Il potere economico delle donne – in quanto consumatrici, lavoratrici e imprenditrici – cresce e trasforma in profondità l’economia globale. Eppure un brand su due non è ancora in grado di cogliere appieno l’opportunità della She economy (o Sheconomy). A dirlo è lo studio The collective economy: a global understanding of women’s buying power di The Collective (Wasserman), su un campione di 8.700 donne in 10 Paesi. Al gap tra domanda e offerta provano a rispondere le donne stesse, con nuovi modelli di consumo, community e iniziative imprenditoriali, scontrandosi sistematicamente con i limiti nell’accesso a reddito, leadership e opportunità.
La She economy non andrebbe trattata come un trend di nicchia, ma come un modello di business. Ecco come le imprese possono sfruttare questo vuoto di mercato.
Indice
- She economy, come le donne influenzano le decisioni d’acquisto
- Il comportamento d’acquisto delle donne è differente: cosa guardano
- Imprenditoria femminile e partita IVA: cresce il business dei servizi
- She economy e investimenti: perché le aziende inclusive crescono di più
- Gender gap, accesso al credito e “she-cession”
- Dalla She economy alla strategia per le imprese: le best practices
She economy, come le donne influenzano le decisioni d’acquisto
Secondo le analisi di NielsenIQ, le donne influenzano tra il 70% e l’80% delle decisioni di acquisto e gestiscono circa 31-32 trilioni di dollari di spesa complessiva. Nei prossimi anni le donne arriveranno a gestire fino al 75% della spesa discrezionale (non obbligatoria, dunque, né vincolata) globale. Questo significa che la domanda di mercato – ciò che viene comprato, come e perché – è sempre più influenzata dai valori femminili, cambiando l’intero ciclo economico, non solo la comunicazione da adottare.
Già nel 2009, Harvard Business Review, nell’articolo Female economy, sosteneva che le donne non solo acquistassero direttamente, ma avessero un ruolo decisionale anche quando non fossero acquirenti dirette, influenzando le scelte familiari e di rete. Questo ruolo si rafforza con la crescita, seppur lenta, dell’indipendenza finanziaria delle donne.
Il comportamento d’acquisto delle donne è differente: cosa guardano
Se i numeri raccontano il peso della She economy, è nel comportamento d’acquisto che emerge il vero cambiamento. Le ricerche di NielsenIQ evidenziano come le donne siano più orientate verso qualità, trasparenza e sostenibilità, elementi che stanno progressivamente ridefinendo gli standard di mercato. Questo significa che non cambia solo cosa si compra, ma come si compra. Il processo decisionale, infatti, tende a essere più informato, comparativo e influenzato da fattori reputazionali.
Non è un caso che settori come moda, cura personale e wellness siano stati i primi a intercettare questo cambiamento. Oggi però l’impatto si estende anche ad ambiti come finanza, tecnologia, investimenti, immobiliare e automotive. E la loro influenza è significativa pure in acquisti ad alto valore economico, come nel lusso e nei viaggi.
Imprenditoria femminile e partita IVA: cresce il business dei servizi
Accanto ai consumi, la She economy si esprime con forza anche sul fronte dell’imprenditoria. Sempre più donne scelgono il lavoro autonomo e avviano attività proprie, contribuendo alla nascita di nuovi modelli di business.
In Italia, secondo i dati di Unioncamere, le imprese femminili rappresentano circa il 22% del totale, con una crescita significativa nei servizi, nel digitale e nei settori ad alto contenuto innovativo. Parallelamente, l’ISTAT evidenzia un aumento della partecipazione femminile al lavoro indipendente. In questo contesto, la partita IVA diventa uno spazio di sperimentazione economica, per quanto spesso indotto e obbligato. Questo fenomeno apre nuove opportunità pure per il mercato dei servizi: cresce la domanda di consulenze, formazione, strumenti digitali e supporto strategico pensati per freelance e micro-imprenditrici.
She economy e investimenti: perché le aziende inclusive crescono di più
Un altro aspetto spesso sottovalutato riguarda l’impatto della She economy sugli investimenti, che mostra come le aziende con una maggiore presenza femminile – sia nella forza lavoro che nei ruoli decisionali – tendano a ottenere performance migliori.
