Guerra Iran, Meloni al Consiglio UE: “De-escalation, risposta comune al caro energia e riforma ETS”

L'Italia spinge per la riforma ETS e la sicurezza ad Hormuz. Intanto scatta il decreto carburanti con sconti di 25 centesimi: tutte le novità e il punto sullo stallo Ucraina-Orbán.

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Meloni al Consiglio europeo 20 marzo 2026

Dopo aver ottenuto il via libera dall’assemblea di Montecitorio sulle linee programmatiche del governo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è approdata a Bruxelles per il Consiglio europeo. In un clima di forte tensione geopolitica, l’Italia porta sul tavolo non solo i dossier relativi alla crisi in Medio Oriente e al conflitto ucraino, ma anche richieste per affrontare il caro energia e tutelare la competitività delle imprese.

Meloni al Consiglio europeo: nuovi aiuti alle imprese e riforma ETS

I lavori del Consiglio sono stati preceduti da una fitta agenda di incontri diplomatici. Meloni ha incontrato il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il premier belga Bart De Wever, per delineare una visione comune sul rilancio della competitività e dello sviluppo industriale europeo. Queste riunioni si sono di fatto intrecciate con le istanze economiche già anticipate in Parlamento. A Bruxelles, infatti, il governo italiano ha ribadito l’urgenza di nuovi sostegni per le imprese, chiamate a fronteggiare i costi della riforma del mercato elettrico (ETS) e il persistere del caro energia.

Riforma ETS come scudo per la competitività

Un punto centrale che la premier aveva detto che era intenzionata a sollevare a Bruxelles è la sospensione temporanea del sistema ETS (emission trading system). Questo meccanismo, che impone quote di emissione di CO2 a carico delle industrie pesanti, incide indirettamente sui prezzi finali dell’energia. In un momento di crisi dei prezzi dei carburanti e dell’elettricità, l’Italia chiederà una pausa per salvaguardare la competitività industriale europea e la proroga delle quote gratuite per le industrie energivore (siderurgia, vetro, ceramica, carta), oltre all’introduzione di un tetto massimo alla volatilità del prezzo di acquisto delle quote ETS per limitare la speculazione finanziaria.

La risposta al caro energia

Poiché la consapevolezza del governo è che la partita decisiva contro il caro energia dipenda soprattutto dalla sicurezza dello Stretto di Hormuz, per prevenire shock energetici che colpirebbero duramente i prezzi industriali e al consumo, l’Italia ha sollecitato il Consiglio a definire una risposta diplomatica e di sicurezza comune. Questo impegno per la stabilità internazionale è stato al centro dei round diplomatici del 19 marzo, durante il confronto con Germania e Belgio.

Dallo stretto transita circa il 20% del gas e del petrolio mondiale, quindi un prolungato stallo o un inasprimento delle tensioni belliche si tradurrebbero facilmente in una spirale inflattiva. L’interruzione o il rallentamento dei flussi attraverso questo snodo comporterebbe un aumento immediato dei costi di approvvigionamento e, di riflesso, dei premi assicurativi per la navigazione, con ricadute dirette sui prezzi industriali e al consumo. Tenendo conto delle possibili conseguenze, l’Italia chiederà al Consiglio europeo di trovare una risposta diplomatica e di sicurezza comune europea per stabilizzare i mercati e prevenire shock energetici più gravi.

Guerra in Iran: “l’Italia non intende prenderne parte”

A margine dei lavori del Consiglio Europeo, Giorgia Meloni riguardo l’escalation militare tra forze statunitensi, israeliane e il regime di Teheran ha ribadito la posizione già espressa in Senato l’11 marzo . La linea del governo resta quella di un attore diplomatico che esclude categoricamente il coinvolgimento diretto in operazioni offensive: “L’Italia non prende parte e non intende prendere parte alla guerra”, era stato il monito della premier, confermato anche nei colloqui di Bruxelles per preservare il ruolo di mediazione del Paese.

