Flat tax per neo residenti, l’Italia è il nuovo paradiso fiscale per ricchi? Come funziona e a chi conviene

La flat tax per i neo residenti attrae imprenditori globali e grandi patrimoni. Ma è davvero una scelta conveniente trasferirsi in Italia?

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Italia paradiso fiscale per ricchi

Negli ultimi mesi, sempre più imprenditori europei, manager finanziari e individui ad alto patrimonio stanno guardando all’Italia non solo come destinazione di vita, ma come scelta fiscale strategica. Il nostro Paese potrebbe davvero diventare un paradiso fiscale per ricchi? Il fenomeno non è nuovo, ma sta accelerando e i dati lo confermano: secondo l’Henley Private Wealth Migration Report 2025, circa 3.600 milionari potrebbero trasferire la propria residenza in Italia nel corso dell’anno, posizionando il nostro Paese al terzo posto al mondo dopo Emirati Arabi e Stati Uniti, davanti alla Svizzera.

Alla base c’è un regime introdotto nel 2017 che nel tempo si è trasformato in uno degli strumenti più competitivi in Europa: la cosiddetta flat tax per i neo residenti. Ma è davvero così conveniente trasferirsi in Italia?

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Come funziona la flat tax per i neo residenti

La cosiddetta flat tax per i neo-residenti è disciplinata dall’articolo 24-bis del TUIR. Il meccanismo è relativamente semplice: chi trasferisce la residenza fiscale in Italia dopo essere stato all’estero per almeno nove degli ultimi dieci anni può optare per un’imposta sostitutiva sui redditi prodotti fuori dal territorio italiano. Dal 2026, questa imposta è fissata a 300.000 euro l’anno.

Il punto centrale è che l’importo non varia in base al reddito: ciò significa che un contribuente con un milione di euro di redditi esteri paga la stessa cifra di chi ne produce dieci o venti milioni. In un sistema fiscale come quello italiano, dove le aliquote IRPEF possono superare il 40%, questo elemento introduce una discontinuità evidente rispetto al modello tradizionale.

“Non si tratta di una moda mediatica, ma di uno spostamento strutturale di capitali e di persone”, spiega a Partitaiva.it Salvatore Scannapieco, consulente di fiscalità internazionale.

Salvatore Scannapieco

Caratteristiche e limiti

Il regime però non riguarda tutti i redditi, ma solo quelli prodotti all’estero. I redditi prodotti in Italia continuano a essere tassati secondo le regole ordinarie. La durata massima è di 15 anni e, su richiesta, può essere esteso anche ai familiari, rafforzando ulteriormente la sua attrattività per nuclei con patrimoni rilevanti.

Con l’imposta fissa a 300.000 euro, il regime ha senso solo per chi produce all’estero almeno un milione e mezzo di reddito annuo. Una nicchia ben definita, spiega Scannapieco, composta principalmente da “manager di fondi d’investimento, partner di società di private equity, dirigenti apicali con compensi in azioni e stock option, famiglie con strutture patrimoniali internazionali”.

Fenomeno reale o narrazione mediatica?

Secondo Raffaele Palmieri, commercialista e revisore legale, l’interesse per l’Italia è concreto e crescente, ma il fenomeno resta selettivo. I dati confermano una crescita reale. Non siamo di fronte a numeri comparabili con piazze storicamente consolidate come Svizzera, Regno Unito o Emirati Arabi, ma certamente a un trend in crescita“, fa sapere.

Tra il 2020 e il 2023, secondo elaborazioni riportate dalla stampa specializzata, il regime ex art. 24-bis avrebbe già generato oltre 315 milioni di euro di gettito.

Raffaele Palmieri
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Flat tax per neo residenti in Italia: a chi conviene?

La platea dei potenziali beneficiari è più eterogenea di quanto si possa immaginare. Palmieri include “imprenditori che hanno realizzato importanti operazioni di cessione aziendale, investitori finanziari con patrimoni internazionali e family office”, ma anche “top manager, professionisti della finanza, sportivi, imprenditori digitali e soggetti con interessi distribuiti su più giurisdizioni”.

Scannapieco introduce però una precisazione tecnica rilevante: gli imprenditori puri sono una quota minoritaria e tendono a usare questo regime “in finestre tattiche, tipicamente quando stanno per vendere un’azienda”. C’è poi un dettaglio su cui si rovinano molte pianificazioni costruite in fretta: se le partecipazioni significative vengono cedute nei primi cinque anni dal trasferimento, la plusvalenza resta fuori dal regime agevolato.

Va chiarito anche un equivoco frequente: questo regime non c’entra con quello degli “impatriati”, pensato per il rientro di manager e lavoratori qualificati. Sono due strumenti diversi, con regole e platee distinte.

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Italia, la flat tax è solo la porta d’ingresso

La flat tax viene spesso presentata come il principale motore del fenomeno. Nella realtà, la situazione è più articolata. “La flat tax è la porta d’ingresso, non il motivo per cui si resta”, specifica Scannapieco. Esistono infatti tre elementi che pesano molto nelle decisioni di trasferimento di grandi patrimoni:

  1. la successione, durante il periodo di validità dell’opzione i beni detenuti all’estero sono esclusi dall’imposta italiana di successione e donazione;
  2. la semplificazione degli obblighi dichiarativi, cioè vengono meno i requisiti di comunicare all’Agenzia delle Entrate conti, immobili e partecipazioni detenuti all’estero;
  3. la certezza temporale, quei 15 anni di orizzonte fiscale stabile, in netto contrasto con il nuovo regime britannico da 4 anni.

