La Corte di Giustizia dell’Unione europea si è espressa in merito al reddito di cittadinanza, definendo discriminatoria la normativa italiana nella parte in cui chiedeva l’obbligo di residenza di 10 anni sul territorio nazionale per accedere al sussidio. La sentenza, emessa l’8 maggio 2026, permette a chi è stato escluso dal beneficio in passato di fare ricorso ora, ottenendo il rimborso degli importi non riconosciuti.
Reddito di cittadinanza, la sentenza della Corte UE
La controversia, nata dal contenzioso tra un rifugiato residente in Italia e l’INPS, ha portato i giudici di Lussemburgo a dichiarare illegittimo il requisito di residenza, configurandolo come discriminazione indiretta nei confronti dei beneficiari di protezione internazionale. Sebbene la norma italiana fosse apparentemente applicata in modo uniforme a tutti i richiedenti (italiani e stranieri), la Corte ha spiegato che tale paletto ha inciso in modo sproporzionato sui cittadini stranieri, impedendo di fatto l’accesso a una misura di sostegno vitale.
Inoltre, è stata respinta la tesi del governo italiano, secondo cui il requisito serviva a limitare l’onere amministrativo ed economico della misura per le casse dello Stato. Il risparmio di spesa – è stato ribadito – non può infatti mai giustificare una violazione del diritto dell’Unione.
Chi può richiedere il rimborso all’INPS
La decisione della Corte UE ha un impatto retroattivo immediato sulle posizioni gestite dall’INPS negli ultimi anni. Nello specifico, possono ora agire per tutelare i propri diritti tutti gli stranieri che in passato si sono visti revocare il sussidio per la mancanza del requisito decennale. Si tratta di rifugiati, beneficiari di protezione internazionale e soggiornanti di lungo periodo in Italia. Tra questi rientrano anche coloro ai quali l’INPS ha richiesto la restituzione delle somme percepite. Di conseguenza, anche i cittadini che avevano già provveduto a restituire (integralmente o in parte) le somme dopo la revoca possono ora attivarsi legalmente per ottenerne la restituzione.
Cosa cambia
La sentenza stabilisce un precedente vincolante che annulla l’efficacia del requisito dei 10 anni per le categorie protette dal diritto UE, rendendo illegittime le pretese di restituzione avanzate dall’Istituto basate su questo specifico presupposto.
La Corte UE in questo modo ha riaffermato la centralità del diritto a un reddito minimo come strumento di integrazione europea, ponendo fine a una lunga disputa legale che ha visto l’Italia contrapposta ai principi di non discriminazione e solidarietà dell’Unione.












Redazione
Il team editoriale di Partitaiva.it