Boom del femtech, il business della salute delle donne verso i 97 miliardi: le opportunità per i professionisti

Il femtech cresce a livello globale e trova un terreno particolarmente fertile in Italia, dove ancora c'è poca concorrenza.

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Quando si parla di salute femminile, il tema viene ancora trattato come una questione privata o sanitaria, molto più raramente come un mercato. Eppure il femtech, ovvero l’insieme di prodotti, servizi e tecnologie dedicati alla salute e al benessere delle donne, è oggi uno dei segmenti più dinamici della digital health a livello globale. Un settore che cresce a doppia cifra, attira investimenti e che sta ridefinendo il modo in cui vengono erogati servizi sanitari e di supporto.

Per chi lavora con partita IVA, questo non è solo un trend da osservare, ma un possibile spazio di crescita professionale: un mercato in espansione, in cui stanno emergendo nuovi bisogni e nuovi modelli di business.

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Il business del femtech: come funziona e cosa comprende

Il settore del femtech è molto ampio e si colloca in una posizione di equilibrio tra sanità, tecnologia e servizi. Parliamo di soluzioni che coprono l’intero arco della vita di una donna: dalla fertilità ai percorsi di procreazione medicalmente assistita, dalla gravidanza al postpartum, fino alla menopausa. A questi si aggiungono ambiti spesso trascurati ma sempre più centrali, come la salute sessuale, la prevenzione e il supporto psicologico.

Quello che rende il femtech rilevante non è solo l’oggetto dei servizi, ma il modo in cui vengono costruiti: tramite percorsi più accessibili, spesso digitali, che integrano competenze diverse attorno ai bisogni reali delle persone. Un approccio che nasce anche da un limite strutturale dei sistemi sanitari tradizionali, ancora poco orientati alla continuità e alla personalizzazione.

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Un mercato globale in espansione

I numeri confermano che non si tratta di una nicchia: secondo Grand View Research, il mercato globale del femtech ha raggiunto circa 39 miliardi di dollari nel 2024 ed è destinato a superare i 97 miliardi entro il 2030, con un tasso di crescita annuo superiore al 16%. Altre proiezioni indicano uno sviluppo ancora più marcato nel lungo periodo, con stime che superano i 296 miliardi di dollari entro il 2035.

La crescita è trainata dalla digitalizzazione dei servizi sanitari, da una maggiore consapevolezza dei bisogni legati alla salute femminile e da una domanda crescente di soluzioni personalizzate.

In Paesi come Stati Uniti e Regno Unito, il femtech è già un segmento riconosciuto anche dagli investitori. In Italia, invece, il settore si muove ancora in una fase iniziale ideale per chi vuole inserirsi in un mercato non ancora saturo.

Da dove nasce il femtech

Più che da un’innovazione tecnologica, il femtech nasce spesso da un vuoto di sistema. Chi affronta temi come fertilità, perdita in gravidanza o percorsi di PMA si muove in un contesto disorganizzato e caratterizzato da informazioni generiche, difficoltà nel trovare professionisti qualificati, percorsi poco chiari e raramente integrati. In alcuni ambiti il gap è evidente: meno del 10% delle coppie riceve un supporto strutturato dopo una perdita in gravidanza.

Eppure si tratta di esperienze tutt’altro che rare. Il lutto riproduttivo, ad esempio, è molto più diffuso di quanto si pensi: una gravidanza su quattro termina con una perdita, mentre circa il 15% delle coppie italiane affronta problemi di infertilità. Nonostante questo, il tema resta ancora circondato da stigma e silenzio.

Vittoria Lizzi

“Il sistema sanitario si ferma al corpo”, spiega a Partitaiva.it Vittoria Lizzi, ostetrica e fondatrice di Resilia. L’attenzione è quasi esclusivamente clinica, mentre restano scoperti aspetti centrali come l’impatto emotivo, relazionale e lavorativo. “Quando ho perso le mie gravidanze – racconta – mi venivano indicati esami e farmaci, ma nessuno mi ha spiegato come affrontare il lutto nella coppia, né come gestire il rientro al lavoro o le coperture assicurative”.

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Quali sono le opportunità per i professionisti?

È proprio in questo spazio che il femtech diventa rilevante per chi lavora in proprio: non tanto come opportunità di creare startup, ma come evoluzione del lavoro professionale. La domanda esiste ed è in aumento: molti dei bisogni citati non trovano risposte adeguate nel settore pubblico e si spostano quindi sul privato.

Le competenze, d’altra parte, non mancano: ostetriche, psicologi, nutrizionisti e altri professionisti lavorano già in questi ambiti. Il problema è che spesso lo fanno in modo isolato, con servizi difficili da intercettare e poco coordinati tra loro. Qui si inserisce uno dei cambiamenti più interessanti introdotti dal femtech: il passaggio dalla prestazione singola al percorso integrato.

