rientra infatti nel gruppo delle attività professionali, scientifiche, tecniche, sanitarie, di istruzione e dei servizi finanziari e assicurativi, come previsto dall’allegato alla legge 190 del 2014.

Il regime fiscale migliore per gli psicologi

Il regime forfettario è spesso la scelta naturale per chi inizia. Il reddito imponibile si calcola applicando il coefficiente di redditività ai compensi percepiti: su 30.000 euro incassati, il reddito è di 23.400 euro.

L’imposta sostitutiva è del 15%, ridotta al 5% per i primi cinque anni di attività. L’aliquota ridotta non spetta però a chiunque apra una partita IVA: richiede di non aver esercitato, nei tre anni precedenti, attività artistica, professionale o d’impresa, anche in forma associata o familiare, e che l’attività non costituisca mera prosecuzione di altra svolta in precedenza come lavoratore dipendente o autonomo.

I requisiti di accesso

Per applicare il regime forfettario occorre, nell’anno precedente:

  • non aver conseguito ricavi o compensi superiori a 85.000 euro;
  • non aver sostenuto spese per lavoro dipendente e per collaboratori superiori a 20.000 euro lordi;
  • non aver percepito redditi di lavoro dipendente e assimilati superiori a 35.000 euro. Il limite strutturale previsto dalla legge è di 30.000 euro, elevato in via temporanea a 35.000 per il 2025 e il 2026; il disegno di legge di bilancio 2027 proroga l’innalzamento anche per l’anno prossimo.

Va segnalato che il limite di 20.000 euro riguarda le spese per personale e collaboratori, non il valore dei beni strumentali: quel requisito, presente nella disciplina originaria, è stato abrogato dalla legge di bilancio 2019 e non è più in vigore.

Il regime forfettario elimina inoltre numerosi adempimenti, a partire dalla liquidazione dell’IVA e dalle scritture contabili.

Perché la semplicità non deve diventare disattenzione

La semplicità del forfettario, tuttavia, non dovrebbe portare il professionista a trascurare i costi effettivi dell’attività. Affitto dello studio, formazione, supervisione, assicurazione, strumenti digitali, pubblicità e spostamenti incidono sulla sostenibilità economica della professione, anche quando non sono deducibili.

“Il forfettario può semplificare il fisco, ma non dovrebbe semplificare troppo il nostro modo di guardare ai numeri – sottolinea Barreri –. Non basta sapere quanto abbiamo fatturato: dobbiamo sapere quanto ci è rimasto dopo aver sostenuto i costi necessari per lavorare”.

In alternativa è possibile aderire al regime ordinario, che prevede maggiori adempimenti e un calcolo progressivo delle imposte. Può risultare conveniente quando il professionista sostiene costi elevati e deducibili o prevede di assumere collaboratori.

I contributi ENPAP

L’ENPAP, Ente nazionale di previdenza e assistenza per gli psicologi, è la cassa previdenziale obbligatoria per gli iscritti all’Albo che esercitano la libera professione. L’iscrizione è obbligatoria e non automatica: va effettuata dal professionista dopo l’avvio dell’attività.

Il sistema si articola su tre contributi:

  • il contributo soggettivo è pari ad almeno il 10% del reddito professionale netto di lavoro autonomo prodotto nell’anno. La percentuale può essere aumentata volontariamente dall’iscritto, con incrementi di due punti fino all’aliquota massima del 30%, esercitando l’opzione ogni anno contestualmente alla comunicazione reddituale e con validità per il solo anno di riferimento;
  • è in ogni caso dovuto un contributo minimo di 856 euro. Il regolamento prevede però che, su richiesta documentata, l’importo minimo sia ridotto del 50% per gli iscritti che svolgono l’attività con rapporto di lavoro part-time e, su istanza, per gli ultracinquantasettenni titolari di pensione erogata da altro ente di previdenza obbligatoria. Il reddito sottoposto a contribuzione non può superare il massimale previsto dall’articolo 2, comma 18 della legge 335 del 1995, rivalutato annualmente;
  • il contributo integrativo è una maggiorazione del 2% da applicare su tutti i corrispettivi lordi che concorrono a formare il reddito imponibile dell’attività. Non è un costo del professionista: va evidenziato sul documento fiscale, riscosso direttamente dall’iscritto insieme al corrispettivo ed è ripetibile nei confronti del cliente. L’iscritto deve però versarlo all’ente indipendentemente dall’effettivo pagamento da parte del debitore.

