Le aziende italiane cercano personale e non lo trovano. Non è una novità, ma quello che sta cambiando è chi manca davvero: non solo operai e artigiani, come si tende spesso a pensare, ma sempre più spesso ingegneri, sviluppatori, farmacisti, tecnici specializzati. Per chi valuta di aprire una partita IVA, questa carenza cronica è anche un segnale di mercato importante: dove le aziende non trovano dipendenti, spesso si aprono spazi per chi lavora in proprio, come consulente o come artigiano autonomo.
La classifica dei profili specialistici più difficili da trovare
Secondo i dati elaborati da Indeed Hiring Lab , tra le professioni per cui le aziende italiane incontrano le maggiori difficoltà nel ricevere candidature, misurate sul calo di candidature giornaliere rispetto alla media degli annunci:
| Posizione | Professione | Candidature in meno rispetto alla media |
|---|---|---|
| 1 | Reliability engineer | -95% |
| 2 | Ingegneri industriali ed elettronici | -76% |
| 3 | Sviluppatori di software | -72% |
| 4 | Farmacisti | -71% |
| 5 | Ingegneri meccanici | -70% |
| 6 | Esperti in information design e ricerca | -68% |
| 7 | Tecnici sanitari | -67% |
| 8 | Ingegneri civili | -60% |
| 9 | Specialisti in matematica e statistica | -58% |
| 10 | Professionisti di bellezza, benessere, medicina e chirurgia | -57% |
A finire sotto pressione sono soprattutto ingegneria, tecnologia e sanità. Alla base ci sono due fattori che si sovrappongono: la trasformazione tecnologica, con l’intelligenza artificiale e l’automazione che cambiano più in fretta di quanto il sistema formativo riesca a creare nuovi professionisti, e l’invecchiamento della popolazione, con sempre meno giovani pronti a entrare nel mondo del lavoro.
La classifica dei mestieri tecnici più difficili da trovare
L’edizione 2026 dell’Osservatorio tematico del Centro nazionale orientamento di ELIS, realizzato con Skuola.net su un network di oltre 130 soggetti tra grandi gruppi, PMI, università e centri di ricerca, fotografa un mercato parallelo, quello dei mestieri tecnico-pratici, dove attualmente 3 offerte di lavoro su 4 si rivolgono a persone formate in ambiti tecnici:
- operaio edile (carpentieri, escavatoristi);
- manutentore industriale;
- impiantista elettrico/elettricista;
- saldatore;
- meccanico specializzato;
- idraulico;
- tecnico di automazione;
- programmatore CNC;
- tecnico di laboratorio controllo qualità;
- autista di mezzi pubblici.
I settori più in sofferenza sono trasporti, costruzioni, meccanica, elettronica, meccatronica, information technology, retail e telecomunicazioni.
Quali di queste figure possono lavorare con partita IVA
Non tutte le professioni “introvabili” si prestano allo stesso modo al lavoro autonomo. Ecco come si inquadrano quelle più compatibili con l’apertura di una partita IVA.
Elettricisti e idraulici: artigiani con coefficiente all’86%
Sono le due figure più immediatamente trasferibili al lavoro autonomo, perché il mercato le richiede già in questa forma. Chi possiede i requisiti tecnico-professionali (qualifica, diploma o esperienza pregressa nel settore) può aprire la partita IVA come artigiano:
- se elettricista codici ATECO 43.21.01, 43.21.02, 43.21.03, a seconda che si tratti di impianti di illuminazione, cablaggi per telecomunicazioni o impianti stradali/aeroportuali;
- se idraulico con codici ATECO 43.22.01 (impianti idraulico-sanitari e di riscaldamento) fino a 43.22.05 (impianti di irrigazione), a seconda della specializzazione.
In entrambi i casi il coefficiente di redditività in regime forfettario è dell’86%, tra i più alti previsti dalla normativa, e la previdenza fa capo alla Gestione artigiani INPS, con un contributo fisso annuo (circa 4.500-4.600 euro nel 2026) dovuto anche a fatturato zero, riducibile del 35% per chi rientra nei requisiti del forfettario. Serve inoltre l’iscrizione all’albo delle imprese artigiane in Camera di commercio e, per gli interventi su impianti a gas, un’abilitazione specifica.