Per fare alcuni esempi concreti: gli psicologi potrebbero offrire dei percorsi dedicati a infertilità o lutto riproduttivo; le ostetriche un supporto continuativo, mentre i nutrizionisti potrebbero affinare programmi per fertilità o menopausa.

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Dal servizio all’infrastruttura: il ruolo delle nuove piattaforme

Alcune realtà stanno già provando a rispondere a questa frammentazione costruendo servizi più strutturati. È il caso di Resilia, la startup fondata da Vittoria Lizzi, che si concentra su un ambito ancora poco presidiato come il lutto riproduttivo. L’obiettivo è quello di ampliare il perimetro del supporto: non solo sanitario, ma anche emotivo, relazionale e pratico. “La perdita riproduttiva non è solo un evento medico ma qualcosa che impatta identità, relazioni e lavoro. Le persone hanno bisogno di orientamento, informazioni affidabili e qualcuno che le ascolti senza giudicare”, aggiunge.

In questo contesto, la tecnologia viene utilizzata come strumento di accesso. Resilia ha sviluppato, tra le altre cose, una chat basata su intelligenza artificiale, disponibile in modo continuativo e costruita su contenuti validati. L’obiettivo non è sostituire il supporto umano, ma renderlo più accessibile e immediato, soprattutto nei momenti in cui non è possibile attendere settimane per un appuntamento.

Questo tipo di approccio evidenzia un passaggio chiave: molte realtà femtech non offrono semplicemente un servizio, ma costruiscono infrastrutture che organizzano competenze diverse e rendono più accessibili percorsi complessi.

Professionisti e tecnologia: un nuovo equilibrio

In questo modello i professionisti restano centrali ma cambia il modo in cui lavorano. L’integrazione con strumenti digitali può ridurre il carico di attività ripetitive e migliorare l’orientamento delle persone.

“L’intelligenza artificiale non sostituisce l’umano, ma lo potenzia – osserva Lizzi –. Permette agli specialisti di concentrarsi sui casi più complessi e sull’ascolto, mentre le richieste più frequenti possono essere gestite in modo più efficiente”.

Per chi ha una partita IVA in ambito sanitario, questo si traduce in un possibile riposizionamento: meno prestazioni isolate, più partecipazione a percorsi strutturati, con un impatto anche sulla qualità del lavoro e sulla sostenibilità nel lungo periodo.

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I limiti del sistema e i costi invisibili

Per comprendere le potenzialità del femtech occorre conoscere anche i punti critici. In primis, molti temi restano poco discussi e spesso vissuti in modo individuale: questo limita l’accesso alle informazioni e ritarda la costruzione di una domanda consapevole.

Esiste poi una criticità economica: percorsi come la procreazione medicalmente assistita o il supporto psicologico hanno costi elevati e sono solo parzialmente coperti dal sistema sanitario. I costi nel privato possono variare tra i 3.000 e i 6.000 euro, spesso con cicli da ripetere più volte, con coperture pubbliche e assicurative limitate o variabili a livello territoriale.

Infine c’è il tema delle tutele, particolarmente rilevante per chi lavora in proprio: eventi come infertilità, perdita o percorsi medici complessi non hanno solo un impatto sanitario o personale, ma incidono direttamente sulla continuità lavorativa e sul reddito.

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Il futuro del femtech in Italia

Guardando ai prossimi anni, è difficile immaginare che il femtech resti ai margini anche in Italia. Le dinamiche che ne stanno guidando la crescita (digitalizzazione, personalizzazione dei servizi, maggiore attenzione alla salute) sono le stesse che stanno trasformando altri settori. Secondo Lizzi, lo sviluppo passerà da tre direttrici principali:

  1. una maggiore consapevolezza da parte delle persone;
  2. un’integrazione crescente tra startup e sistema sanitario;
  3. un’evoluzione del quadro normativo, anche alla luce delle politiche europee sulla parità di genere.

Per chi lavora in proprio lo spazio esiste, ma non è privo di complessità. “Non basta l’empatia. Servono competenze cliniche, comprensione del sistema e la capacità di costruire servizi sostenibili”, conclude l’ostetrica.

Il femtech, in questo senso, non è una nicchia, ma un mercato ancora in formazione, uno spazio in cui è possibile costruire nuove professionalità e modelli di lavoro, prima che diventi maturo. Come spesso accade, è nelle fasi iniziali che si concentrano le opportunità più interessanti.

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Laura Pellegrini

Giornalista e content editor

Dopo la Laurea in Comunicazione e Società, ho iniziato la carriera da freelance collaborando con diverse realtà editoriali. Ho scritto alcuni e-book sui bonus e ad oggi mi occupo della redazione di articoli di economia, risparmio e lavoro.

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