Il contributo integrativo non è soggetto a ritenuta d’acconto, non concorre alla formazione del reddito imponibile ed è soggetto a IVA. Il minimo annuo è di 66 euro.

Il contributo di maternità è dovuto da tutti gli iscritti in misura fissa. Il contributo finanzia l’indennità di maternità, che secondo il regolamento dell’ente non può essere inferiore al 9,50% del trattamento minimo pensionistico stabilito annualmente dall’INPS, né superiore a cinque volte quell’importo.

Fatturazione e altri adempimenti

A differenza di altre attività, le prestazioni sanitarie come quella dello psicologo sono esenti da IVA ai sensi dell’articolo 10, primo comma, numero 18 del DPR 633 del 1972, che riguarda le prestazioni sanitarie di diagnosi, cura e riabilitazione della persona rese nell’esercizio delle professioni e arti sanitarie soggette a vigilanza. Restano quindi escluse dall’esenzione, fra le altre:

  • l’attività di formazione rivolta ad aziende o professionisti;
  • la consulenza organizzativa e la selezione del personale;
  • la supervisione professionale, se fatturata come formazione e non come supervisione clinica;
  • pubblicazioni, collaborazioni editoriali e conferenze divulgative.

È una distinzione che incide sulla fatturazione quotidiana, perché molti psicologi affiancano alla clinica attività formative o organizzative.

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I costi di apertura e di gestione

L’apertura della partita IVA è gratuita se effettuata in autonomia, mentre comporta una parcella in caso di assistenza da parte di un commercialista: gli importi indicativi vanno dai 100 ai 200 euro, in base ai servizi offerti.

Una volta aperta la posizione, occorre considerare i costi ricorrenti: l’attivazione di un indirizzo PEC, fra i 5 e i 25 euro l’anno a seconda del provider, ed eventuali software di fatturazione o gestionali, indicativamente fra i 50 e i 150 euro l’anno.

Se l’attività si svolge in forma associata o in uno studio, vanno messi in conto affitto, arredamento, eventuali collaboratori, utenze e altre spese.

Vantaggi e svantaggi della libera professione

La partita IVA offre allo psicologo maggiore autonomia nella gestione dell’attività, ma la flessibilità può trasformarsi nel rischio di lavorare senza limiti precisi. Il professionista deve organizzare non soltanto gli appuntamenti con i pazienti, ma anche formazione, attività amministrativa, pause e tempo personale.

“Se in agenda mettiamo soltanto il lavoro, inevitabilmente il lavoro occuperà tutto lo spazio disponibile”, osserva Barreri. Per questo è importante stabilire confini chiari: orari nei quali rispondere, momenti nei quali non essere disponibili, un numero sostenibile di colloqui nella giornata e pause effettive.

La psicologa del lavoro e commercialista Emanuela Barreri

Per uno psicologo esiste inoltre una difficoltà ulteriore: “Nelle professioni di aiuto il confine non è soltanto temporale, è anche emotivo”. Imparare a separare il lavoro dalla vita personale diventa parte integrante della sostenibilità della professione. “Prendersi cura del proprio tempo significa prendersi cura di sé, ma anche della qualità della propria prestazione professionale”, sottolinea.

Come distinguersi in un mercato affollato

Con quasi 148 mila professionisti iscritti all’Albo, costruire un’identità professionale riconoscibile diventa un aspetto importante soprattutto per chi si affaccia per la prima volta alla libera professione.

Distinguersi, tuttavia, non significa necessariamente puntare su una comunicazione aggressivamente commerciale. “Lo psicologo non deve diventare un prodotto da mettere sul mercato, ma deve imparare a comunicare il proprio valore”, spiega Barreri.

Secondo la professionista, una specializzazione riconoscibile, una formazione coerente, il lavoro in rete con altri professionisti e una comunicazione autentica possono aiutare a costruire un posizionamento senza snaturare la professione.

Anche la sostenibilità economica, in quest’ottica, non è in contrasto con il valore etico dell’attività. “Una professione economicamente sostenibile permette di continuare a formarsi, dedicare il giusto tempo alle persone e lavorare meglio”, osserva.