Secondo Harvard Business Review e Boston Consulting Group, le imprese con leadership più inclusiva registrano maggiore capacità di innovazione e migliori risultati economici nel medio-lungo periodo. Questo rafforza l’idea che la She economy, pur analizzata inizialmente come fenomeno di consumo, rappresenti oggi a tutti gli effetti una leva di creazione di valore commercialmente vantaggiosa.
Gender gap, accesso al credito e “she-cession”
Il paradosso è che, nonostante la crescita,la She economy si sviluppi ancora in un contesto caratterizzato da disuguaglianze. Il divario di genere nel lavoro e nei redditi resta un elemento critico, così come l’accesso al credito.
Secondo la Banca d’Italia, le imprese femminili incontrano maggiori difficoltà nell’ottenere finanziamenti, con conseguenze dirette sulla possibilità di crescere e scalare. Anche l’OCSE evidenzia un gap significativo nell’accesso ai capitali, per sviluppare pienamente il proprio potenziale imprenditoriale.
A livello internazionale si parla anche di “she-cession”, un termine utilizzato per descrivere l’impatto sproporzionato delle crisi economiche sulle donne e che mette in luce la necessità di intervenire con politiche mirate al sostegno dell’occupazione e dell’imprenditoria femminile.
Dalla She economy alla strategia per le imprese: le best practices
“Quando si parla di She economy spesso si pensa subito al dato più noto: fino all’80% delle decisioni di consumo passa per mani e testa delle donne. Ma guardando più da vicino, emerge un fenomeno molto più ampio e potente: le donne non sono solo consumatrici, sono anche creatrici di mercato”, spiega a Partitaiva.it Valentina Parenti, presidente e co-founder GammaDonna, associazione che da oltre vent’anni sostiene l’imprenditoria femminile.
Si tratta dunque di un cambio di prospettiva che attraversa, in modo trasversale, tutti i settori. “Le donne, infatti, non si limitano a rispondere alla domanda, ma spesso la anticipano, intercettando bisogni emergenti o inespressi e trasformandoli in modelli di business innovativi – continua -. Dalla moda sostenibile alle tecnologie green, dalle piattaforme digitali ai servizi alle persone, la creatività femminile plasma nuovi prodotti, nuove imprese e nuove opportunità occupazionali, contribuendo a trasformare interi settori”.
La partita IVA come primo passo
Nonostante le disuguaglianze di genere, per molte donne la partita IVA diventa un laboratorio, il primo passo concreto verso l’imprenditorialità strutturata. “È uno spazio di sperimentazione in cui testare idee, costruire relazioni professionali e sviluppare competenze manageriali. Allo stesso tempo, è un terreno in cui emergono ancora sfide significative: accesso al credito, scalabilità dei progetti, riconoscimento del valore – fa sapere -. Sostenere le donne in questa fase significa investire in innovazione, creatività con impatto e un’economia più resiliente”. Le imprese che offrono una risposta concreta a questi bisogni,possono parallelamente far crescere il proprio business.
I valori delle imprenditorialità femminile
Un altro tratto distintivo delle imprese guidate da donne riguarda la capacità di coniugare dimensione economica e impatto, sociale e ambientale. “Con GammaDonna – racconta la cofounder – emerge sempre più spesso come l’innovazione femminile non si limiti al profitto: molte imprenditrici puntano a creare valore per la comunità e per il pianeta, sviluppando prodotti e servizi sostenibili, generando occupazione in modo inclusivo, restituendo al territorio. Questa visione ridefinisce le priorità stesse del fare impresa e dimostra che la She economy è anche motore di cambiamento positivo, capace di orientare i mercati verso modelli più responsabili e duraturi”.
Intercettare il potere d’acquisto al femminile non è dunque solo una questione di strategia di vendita o marketing. “Occorre avere una nuova visione economica – conclude Parenti -. E significa, soprattutto, investire in un’economia più sostenibile, orientata al futuro, in cui le imprenditrici italiane dimostrino ogni giorno la propria capacità di impattare concretamente su economia e società”.










Natalia Piemontese
Giornalista