Sulla questione dell’uso delle basi USA in territorio italiano, la posizione si mantiene ancorata al rispetto degli accordi internazionali vigenti. l’Italia ha confermato che l’utilizzo delle infrastrutture da parte degli americani è limitato ad attività logistiche, rifornimenti e operazioni “non cinetiche” – ovvero prive di impiego della forza o bombardamenti – poiché già autorizzate da trattati decennali. Per qualsiasi missione di natura diversa, resterebbe imprescindibile il passaggio e l’autorizzazione del Parlamento.

La rete diplomatica e il coordinamento europeo

L’Italia ha scelto di non muoversi in isolamento, promuovendo un asse di coordinamento rafforzato con Francia, Germania e Regno Unito. Questo dialogo punta a mitigare le ripercussioni globali della crisi, con particolare attenzione alla sicurezza energetica e alimentare che colpisce direttamente i cittadini europei. Tuttavia, mentre sono stati organizzati voli e convogli straordinari che hanno già permesso di mettere in sicurezza oltre 25.000 connazionali, l’Italia ha intensificato le azioni militari difensive con i partner del Golfo. In linea con quanto fatto da Regno Unito, Francia e Germania, sono stati forniti assetti di difesa aerea avanzati. Questa mossa è stata configurata come una misura di prevenzione necessaria.

Gestione dei flussi e rimpatri: l’Italia chiede soluzioni

Sul fronte migratorio, invece, l’Italia ha confermato la propria centralità guidando, insieme ai partner danesi e olandesi, un vertice informale dedicato alla ricerca di soluzioni per la gestione dei flussi e al necessario rafforzamento del quadro legale sui rimpatri.

Ma se a Bruxelles Meloni ha cercato sponde sulla gestione migratoria, a Roma a surriscaldare la politica nazionale sono state, in particolare, le recenti sentenze che hanno revocato il trattenimento nei CPR in Albania per i migranti con precedenti penali, che il governo ha interpretato come un ostacolo politico alla propria strategia di sicurezza. Questa contrapposizione tra potere esecutivo e giudiziario finisce così per dettare l’agenda del Paese, alimentando una tensione che sembra destinata a crescere ulteriormente in vista dell’imminente referendum sulla giustizia.

Approvato il decreto carburanti, la risposta dell’Italia all’emergenza prezzi

Il dinamismo diplomatico mostrato a Bruxelles trova il suo riflesso nelle politiche domestiche, con il governo che ha varato d’urgenza un nuovo decreto carburanti per mitigare l’impatto dei rincari su famiglie e imprese. Dal 19 marzo e per i successivi 20 giorni, il prezzo di benzina e diesel subirà una riduzione di 25 centesimi al litro, mentre per il GPL il calo sarà di 12 centesimi. La riduzione è stata possibile intervenendo sulla quota fissa dell’accisa sui carburanti. Abbassando questa componente, si è ridotta automaticamente anche la base imponibile su cui viene calcolata l’IVA, che resta al 22%, ma ora viene applicata su un importo inferiore (prezzo industriale + accisa ridotta). Il taglio è stato calibrato proprio per fare in modo che la somma di questi due risparmi fiscali portasse a uno sconto finale esatto di 25 centesimi per benzina e diesel.

Per il GPL, invece, lo sconto segue una logica leggermente diversa. Poiché le accise, in questo caso, sono calcolate in base al peso, il governo ha scelto di intervenire direttamente sull’unità di misura prevista dalla legge, tagliando l’accisa di 12 centesimi per ogni chilo di prodotto. All’atto pratico, l’automobilista vedrà comunque il prezzo scendere sul display del distributore. Anche se lo Stato esegue il calcolo fiscale al chilo, il sistema traspone l’effetto finale sul prezzo al litro alla pompa. In questo modo, le autorità garantiscono un risparmio proporzionale e immediato anche a chi possiede un’auto a gas.

Controlli anti speculazione

L’intervento non si limita alla sola tassazione, ma punta a colpire le speculazioni lungo la filiera. Il decreto prevede infatti un inasprimento dei controlli sui prezzi praticati nei distributori e nuovi obblighi di trasparenza per i gestori, con l’obiettivo di evitare che le tensioni nello Stretto di Hormuz diventino un pretesto per rincari ingiustificati.