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Psicologo e nuove tecnologie

Le nuove modalità di lavoro stanno ampliando gli ambiti nei quali lo psicologo può esercitare. La consulenza online riduce le distanze e permette di raggiungere persone che potrebbero avere maggiori difficoltà ad accedere al servizio, oltre a offrire maggiore flessibilità organizzativa.

La trasformazione digitale non riguarda però soltanto la possibilità di lavorare a distanza. Un ruolo crescente è quello dell’intelligenza artificiale, che secondo Barreri può rappresentare sia una forma di concorrenza sia uno strumento di supporto. “Il punto non è difendersi dalla tecnologia, ma imparare a utilizzarla senza rinunciare alla propria competenza professionale”.

L’utilizzo di questi strumenti richiede nuove competenze digitali, ma anche capacità umane che la tecnologia fatica a sostituire: ascolto, comprensione del contesto, empatia, pensiero critico e capacità di costruire una relazione. “La vera sfida sarà proprio questa: utilizzare strumenti sempre più potenti senza diventare noi stessi più automatici”, conclude.

Psicologia e impresa: cosa possono imparare l’una dall’altra

La libera professione richiede allo psicologo di sviluppare competenze che vanno oltre quelle cliniche. Pianificazione, gestione del tempo, controllo dei costi e verifica dei risultati contribuiscono a rendere sostenibile l’attività nel lungo periodo. “Anche un professionista è una piccola organizzazione e, se non è sostenibile, prima o poi farà fatica a svolgere bene la propria funzione”, spiega Barreri.

Lo scambio può funzionare anche nella direzione opposta. Secondo la psicologa del lavoro, le imprese possono imparare dalla psicologia a non perdere di vista le persone che stanno dietro ruoli, organigrammi, budget e indicatori economici. Nelle organizzazioni emozioni come paura, fiducia, senso di appartenenza, riconoscimento e conflitti influenzano quotidianamente decisioni e risultati.

La sintesi, secondo Barreri, è semplice: “La psicologia può imparare dall’impresa a rendere sostenibile il proprio lavoro; l’impresa può imparare dalla psicologia a non perdere di vista le persone per cui e con cui quel lavoro viene fatto”.

Domande frequenti

Qual è il codice ATECO per lo psicologo?

Il codice 86.93, “Attività di psicologi e psicoterapeuti, esclusi i medici”, introdotto dalla classificazione ATECO 2025 in sostituzione del precedente 86.90.30.

Qual è il coefficiente di redditività?

Il 78%, corrispondente al gruppo delle attività professionali, scientifiche, tecniche e sanitarie.

Quali sono i requisiti per il regime forfettario?

Ricavi o compensi non superiori a 85.000 euro, spese per personale e collaboratori non superiori a 20.000 euro lordi e redditi da lavoro dipendente non superiori a 35.000 euro nell’anno precedente.

Esiste ancora il limite dei beni strumentali?

No. Il requisito è stato abrogato dalla legge di Bilancio 2019.

L’imposta sostitutiva è sempre al 5% per i primi cinque anni?

No. L’aliquota ridotta richiede di non aver esercitato attività professionale o d’impresa nei tre anni precedenti e che l’attività non sia mera prosecuzione di altra svolta come dipendente o autonomo.

Quanto si versa all’ENPAP?

Almeno il 10% del reddito professionale netto, con un minimo di 856 euro, più il contributo integrativo del 2% sui corrispettivi lordi, con un minimo di 66 euro, e il contributo di maternità.

Il contributo integrativo è a carico dello psicologo?

No. È una maggiorazione da evidenziare sul documento fiscale e ripetibile nei confronti del cliente, ma va versata all’ente anche se il cliente non paga.

Si può ridurre il contributo minimo?

Sì, del 50% su richiesta documentata, in caso di rapporto di lavoro part-time e, su istanza, per gli ultracinquantasettenni titolari di pensione erogata da altro ente previdenziale obbligatorio.

Le prestazioni dello psicologo sono esenti da IVA?

Le prestazioni sanitarie sì, ai sensi dell’articolo 10 del DPR 633 del 1972. Non lo sono formazione aziendale, consulenza organizzativa, selezione del personale e attività editoriali o divulgative.

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Laura Pellegrini

Giornalista e content editor

Dopo la Laurea in Comunicazione e Società, ho iniziato la carriera da freelance collaborando con diverse realtà editoriali. Ho scritto alcuni e-book sui bonus e ad oggi mi occupo della redazione di articoli di economia, risparmio e lavoro.

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