Al World economic forum di Davos c’è stato un punto di svolta nei rapporti tra Stati Uniti ed Europa. Dopo settimane di tensioni che hanno portato le relazioni tra Washington e Bruxelles ai minimi termini, il presidente americano Donald Trump ha annunciato a sorpresa la revoca dei dazi punitivi contro le nazioni europee. La decisione è maturata a seguito di un incontro con i vertici della NATO, durante il quale è stato definito un accordo quadro per la cooperazione in Groenlandia. Tuttavia, il quadro politico resta complesso e, con la Danimarca che continua a ribadire la propria sovranità territoriale sull’isola, il governo italiano sceglie la via della prudenza. La presidente Giorgia Meloni ha infatti rimandato l’adesione al nuovo Board of peace per Gaza voluto da Trump, spiegandone il motivo.
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Cosa è successo a Davos: il discorso di Trump su dazi e Groenlandia
Mercoledì 21 gennaio, Donald Trump ha tenuto un discorso di oltre un’ora davanti alla platea dei leader mondiali, dove ha ribadito l’interesse per la Groenlandia e criticato la Danimarca per non volerla cedere. “Non userò la forza. Tutto ciò che gli Stati Uniti chiedono – ha dichiarato – è un posto chiamato Groenlandia. Potete dire di sì, e vi saremo molto grati. Oppure potete dire di no e ce ne ricorderemo“.
Nel pomeriggio, poi, il dietrofront. Dopo un incontro bilaterale con il segretario generale della NATO, Mark Rutte, Trump ha annunciato un accordo quadro proprio sulla sicurezza dell’Artico. Questo prevede la collaborazione tra USA e i sette alleati della NATO per blindare l’Artico contro le influenze di Russia e Cina. Si ipotizza un modello simile alle basi sovrane britanniche a Cipro (il cosiddetto “modello Cipro”). La Danimarca resterebbe formalmente sovrana sull’isola, ma concederebbe agli Stati Uniti il controllo totale su porzioni di territorio per la costruzione di basi militari.
Come conseguenza immediata, Trump ha annunciato che non imporrà i dazi punitivi contro l’Europa. E, di tutta risposta, Wall Street ha reagito con un immediato balzo in avanti.
Tensioni in serata
Tuttavia, i colpi di scena non sono mancati. Secondo le ricostruzioni del Financial Times, a una cena di gala militare Howard Lutnick (segretario al commercio USA e sostenitore dei dazi) ha criticato l’Europa, definendola economicamente stagnante e accusando le sue politiche energetiche (troppo sbilanciate sulle rinnovabili) di aver distrutto la capacità industriale del continente. Lo stesso ha esortato poi a dare priorità al carbone rispetto alle energie verdi. Il discorso è stato accolto da fischi e contestazioni.
All’evento c’era la presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde, che si è alzata e ha lasciato la cena in segno di protesta. Poco prima, in un’intervista rilasciata alla CNN, la stessa aveva espresso preoccupazione per la stabilità economica mondiale e denunciato un “pattern di rottura dei contratti e delle regole internazionali”, riferendosi all’approccio di Donald Trump nell’utilizzare le pressioni diplomatiche come armi negoziali.
La risposta della Danimarca
Dopo la notizia dell’accordo sulla Groenlandia, la premier danese, Mette Frederiksen, pur aprendo al dialogo su investimenti e sicurezza, ha ribadito con una nota ufficiale inviata a Reuters, che la Danimarca è pronta a negoziare su tutto, ma non sulla sovranità . Una posizione confermata indirettamente da Rutte, il quale ha riferito che il tema del passaggio di proprietà della Groenlandia “non è stato discusso” nel colloquio con il tycoon.
La cautela di Meloni
Gli ultimi sviluppi al World economic forum hanno reso l’Italia protagonista di un equilibrismo non semplice. Con la minaccia dei dazi rientrata, ora il punto di attrito è la partecipazione italiana al nuovo Board of peace (il consiglio di pace per Gaza) voluto da Trump . Meloni, durante la sua partecipazione al programma tv Porta a porta, ha spiegato il problema di incompatibilità con l’articolo 11 della Costituzione. La legge costituzionale impone infatti all’Italia di prendere parte solo a organismi internazionali che assicurino pace e giustizia in condizioni di parità tra Stati. Un Board a guida statunitense pone invece dubbi di legittimità giuridica per il nostro Paese. Tuttavia, la premier ha anche dichiarato che l’Italia rimane “aperta e interessata”, ma ha preso tempo.
La reazione della Russia
Sul fronte opposto, la reazione di Mosca è stata improntata al distacco. Vladimir Putin, parlando al Consiglio di sicurezza russo, ha dichiarato che l’attivismo americano nell’Artico non è motivo di preoccupazione, anche se il Cremlino osserva con attenzione il rafforzamento della presenza NATO in una regione dove gli interessi russi e cinesi sono in costante crescita.
La reazione dei mercati
L’allentamento delle tensioni diplomatiche al World economic forum ha restituito ossigeno ai mercati finanziari, permettendo ai principali listini di recuperare gran parte delle perdite accumulate durante le sedute dominate dall’incertezza. A guidare il rimbalzo è stata Wall Street, che ha reagito con decisione alle rassicurazioni di Donald Trump. La chiusura di mercoledì 21 gennaio ha visto i tre indici principali attestarsi su performance solide: Dow Jones +1,21% (a quota 49.233,26 punti); S&P 500 +1,16% (a 6.906,46 punti); Nasdaq 100 +1,36% (a 25.455,29 punti).
Anche i listini europei, il 22 gennaio 2026, trainati dalla chiusura di Wall Street, aprono con numeri positivi. Per quanto riguarda Piazza affari, il FTSE MIB mostra un’intonazione positiva, guadagnando circa l’1% nelle prime ore di contrattazione. Salgono i titoli legati al lusso e all’export come Brunello Cucinelli (+2,9%) e Ferrari (+2,2%), che beneficiano direttamente del congelamento dei dazi USA. Anche l’euro ha recuperato terreno rispetto al biglietto verde grazie alla minore percezione del rischio commerciale. La quotazione per il cambio con il dollaro si attesta intorno a 1,1694, segnando un recupero rispetto ai minimi di inizio settimana.
L’oro invece, che agisce come termometro della paura globale, ha interrotto la sua corsa rialzista una volta svanita la minaccia immediata di dazi punitivi. Dopo aver toccato il record storico di 4.900 dollari l’oncia nelle ore di massima tensione di mercoledì, il prezzo si è stabilizzato intorno ai 4.828 dollari l’oncia.









Redazione
Il team editoriale di Partitaiva.it