Stretto Hormuz, senza accordo si rischia recessione globale: quanto tempo resta all’Italia prima dello shock economico

Il fattore tempo diventa sempre più importante: perché lo stallo di Hormuz può portare allo shock energetico ed alimentare

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Mappa geopolitica Stretto di Hormuz blocco navale 2026

Mentre USA e Iran portano avanti un teso braccio di ferro diplomatico, analisti e istituzioni internazionali lanciano l’allarme: con lo Stretto di Hormuz chiuso, il mondo sta andando incontro a una recessione globale tale da minacciare anche la tenuta dell’economia italiana. Quello che ci si aspetta, infatti, è un’impennata dei costi energetici capace di innescare una spirale inflattiva senza precedenti. Ad aumentare, quindi, non saranno solo i costi del carrello della spesa.

Crisi Hormuz, perché si rischia una recessione globale

Secondo le stime di Bloomberg, se lo Stretto di Hormuz dovesse rimanere chiuso fino al mese di agosto, il sistema economico globale rischierebbe una crisi della stessa gravità di quella subita nel 2008. A confermare la gravità della situazione anche il presidente dell’Eurogruppo.Se Hormuz non dovesse riaprire presto, giugno sarà peggiore di maggio e luglio peggiore di giugno”, ha dichiarato infatti Kyriakos Pierrakakis da Nicosia.

Come emerso dalle previsioni della Commissione UE, l’economia europea sta attraversando una fase complessa, poiché caratterizzata da una forte stagflazione, ovvero una crescita economica debole e un’inflazione elevata. E tutto questo esercita una pressione doppia sul sistema produttivo.

Da un lato, cioè, il rallentamento generale dell’economia genera incertezza, spingendo il mercato e i clienti a ridurre gli ordini o a rimandare le spese e provocando una discesa fisiologica dei fatturati delle imprese. Dall’altro lato, i costi di gestione – a partire dalle bollette energetiche fino ai prezzi dei materiali – continuano a salire a causa della spinta inflazionistica. Il risultato è che le attività commerciali si ritrovano a incassare meno, ma a spendere di più per mantenere la stessa operatività.

La reazione dei mercati

D’altronde, l’impatto della crisi si riflette già sui costi delle materie prime. Il brent, punto di riferimento internazionale, ha superato la soglia dei 104 dollari al barile (con un incremento dell’1,99%), mentre il Wti statunitense si attesta sui 97,77 dollari (+1,47%).

Al contrario, il mercato del gas naturale sta attraversando una fase di relativa stabilità. Ad Amsterdam il prezzo è sceso a 48 euro al megawattora, segnando una flessione del 2,85%, mentre il valore nazionale si è attestato a 49,28 euro/MWh, mostrando un lieve calo rispetto ai 49,73 euro della rilevazione precedente. Tuttavia, nonostante la parziale distensione sui prezzi del gas, le prospettive a lungo termine rimangono incerte.

Il braccio di ferro Trump-Iran

Sul piano geopolitico, il presidente USA Donald Trump si dice ottimista e assicura che “la guerra finirà presto”, rivendicando l’efficacia del blocco navale. La realtà dei negoziati appare però molto più complessa.

Il primo punto di attrito riguarda la gestione delle risorse nucleari. Mentre Teheran sta elaborando una risposta ufficiale alle proposte degli Stati Uniti, si scontra con il fermo divieto di Washington circa il possesso di uranio altamente arricchito. La posizione della presidenza USA è netta: il controllo del materiale deve passare sotto la giurisdizione americana per garantirne l’eventuale distruzione, escludendo che rimanga in territorio iraniano.

Il secondo nodo critico riguarda la gestione dello Stretto di Hormuz. L’Iran, con il possibile supporto dell’Oman, ha ipotizzato la creazione di una nuova autorità nazionale incaricata di gestire il transito marittimo attraverso un sistema di permessi e pedaggi obbligatori. Questa iniziativa è stata respinta con fermezza dal segretario di Stato, Marco Rubio, e dallo stesso Trump, il quale ha ribadito la natura di via d’acqua internazionale dello stretto, sottolineando la necessità che rimanga libero e privo di tassazioni.

I tentativi di mediazione

In questo contesto di stallo, si muovono altri attori internazionali nel tentativo di trovare una via d’uscita diplomatica. Cina e Pakistan stanno portando avanti una proposta di mediazione strutturata in cinque punti, così da creare un terreno comune che permetta di sbloccare i negoziati e allentare la tensione nello stretto.

Il rischio di uno shock alimentare

L’Unione europea e la FAO hanno evidenziato come la fragilità delle rotte commerciali e delle reti logistiche possa di fatto spostare il baricentro della crisi dal settore energetico a quello alimentare. La preoccupazione principale riguarda l’innesco di un possibile effetto domino nel settore primario. Perché l’aumento dei costi di produzione agricola, unito alle crescenti difficoltà nelle reti di distribuzione, rischierebbe di far aumentare i prezzi dei prodotti alimentari su scala globale.

Tale dinamica, ovviamente, avrebbe ripercussioni dirette sui bilanci domestici, colpendo la capacità di spesa e le abitudini di consumo delle famiglie, specie le più fragili.

Le conseguenze per l’Italia

Per i professionisti e i decisori aziendali in Italia, un ulteriore aumento del petrolio inciderà direttamente sui costi di trasporto e sui derivati industriali. Nonostante la tregua temporanea registrata sul prezzo del gas, l’estrema volatilità del mercato energetico continua a generare incertezza per la pianificazione aziendale.

Inoltre, l’aumento dei prezzi del carburante ha già inasprito il malcontento nel settore della logistica, alimentando le proteste degli autotrasportatori. Le associazioni di categoria sottolineano come l’erosione dei margini stia mettendo a rischio la sostenibilità di molte realtà distributive. Se la crisi dovesse perdurare, non basteranno gli interventi annunciati con il decreto carburanti quater per mitigare l’impatto dei rincari.

Per le imprese italiane, i prossimi mesi fino ad agosto saranno un terreno minato in cui la gestione della liquidità e la diversificazione dei fornitori diventeranno i veri elementi di resilienza aziendale. Soprattutto perché, l’inflazione globale alimentata dal conflitto (che negli USA ha già spinto i tassi dei mutui trentennali al 6,51%, il massimo da agosto) costringerà le banche centrali a mantenere i tassi di interesse elevati più a lungo, rendendo l’accesso al credito per le PMI più oneroso.

La posizione del governo italiano

Per l’Italia il dossier Hormuz è quindi prioritario. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, partecipando alla ministeriale NATO a Helsingborg, ha escluso un intervento diretto dell’Alleanza Atlantica per garantire la libertà di navigazione, complice la contrarietà della Turchia. Tuttavia, l’Italia si è comunque detta pronta a fare la propria parte. La Marina militare sta pianificando il potenziale invio di 4 navi nello Stretto di Hormuz per attività di sminamento e scorta commerciale, non appena si consoliderà un cessate il fuoco stabile, muovendosi sotto l’egida dell’ONU o dell’Unione Europea.

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