Dieci giorni per pubblicare un avviso. Due miliardi di euro di danni tra Sicilia, Sardegna e Calabria. Cento milioni stanziati dal governo, un milione promesso dal M5s tagliando gli stipendi degli eletti. Mentre la politica italiana si divide tra elemosina e primi interventi urgenti, le imprese del Sud colpite dal ciclone Harry scoprono una tripla beffa: sono assicurate per legge, ma scoperte dai danni nei fatti; le promesse di aiuti rapidi restano vincolate a perizie e scadenze burocratiche; e nonostante alcuni passi concreti, i bonifici restano lontani.
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I numeri che non tornano
Il ciclone Harry, che tra il 19 e il 22 gennaio ha devastato le coste del Sud Italia, ha provocato danni stimati in oltre due miliardi di euro. Questa, a grandi linee, la distribuzione: 1,5 miliardi in Sicilia, mezzo miliardo in Sardegna, 300 milioni in Calabria. Le onde hanno raggiunto i 12 metri di altezza, spazzando via lungomare, stabilimenti balneari, porti, strade ferrate, negozi, case.
In Sicilia, a Furci Siculo, dei 3,5 chilometri di lungomare ne sono rimasti 500 metri. Oltre cento attività commerciali completamente distrutte. A Niscemi, una frana con un fronte di 4 chilometri ha costretto all’evacuazione di 1.500 persone. In Sardegna, il sito archeologico di Nora ha subito danni significativi, con parte delle antiche vestigia sommerse. Il lungomare Poetto di Cagliari è sepolto sotto tonnellate di sabbia e detriti. In Calabria, a Catanzaro Lido, interi quartieri sono stati travolti dal fango e dall’acqua, mentre a San Sostene si sono registrate precipitazioni record: 569,9 mm in 72 ore.
L’unica buona notizia è l’assenza di vittime, grazie al sistema di allerta della protezione civile che ha funzionato egregiamente in tutte e tre le regioni.
La risposta del governo: stato di emergenza e 100 milioni stanziati
Il 26 gennaio il Consiglio dei ministri delibera lo stato di emergenza e stanzia 100 milioni di euro complessivi: 33 milioni per ogni regione colpita. Immediata la reazione dell’opposizione. Per il M5S si tratta di briciole. “Evidentemente la presidente Meloni sta sottovalutando una situazione gravissima”, commenta il deputato dem Beppe Provenzano.
La premier si difende: “Sono un po’ dispiaciuta per le polemiche, perché abbiamo ampiamente chiarito che si trattava di un primissimo stanziamento emergenziale. Nessuno pensa di poter affrontare questa questione con 100 milioni di euro per tre regioni”. Il ministro Nello Musumeci precisa che serviranno per “la rimozione detriti e il ripristino funzionalità di alcune infrastrutture”, promettendo un nuovo provvedimento interministeriale per la ricostruzione.
La politica dei “gesti simbolici”
Ed è qui che entra in scena Giuseppe Conte con il colpo di teatro. Il 28 gennaio, in un video destinato agli iscritti del Movimento Cinquestelle, annuncia: “Abbiamo stanziato un milione di euro tagliando gli stipendi di noi eletti, sabato lo mettiamo in votazione. Una volta confermata questa soluzione, verrò a parlare con famiglie e imprenditori”.
Un milione di euro per tre regioni. Facciamo i conti: è lo 0,05% dei danni totali. È l’1% dello stanziamento governativo che lui stesso definisce insufficiente. È meno dei danni stimati nel solo porticciolo di Lampedusa (17 milioni) o nei siti archeologici sardi di Nora e Bithia. Ma soprattutto è il perfetto esempio di quella che potremmo definire “la politica dei gesti simbolici”: azioni dichiarate che servono più a marcare una posizione che a risolvere un problema, alimentando speranze irrealistiche in chi ha perso tutto.