Saldatori e programmatori CNC: più spesso contoterzisti che partite IVA pure
Per queste due figure il lavoro autonomo esiste, ma è meno standardizzato: il codice ATECO e il coefficiente di redditività dipendono dalla lavorazione specifica svolta e non c’è un inquadramento unico da manuale come per elettricisti e idraulici. Il limite pratico è che molte lavorazioni richiedono macchinari costosi o l’accesso a stabilimenti di terzi, il che rende più frequente il lavoro come contoterzisti per aziende committenti piuttosto che l’attività interamente indipendente. Chi valuta questa strada dovrebbe far verificare il codice corretto a un commercialista prima di aprire la partita IVA.
Sviluppatori software e consulenti IT: coefficiente al 67%, ma l’inquadramento non è uguale per tutti
È una delle transizioni più naturali verso la partita IVA, perché il lavoro da remoto e su commessa è già la normalità per gran parte del settore. Il codice ATECO più usato è il 62.01.00/62.10.00 (produzione di software) o il 62.20.10 (consulenza informatica), con un coefficiente di redditività del 67%: il più favorevole tra quelli citati in questo pezzo.
L’inquadramento previdenziale, però, dipende da come l’attività viene svolta in concreto. Chi fa consulenza informatica in senso stretto è generalmente considerato libero professionista e si iscrive alla Gestione Separata INPS (aliquota 26,07% nel 2026), senza obbligo di iscrizione in Camera di commercio. Chi invece sviluppa e produce software in prima persona viene spesso inquadrato come artigiano, con iscrizione obbligatoria in Camera di commercio e versamento alla Gestione artigiani INPS, lo stesso schema previdenziale di elettricisti e idraulici, sia pure con un coefficiente più basso. La scelta corretta va valutata caso per caso con un commercialista.
Ingegneri: libera professione classica, tra Inarcassa e consulenza
Ingegneri industriali, meccanici e civili compaiono ai primi posti della classifica Indeed non come figure di nuova generazione ma come professione tradizionale in crisi di offerta. Chi è iscritto all’albo e apre partita IVA come libero professionista versa i contributi a Inarcassa: aliquota del contributo soggettivo al 14,5% sul reddito professionale netto, con un minimo 2026 di circa 2.800 euro indipendentemente dal reddito, più il contributo integrativo del 4% (minimo 850 euro) addebitato in fattura al cliente.
Per un ingegnere la strada della libera professione classica (progettazione, direzione lavori, consulenza tecnica) si affianca sempre più spesso a quella della consulenza a partita IVA per aziende, in ambiti come l’automazione industriale o la transizione energetica, dove la domanda segnalata da entrambe le classifiche è particolarmente forte.
Tecnici di automazione: il profilo ibrido più ricercato
Il settimo posto della classifica ELIS, il tecnico di automazione, è forse il profilo con il potenziale di crescita più interessante per chi lavora in proprio: si tratta di figure ibride tra informatica, elettronica e meccanica, necessarie per governare robot e linee automatizzate nell’Industria 4.0. Non esiste un codice ATECO unico per questa figura: a seconda che l’attività prevalente sia progettazione (più vicina alla consulenza tecnica, coefficiente 78%), installazione di impianti (più vicina all’artigianato, coefficiente 86%) o sviluppo software per l’automazione (coefficiente 67%), cambia l’inquadramento fiscale e previdenziale.
Farmacisti e tecnici sanitari: più raramente autonomi
Sono le due figure della classifica Indeed meno compatibili con il modello puro della partita IVA. Il farmacista lavora tipicamente come dipendente di farmacia o, se titolare, con un impianto normativo specifico (concessione, requisiti di accesso alla titolarità) che esula dalla libera professione in senso stretto. I tecnici sanitari, a seconda della specializzazione, possono avere margini di attività libero-professionale (ad esempio in convenzione o a prestazione), ma restano più spesso inquadrati come dipendenti di strutture sanitarie pubbliche o private.











Ivana Zimbone
Direttrice responsabile