Palmieri conferma questa lettura: “Il driver fiscale è importante, ma inserito in una valutazione molto più ampia”. Nella pratica, chi trasferisce patrimoni rilevanti considera anche stabilità normativa, qualità dei servizi, sicurezza, sistema scolastico internazionale, collegamenti logistici e mercato immobiliare.

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Non solo redditi: il ruolo della successione e degli immobili

Un aspetto spesso sottovalutato riguarda il trattamento del patrimonio nel lungo periodo. Per molti grandi contribuenti, la convenienza di un trasferimento non si misura solo sul reddito annuale, ma sulla gestione e trasmissione della ricchezza. Per i grandi patrimoni, la variabile che spesso decide dove vivere è l’imposta di successione, non quella sui redditi correnti”, sottolinea Scannapieco.

I numeri rendono bene l’idea. Nel Regno Unito chi è residente da oltre dieci anni paga il 40% sui beni mondiali ereditati dai figli. In Francia si arriva al 45% sulle successioni in linea diretta. In Spagna fino al 34%, in Germania fino al 30%. In Italia, anche fuori dal regime neo-residenti, sulla stessa successione si paga il 4% oltre la franchigia di un milione di euro per ciascun figlio o coniuge. Su un patrimonio da duecento milioni, la differenza si misura in decine di milioni di euro.

Anche Palmieri sottolinea come “la fiscalità immobiliare e successoria abbiano un peso spesso pari, se non superiore, alla tassazione del reddito”. L’Italia non prevede una vera imposta patrimoniale sugli immobili, e la tassazione sulla prima casa è sostanzialmente assente al di fuori di specifiche imposte locali. Le plusvalenze immobiliari realizzate dopo cinque anni non sono in linea generale tassate. Queste caratteristiche, nel confronto internazionale, risultano competitive.

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L’Italia è davvero un paradiso fiscale?

Alla luce di tutte queste agevolazioni, possiamo considerare l’Italia un paradiso fiscale? In realtà la risposta è negativa. I paradisi fiscali tradizionali si caratterizzano per un’imposizione fiscale nulla o quasi, per un elevato grado di opacità e, spesso, per una collocazione al di fuori dei principali sistemi economici regolati.

Il regime italiano, al contrario, è pienamente inserito in un quadro normativo trasparente, prevede comunque un’imposta significativa e mantiene la tassazione ordinaria su tutti i redditi prodotti nel Paese. Più che un paradiso fiscale, l’Italia sta diventando qualcosa di diverso: un sistema competitivo pensato per attrarre grandi patrimoni, in linea con una tendenza internazionale in cui gli Stati competono anche sui contribuenti, non solo sulle imprese.

Entrambi gli esperti concordano sul fatto che l’attrattività del sistema italiano derivi da una combinazione di fattori: prevedibilità fiscale, stabilità normativa e qualità della vita. “L’effetto positivo non riguarda solo il gettito diretto”, spiega Scannapieco, “ma anche l’indotto economico: mercato immobiliare di fascia alta, servizi professionali, hospitality, private banking e investimenti sul territorio”.

Il regime reggerà nel tempo?

La domanda che pesa sulle pianificazioni dei grandi patrimoni è se il regime sia destinato a durare: secondo Scannapieco, i rischi esistono e vanno analizzati con chiarezza.

“In diciotto mesi il forfait è passato da 100.000 a 200.000 euro, con un ulteriore aumento a 300.000 euro per i nuovi entranti dal 1° gennaio 2026: due aumenti consecutivi sotto due governi diversi”, aggiunge l’esperto. Non sono mancate poi le pressioni esterne, in particolare dal governo francese (che ha accusato l’Italia di dumping fiscale) e dalla Corte dei conti (che ha segnalato carenze di trasparenza nella gestione del regime).

Tuttavia, secondo Scannapieco questo regime sarà difficilmente smantellabile nel breve-medio periodo per tre motivi principali:

  1. la clausola di salvaguardia, ovvero chi è già nel regime mantiene l’aliquota originaria fino alla scadenza dei quindici anni, indipendentemente dagli aumenti successivi;
  2. lo scenario competitivo europeo, in cui l’Italia resta tra le opzioni più competitive in Europa;
  3. una questione di logica fiscale, cioè il fatto che il regime porta nelle casse dello Stato un gettito che, in assenza, non si genererebbe.

L’opportunità per spostare grandi capitali rimane, ma “la pianificazione va costruita prima del trasferimento, non dopo, quando i margini si sono già persi”.

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Laura Pellegrini

Giornalista e content editor

Dopo la Laurea in Comunicazione e Società, ho iniziato la carriera da freelance collaborando con diverse realtà editoriali. Ho scritto alcuni e-book sui bonus e ad oggi mi occupo della redazione di articoli di economia, risparmio e lavoro.

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