La polemica sul ponte sullo Stretto
Conte non si ferma qui: “La parte del leone la deve fare il governo, con grande speditezza. I soldi ci sono e si possono prendere da quel progetto faraonico del ponte sullo Stretto, ormai miseramente fallito”. Il Partito Democratico lo segue a ruota: Elly Schlein, in visita a Niscemi, propone di dirottare un miliardo destinato al ponte. Angelo Bonelli di AVS attacca: “Governo climafreghista che spende 14 miliardi per un’opera inutile mentre per i territori devastati concede appena 100 milioni”.
La proposta trova sponda persino all’Assemblea regionale siciliana, dove martedì 28 gennaio viene approvato con voto segreto (32 favorevoli, 24 contrari) un ordine del giorno presentato da Cateno De Luca: dirottare 5,3 miliardi del Fondo sviluppo e coesione di Sicilia e Calabria, destinati al ponte, verso la ricostruzione post-Harry. Il governo Schifani aveva espresso parere contrario, ma alcuni deputati di maggioranza, protetti dall’anonimato, hanno votato sì.
È una narrazione politicamente efficace. Ma anche totalmente irrealistica: quei fondi sono già impegnati, riconvertirli richiederebbe anni di iter burocratici e rinegoziazioni con l’UE. Intanto, le imprese chiudono.
Polizza Cat Nat e mareggiate: perché le imprese restano scoperte
Ma la vera beffa per le imprese del Sud viene dalla polizza catastrofale obbligatoria, la cosiddetta “Cat Nat”, introdotta dalla legge di Bilancio 2024. Dal 1° gennaio 2025 tutte le imprese (escluse quelle agricole) devono sottoscrivere una copertura contro terremoti, alluvioni, frane, inondazioni ed esondazioni, con scadenze differenziate: le grandi imprese dovevano essere in regola entro marzo 2025, mentre per micro e piccole imprese la scadenza è stata prorogata al 31 marzo 2026. Chi non è in regola rischia di perdere l’accesso a contributi, sovvenzioni e agevolazioni pubbliche.
Il problema? Le mareggiate non sono coperte. La definizione normativa di “alluvione” riguarda esclusivamente la fuoriuscita di acque dolci interne da fiumi, laghi e bacini. L’acqua salata del mare, quella che ha devastato le coste di tre regioni con onde da 12 metri, non rientra nella copertura obbligatoria.
Il ministro Musumeci stesso ha ammesso la criticità: “Pare che alcuni imprenditori, nel contatto con la propria assicurazione, si siano sentiti dire: ‘Lei è assicurato per il ciclone e non per la mareggiata e questa è una mareggiata’. Bizantinismi che mortificano chi ha sottoscritto la polizza”. Assoutenti denuncia il paradosso evidente: “Da un lato si impone un obbligo alle imprese, dall’altro si escludono dalla copertura proprio quegli eventi che oggi producono i danni più rilevanti”.
Il risultato, al di là delle posizioni, è che le imprese che hanno pagato regolarmente i premi assicurativi da Messina a Cagliari, da Catanzaro a Palermo, rischiano di non vedere un euro di risarcimento. E quelle che non erano assicurate, perché ancora nei termini della proroga, rischiano di perdere gli aiuti pubblici.
Ciclone Harry: i ristori per regione
Mentre la politica nazionale discute di miliardi da spostare dal ponte sullo Stretto, le tre regioni colpite hanno dato prime risposte concrete. Seppur con velocità e dettagli diversi.
Gli aiuti in Sicilia
In Sicilia, il 29 gennaio – dieci giorni dopo il ciclone – la giunta Schifani ha approvato il bando per i ristori alle imprese colpite: 23 milioni di euro (20 dalla Regione, 3 dalla Protezione Civile) per un contributo minimo di 5.000 euro a fondo perduto per micro, piccole e medie imprese che gestiscono stabilimenti balneari o attività sui litorali. Il bando sarà pubblicato la prossima settimana. La piattaforma informatica per l’invio delle richieste sarà attivata entro la seconda metà di febbraio e resterà aperta per 30 giorni. Dopo seguirà una graduatoria e l’erogazione, entro fine marzo.
Il vero elemento di svolta è la semplificazione burocratica: niente DURC (il documento che certifica il pagamento degli oneri contributivi), niente certificati di regolarità fiscale, solo la perizia giurata di un professionista. Una deroga alle norme vigenti che, se rispettata nei tempi promessi, potrebbe fare davvero la differenza per chi deve riaprire per Pasqua (5 aprile).