Per far sì che lo sconto sulle tasse arrivi direttamente nelle tasche dei cittadini, senza perdersi lungo la filiera, per tre mesi le compagnie petrolifere avranno l’obbligo di comunicare ogni giorno i prezzi consigliati al ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT). Avendo questi dati, il Garante per la sorveglianza dei prezzi (Mister prezzi), in collaborazione con la Guardia di finanza e l’Antitrust, può confrontare il prezzo del petrolio sui mercati mondiali con quello venduto in Italia. Se il petrolio scende ma il prezzo ai distributori resta alto, gli organi competenti segnalano l’anomalia e avviano i controlli.

La trasparenza non è opzionale. Chi non invia i dati al MIMIT, chi lo fa ma in ritardo oppure comunicando prezzi falsi o incompleti, rischia sanzioni che possono arrivare allo 0,1% del fatturato. Costringendo le società a giustificare ogni variazione in un report quotidiano, si punta a disincentivare qualsiasi rialzo dei listini che non sia giustificato o strettamente collegato a una reale ed oggettiva variazione dei costi internazionali.

Le conclusioni del Consiglio UE: verso una sintesi tra stabilità e riforme

La prima giornata a Bruxelles si è chiusa il 19 marzo con un punto stampa notturno in cui la presidente del Consiglio ha rivendicato la coerenza tra l’agenda di Roma e quella europea. La sfida del governo, ha spiegato, resta quella di mantenere l’Italia al centro delle grandi decisioni geopolitiche – dalla difesa aerea nel Golfo alla gestione dei rimpatri – senza però perdere il contatto con le urgenze del mercato interno.

Se le misure sui carburanti e i nuovi aiuti alle imprese energivore rappresentano lo scudo immediato contro la crisi, la partita politica di lungo periodo si giocherà sulla capacità di trasformare le riunioni informali con i partner europei in decisioni strutturali condivise. Solo così l’Italia potrà bilanciare la propria fedeltà atlantica e il rigore istituzionale con la necessità, sempre più pressante, di tutelare il sistema produttivo dalle onde d’urto di una stabilità globale quanto mai precaria.

Conflitto in Ucraina

Dopo i trilaterali e le riunioni informali, nella giornata di venerdì 20 marzo 2026 i leader europei formalizzeranno le conclusioni del vertice. I temi chiave includono la sicurezza nello Stretto di Hormuz e la crisi in Medio Oriente. In particolare, è attesa la richiesta formale di una moratoria sugli attacchi alle infrastrutture energetiche e idriche, un punto caldeggiato dall’Italia per evitare shock sui prezzi.

Resta inoltre aperta la questione Ucraina. Il governo Meloni aveva confermato il supporto alla sovranità del governo di Kiev, sostenendo il ventesimo pacchetto di sanzioni UE contro la Russia. Per quanto riguarda l’ingresso di nuovi Paesi nell’Unione europea, l’Italia era d’accordo sul fatto che l’adesione dell’Ucraina dovesse procedere di pari passo con quello dei Paesi dei Balcani Occidentali.

Questa linea di compattezza europea si è tuttavia scontrata, nella prima giornata del vertice di Bruxelles, con il muro alzato da Viktor Orbán. Il leader ungherese ha infatti mantenuto il proprio veto sia sul nuovo pacchetto sanzionatorio che sullo stanziamento del prestito da 90 miliardi di euro a favore dell’Ucraina, condizionando lo sblocco dei fondi alle garanzie sulle forniture energetiche attraverso l’oleodotto Druzhba. Prima della conclusione del Consiglio, quindi, i leader europei sono impegnati in una mediazione dell’ultimo minuto per evitare che non si raggiunga un accordo unanime, cercando soluzioni tecniche che permettano di aggirare l’ostruzionismo di Budapest e garantire la continuità degli aiuti a Kiev.

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