Secondo l’ultima edizione del rapporto Talent shortage di ManpowerGroup, che ha analizzato un campione di oltre 39.000 datori di lavoro a livello globale, la quota di imprese italiane che faticano a trovare personale qualificato è scesa. Tuttavia, anche se il mismatch tra domanda e offerta segna un miglioramento statistico, la crisi di profili specializzati continua a frenare la crescita imprenditoriale, in alcuni settori più di altri.
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I profili più ricercati nel 2026 dalle imprese
Da quello che è emerso, i professionisti con competenze legate all’uso dell’intelligenza artificiale (AI) sono tra i più richiesti. Le aziende cercano nuove risorse in grado di costruire e implementare modelli di apprendimento automatico. Si tratta di figure capaci di alfabetizzare l’azienda all’uso dell’AI, che sanno dialogare con i sistemi generativi per ottimizzare la produzione, comprendendone potenzialità e limiti etici. In generale, le hard skill digitali non sono più considerate un surplus, ma diventano indispensabili per quasi ogni nuova funzione aziendale. Non basta più saper usare un software, occorre comprendere l’architettura dei dati che lo alimenta.
Oltre all’intelligenza artificiale, le competenze tecniche più ricercate includono la cybersecurity e il cloud computing. Inoltre, la transizione ecologica e l’industria 5.0 stanno spingendo sempre più la domanda di esperti in energie rinnovabili e gestione smart delle utility. Per lo stesso motivo, stanno assumendo sempre più rilievo i profili capaci di interpretare i big data. Soprattutto in ottica di sostenibilità e monitoraggio dei criteri ESG (environmental, social, and governance).
Sempre più centrali le power skills
In un mercato del lavoro sempre più dominato dalla tecnologia, saper usare i software o conoscere i linguaggi di programmazione (le cosiddette hard skill) non è più sufficiente. Le aziende italiane hanno infatti capito che una competenza tecnica rischia di diventare obsoleta in pochi anni a causa della velocità del progresso. Per questo motivo, le conoscenze digitali vengono ora messe sullo stesso piano delle doti personali e relazionali, le cosiddette power skills.
Tra le doti ormai indispensabili c’è la capacità di analisi (richiesta dal 38% delle imprese). Con l’esplosione dell’intelligenza artificiale, le aziende hanno bisogno di persone capaci di verificare ciò che una macchina produce. Non basta “chiedere” all’AI, bisogna saperne analizzare le risposte, correggere eventuali errori (le cosiddette “allucinazioni” dei modelli generativi) e prendere decisioni basate sui fatti.
Resilienza e adattabilità sono invece ricercate nei candidati dal 35% delle aziende. In un mondo che cambia ogni giorno, la capacità di non farsi travolgere dallo stress e di imparare rapidamente a usare nuovi strumenti è diventata fondamentale. Chi sa riposizionarsi e accoglie il cambiamento senza paura è oggi la risorsa più preziosa per ogni datore di lavoro.
Infine, collaborazione e lavoro di squadra sono skill richieste nel 33% dei casi. Poiché il lavoro è diventato più fluido, saper comunicare in modo chiaro con i colleghi e remare tutti verso lo stesso obiettivo non è scontato.
I settori dove mancano più lavoratori
Secondo l’analisi, il 70% delle imprese italiane dichiara di non riuscire a trovare i candidati con le competenze adeguate. Sebbene il dato sia in miglioramento rispetto al 78% dello scorso anno, ci sono dei settori dove il mismatch tra domanda e offerta è più profondo. Non si tratta solo di una carenza numerica, ma di una vera e propria distanza tra le competenze possedute dai candidati e quelle richieste dalle nuove tecnologie.
In particolare, nel settore tech & it si registra la criticità maggiore, con un mismatch che raggiunge il 77%. In questo ambito, sviluppatori software, esperti di cybersicurezza e specialisti in intelligenza artificiale sono diventati sempre più rari da trovare. Subito dopo troviamo il settore di energia e utilities, con un mismatch del 75%. Qui la spinta verso la transizione ecologica ha creato un improvviso bisogno di tecnici ambientali ed esperti di reti energetiche intelligenti. Tuttavia, il sistema formativo fatica a stare al passo con la velocità della rivoluzione green, creando un vuoto di competenze difficili da colmare in tempi brevi.
Non meno complessa è la situazione del comparto industriale e manifatturiero, dove il mismatch è del 74%. Con l’avvento dell’Industria 5.0, le fabbriche italiane sono sempre più automatizzate e interconnesse. Di conseguenza, la ricerca di personale si sta spostando verso operatori di robotica e tecnici specializzati, profili capaci di dialogare con macchine intelligenti e gestire processi produttivi ad alta tecnologia.
Un discorso a parte va fatto invece per l’ospitalità e la ristorazione, perché in questo caso il mismatch è del 76%, ma è più dovuto a una revisione dei modelli contrattuali e dei turni. I modelli di organizzazione del lavoro – turni spezzati, weekend sempre impegnati e festività lavorative – non sono infatti più accettati facilmente. Non si tratta quindi di mancanza di competenze tecniche (come saper cucinare o gestire una sala), ma di una vera e propria crisi di attrattività del settore.
Strategie di sopravvivenza: upskilling e reskilling
Per far fronte a questo scenario, il 26% delle imprese intervistate da ManpowerGroup ha smesso di cercare il “candidato perfetto” all’esterno. Preferiscono, invece, investire sulla propria forza lavoro. I percorsi di upskilling (aggiornamento delle competenze esistenti) e reskilling (formazione per nuovi ruoli) sono diventati la risposta pragmatica al talent shortage. La formazione non è più un evento sporadico, ma un processo continuo: le imprese di successo nel 2026 sono quelle che si trasformano in vere e proprie aziende-scuola, capaci di anticipare i trend e preparare i propri talenti alle sfide di domani.












Redazione
Il team editoriale di Partitaiva.it