C’è anche una “fase due” annunciata per febbraio: il Fondo Sicilia di Irfis erogherà fino a 400.000 euro per impresa (60% a tasso zero, 40% a fondo perduto, con pre-ammortamento di tre anni). “Abbiamo predisposto un meccanismo agile di erogazione dei contributi”, ha dichiarato Schifani, sottolineando l’urgenza di salvaguardare il turismo balneare.
Per l’agricoltura, invece, i tempi sono diversi. L’assessorato ha pubblicato il 30 gennaio l’avviso per segnalare i danni, con scadenza al 15 febbraio e necessità di perizia asseverata per chi vuole ripristinare velocemente le strutture. Un percorso parallelo, con tempistiche meno definite.
I ristori in Calabria
In Calabria, il 30 gennaio si è svolto un incontro operativo tra la protezione civile regionale e il SIB Confcommercio per definire le prime misure. È stata presentata una bozza di ordinanza di imminente approvazione che prevede un contributo massimo di 20.000 euro per ogni azienda operante sui litorali danneggiati. Anche qui, c’è una piattaforma dedicata per il caricamento delle richieste e assistenza via e-mail. L’ordinanza definirà i requisiti di accesso, le spese ammissibili e le modalità di presentazione. Il presidente SIB Calabria Antonio Giannotti ha chiesto “celerità dell’azione” e attivato tutti gli uffici Confcommercio per garantire supporto.
I contributi in Sardegna
In Sardegna, la presidente Alessandra Todde ha annunciato il 23 gennaio lo stanziamento di 5 milioni di euro già approvati dalla giunta regionale “per far fronte ai primi effetti del maltempo e avviare il percorso dei ristori”. “Siamo al lavoro per garantire al più presto i ristori ai cittadini sardi e a tutto il mondo produttivo”, ha dichiarato dopo una riunione con Meloni, Musumeci e il capo della protezione civile, Fabio Ciciliano. Ma a differenza di Sicilia e Calabria, mancano ancora i dettagli operativi: niente bandi pubblicati, nessuna cifra per singola impresa né scadenza precisa.
L’ombra dei precedenti
Il monito di Cateno De Luca resta però come un’ombra su tutte le promesse: “Ci sono imprese distrutte due anni fa da mareggiate straordinarie che non hanno ancora ricevuto un euro e che oggi sono state colpite di nuovo dal ciclone Harry”, ha detto. Si riuscirà a non ripetere l’errore?
L’Italia ha una lunga storia di promesse post-calamità che si trasformano in attese infinite. La stessa Emilia-Romagna, citata da Meloni come termine di paragone positivo, racconta una realtà diversa. Il Sinalp Sicilia ha denunciato quello che molti osservatori definiscono un problema strutturale: “l’evidente e inaccettabile disparità di trattamento tra il Nord e il Sud del Paese”. Il sindacato parla di “strategia del silenzio“: il ciclone Harry è già uscito dai titoli nazionali. Come se l’assenza di vittime avesse attenuato anche la portata del disastro economico.
La prevenzione che non c’è
Intanto, nonostante la prevenzione costi molto meno della gestione dell’emergenza, il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (PNACC) resta solo sulla carta da tre anni, perché le risorse economiche per attuarlo non sono mai state stanziate.
Il cambiamento climatico ha reso il ciclone Harry più intenso del 15% rispetto a eventi simili del passato, secondo l’analisi di ClimaMeter. I venti sono stati superiori di 4-8 km/h. Eventi come questo diventeranno sempre più frequenti, ma continuiamo a investire sull’emergenza, non sulla prevenzione. E nessuno ha il coraggio di dire che, secondo i fondi previsti attualmente, soltanto il 10% dei danni del ciclone Harry sarà coperto dagli aiuti. Il resto sarà ricostruito solo se i proprietari saranno in grado di chiedere prestiti o attingere a propri risparmi. L’altra alternativa resta la chiusura.










Ivana Zimbone
Direttrice responsabile