Chiara Ferragni prosciolta: cosa succede quando il personal brand entra in crisi reputazionale

Cosa ci insegna il caso dell'imprenditrice digitale e come i personal brand possono diventare più "maturi" e prevenire le crisi.

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Le vacanze in montagna, i paradisi terrestri, i figli che crescono, un marito famoso, le amiche celebri. Chiara Ferragni, per anni, ha saputo trasformare in oro ogni frammento della propria vita. La sovrapposizione tra identità personale e valore commerciale ha pagato fino a un certo punto. Ma con il caso pandoro gate, il meccanismo si è inceppato. Ora arriva il proscioglimento, ma la storia della reginetta dei social mostra una verità spesso taciuta: i personal brand si rivelano fragili quando verità sostanziale, verità giuridica e percezione pubblica non combaciano più.

Chiara Ferragni prosciolta: cosa è successo

Il proscioglimento di Chiara Ferragni dall’accusa di truffa aggravata nel caso Balocco segna formalmente la fine di un procedimento penale. Per il reato di truffa (art. 640 c.p.), infatti, il procedimento penale è possibile solo in presenza di querela, a patto che non si tratti di truffa aggravata. Ma il Codacons, a seguito dell’accordo con Ferragni, aveva ritirato la querela. Tutta la partita si giocava sull’aggravante: il PM aveva ipotizzato che vi fosse una minorata difesa dei soggetti passivi del reato (art. 61 n. 5 c.p.) che il giudice Ilio Manucci Pacini ha ritenuto non sussistente l’aggravante.

Con il proscioglimento, il giudice ha quindi dichiarato che il fatto contestato non fosse più punibile. Si chiude così un capitolo giudiziario che ha tenuto banco per mesi sui media italiani, ma dal punto di vista della reputazione d’impresa la questione rimane aperta e solleva interrogativi per chiunque abbia costruito un business mettendoci la faccia.

Perché Chiara Ferragni non è solo un’influencer. È un caso di studio su come si costruisce, si monetizza e si può perdere un impero economico fondato interamente sulla propria immagine personale. E su come, nell’economia digitale contemporanea, metterci la faccia rimane fondamentale per vendere, ma non garantisce più nulla quando quella faccia viene associata alla mancanza di trasparenza, al tradimento.

L’alchimia che ha funzionato per un decennio

Per comprendere la portata della crisi di Chiara Ferragni, bisogna guardare a cosa ha funzionato prima. L’influencer ha costruito metodicamente un modello di business che trasformava ogni aspetto della sua vita in contenuto commercializzabile. Non solo prodotti o servizi, ma la vita stessa come vetrina permanente: la patinata quotidianità come fonte d’ispirazione, l’intimità dosata strategicamente, la spontaneità accuratamente pianificata.

Il matrimonio a Noto, le gravidanze documentate settimana per settimana, le vacanze ai Caraibi, i backstage delle sfilate, le cene con le amiche, i momenti con familiari: ogni istante condiviso generava engagement, consolidava il legame con i follower, alimentava il valore commerciale del brand Ferragni. Fenice srl, la holding che gestisce i suoi interessi, ha toccato fatturati plurimilionari proprio grazie a questa capacità di rendere la vita personale un prodotto desiderabile.

Questo modello ha funzionato perché si fondava su un patto implicito con il pubblico: autenticità in cambio di attenzione. I follower accettavano la commercializzazione della vita privata perché percepivano trasparenza, coerenza, onestà. Ferragni non fingeva di essere altro, era esplicitamente un’imprenditrice che monetizzava la propria immagine e questo era parte integrante dell’appeal del suo brand.

Il cortocircuito del pandoro gate

Il caso Balocco ha spezzato questo patto. Non per questioni giuridiche complesse, ma per una dinamica percettiva elementare: l’uso della beneficenza come leva di marketing senza adeguata trasparenza ha creato un corto circuito tra l’immagine costruita e la realtà sottostante.

La collaborazione prevedeva la vendita di pandori brandizzati Ferragni con riferimenti a una donazione all’ospedale Regina Margherita di Torino. L’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha rilevato che la comunicazione commerciale generasse nei consumatori l’aspettativa che l’acquisto del pandoro contribuisse direttamente alla donazione, quando invece la somma era già stata definita contrattualmente a prescindere dalle vendite. Sanzione: oltre un milione di euro per pratiche commerciali scorrette.

Il punto non è se ci sia stata una truffa in senso squisitamente penale – visto che il proscioglimento, di fatto, lo esclude – ma che milioni di persone abbiano percepito un inganno. Hanno sentito che la fiducia, il patto implicito su cui si fondava il rapporto con Ferragni, fosse stata tradita: il matrimonio non era così idilliaco, le amiche non erano soltanto delle ragazzine affiatate, i bambini non erano più condivisibili e le amicizie del marito non erano poi così coerenti con i modelli da sempre millantati. Persino la beneficienza era poco chiara, quando nell’economia dei personal brand la percezione è sostanza.

Crisi del personal brand: quando la verità giuridica non ripristina la fiducia

Chi fa impresa mettendoci la faccia e viene coinvolto in procedimenti giudiziari che ne mettano in dubbio la trasparenza perde la partita a prescindere. Sempre o quasi. Il proscioglimento penale non risolve la crisi reputazionale, perché diritto e reputazione operano su binari diversi.

La condanna penale richiede la prova oltre ogni ragionevole dubbio degli elementi costitutivi del reato. In questo caso, la truffa aggravata implica dolo specifico, volontà di ingannare per conseguire un ingiusto profitto, consapevolezza dell’inganno. Se questi elementi non sussistono, se mancano i presupposti di procedibilità, non c’è reato. Ma per la “condanna reputazionale” basta la semplice percezione di scorrettezza, l’ambiguità.

Ed è proprio per questo che la recente dichiarazione di Ferragni sulla “assoluzione da tutti i reati penali” ha generato nuove polemiche invece di chiudere la vicenda. L’imprecisione terminologica – si tratta di proscioglimento, non di assoluzione – è stata letta come incapacità di comprendere la differenza tra innocenza giuridica e responsabilità sostanziale.

L’amplificazione digitale del danno reputazionale

Il caso Ferragni dimostra un altro elemento fondamentale dell’economia digitale: la velocità di diffusione di una crisi nell’epoca digitale. In contesti pre-digitali, una sanzione amministrativa dell’AGCOM avrebbe avuto visibilità limitata, impatto contenuto, capacità di recupero relativamente rapida. Nell’era dei social media, tutto avviene in tempo reale, raggiunge milioni di persone istantaneamente, genera un dibattito pubblico e chiunque può aver voce.

Ogni sviluppo della vicenda dell’influencer – dall’indagine al proscioglimento – è stato dissezionato, commentato, amplificato. La separazione da Fedez si è intrecciata alla crisi professionale, creando una narrazione pubblica complessa e difficilmente controllabile. I professionisti che costruiscono business digitali mettendoci più della faccia devono accettare che il controllo narrativo sia semplicemente un’illusione. Perché si possono gestire i propri canali, ma non la percezione del pubblico; si può comunicare la propria versione dei fatti, ma non impedire che venga contestata, distorta, ribaltata. E nell’economia della reputazione, ciò che conta non è la propria verità, ma la verità percepita dal mercato.

Metterci la faccia è ancora utile? La necessaria maturità del personal brand

Tutto questo significa che metterci la faccia non funziona più? No, significa che non basta più. La personalizzazione del business rimane elemento fondamentale nell’economia contemporanea. I consumatori comprano da persone, non da aziende anonime. La fiducia si costruisce attraverso relazioni percepite come autentiche, non attraverso comunicazioni impersonali. Un professionista riconoscibile, credibile e presente ha vantaggi competitivi evidenti rispetto a strutture impersonali.

Ma il caso Ferragni dimostra che il personal brand deve entrare in una fase di maturità, che serve qualcosa in più: la capacità di separare la vita personale da quella privata, nonché quella personale da quella aziendale quando necessario. E servono anche dei protocolli di verifica della comunicazione prima della sua diffusione, perché una revisione legale attenta della collaborazione con Balocco avrebbe impedito tutto questo.

Intanto non si può non notare che l’influencer, in un Paese ad altissima evasione fiscale come l’Italia, abbia pagato più di quanto avrebbe dovuto fare, anche in termini economici, prima di conoscere l’esito processuale. E le si deve riconoscere la capacità di credere ancora nel suo progetto, indipendentemente dalle circostanze estremamente avverse che lo hanno fortemente intaccato. Una verità che nemmeno i commenti al veleno di Selvaggia Lucarelli possono cancellare.

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Ivana Zimbone

Direttrice responsabile

Direttrice responsabile di Partitaiva.it e della rivista filosofica "Vita Pensata". Giornalista pubblicista, SEO copywriter e consulente di comunicazione, mi sono laureata in Filosofia - con una tesi sul panorama dell'informazione nell'era digitale - e in Filologia moderna. Ho cominciato a muovere i primi passi nel giornalismo nel 2018, lavorando per la carta stampata e l'online. Mi occupo principalmente di inchieste e approfondimenti di economia, impresa, temi sociali e condizione femminile. Nel 2024 ho aperto un blog dedicato alla comunicazione e alle professioni digitali.

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