Pensioni, si rischiano 55.000 esodati nel 2027: chi rischia di rimanere senza assegno né stipendio

I sindacati avvertono: molti lavoratori rischiano di non poter contare su un sostegno economico prima di aver raggiunto l'età necessaria per ottenere la pensione

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Secondo l’analisi dell’Osservatorio CGIL, con l’adeguamento alla speranza di vita che dal 2027 sposta in avanti l’età della pensione, ci saranno circa 55.000 nuovi esodati. Migliaia di persone hanno infatti sottoscritto accordi sindacali e aziendali negli anni scorsi facendo affidamento su data di pensionamento che, dal prossimo 1° gennaio, si allontana. Per questi il rischio è quello di rimanere senza stipendio né pensione, per un periodo di tempo che varia da caso a caso.

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Pensioni 2027, chi sono gli esodati che rischiano di rimanere senza coperture

Da quello che è emerso dall’analisi CGIL, basata sulle tendenze di medio-lungo periodo del MEF (ministero dell’Economia e delle Finanze), la platea dei circa 55.000 lavoratori a rischio è composta da persone che hanno cessato l’attività lavorativa affidandosi a strumenti di scivolo verso la pensione, concordati nel 2025 tra azienda, sindacati e lavoratore per gestire il fine carriera in modo anticipato.

Numeri alla mano, la quota maggiore è composta dai 28.000 lavoratori che hanno aderito ai fondi di solidarietà bilaterali. A questi si aggiungono poi gli oltre 23.000 lavoratori in isopensione, seguiti dai lavoratori con contratti di espansione (circa 4.000 persone). Il ricorso a questi strumenti risponde solitamente a una duplice esigenza. Da un lato permette alle imprese di gestire le eccedenze di personale senza ricorrere a licenziamenti di massa, dall’altro offre ai lavoratori un percorso protetto verso il pensionamento.

Il dipendente che decide di aderire può smettere di lavorare con diversi anni di anticipo, mantenendo una continuità di reddito. Durante tutto il periodo di ponte, infatti, il lavoratore riceve un assegno mensile. Inoltre, continua a maturare i contributi previdenziali (pagati dall’azienda), che gli permetteranno di ottenere una pensione piena una volta terminato il periodo di accompagnamento. Il vantaggio per lo Stato è che il costo è interamente a carico del privato (l’azienda). Mentre per l’impresa il beneficio è quello di poter pianificare con precisione i costi della riduzione del personale nel medio periodo.

Tuttavia, il problema nasce dal fatto che tutti gli accordi firmati entro il 31 dicembre 2025 prevedevano una data di pensionamento che non sarà più valida dal prossimo anno. Poiché la manovra 2026 ha spostato l’età anagrafica e contributiva per accedere alla pensione nel 2027, questi lavoratori rimangono senza tutele. Il sostegno economico pagato dall’azienda cesserà infatti prima del tempo, lasciandoli senza alcuna entrata proprio nei mesi che precedono l’assegno pensionistico dell’INPS.

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Di quanto slitta il traguardo della pensione?

In base alle proiezioni fornite dal MEF, il meccanismo di adeguamento alla speranza di vita dovrebbe comportare, a partire dal 1° gennaio 2027, uno spostamento in avanti dei requisiti pensionistici pari a un mese. Di conseguenza, il requisito anagrafico per accedere alla pensione di vecchiaia passerebbe dagli attuali 67 anni a 67 anni e 1 mese. Per la pensione anticipata la soglia contributiva salirebbe a 42 anni e 11 mesi per gli uomini (rispetto ai 42 anni e 10 mesi attuali). Mentre per le donne si passerebbe a 41 anni e 11 mesi (rispetto ai 41 anni e 10 mesi attuali).

Inoltre, se l’incremento delle speranze di vita venisse confermato anche negli anni a seguire, il meccanismo di adeguamento potrebbe generare ulteriori incrementi biennali. In questo modo l’uscita si sposterebbe ancora di due mesi nel 2029 e fino a tre o quattro mesi negli anni successivi.

Per i lavoratori in “scivolo”, i tempi per ricevere la pensione si allungherebbero ancora di più. Di fatto, il periodo non coperto sarebbe pari a: un mese nel 2027, due mesi nel 2029 e fino a quattro mesi nel 2030.

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Verso una nuova salvaguardia: le possibili soluzioni per i 55.000 esodati

A fronte di questo scenario, le organizzazioni sindacali hanno sollecitato un intervento normativo per evitare che il meccanismo di adeguamento demografico colpisca chi ha già pianificato l’uscita dal lavoro. La richiesta principale, avanzata al governo dalla CGIL, riguarda l’introduzione di una clausola di salvaguardia.

Tale misura permetterebbe ai lavoratori che hanno sottoscritto accordi collettivi o individuali entro il 31 dicembre 2025 di accedere alla pensione mantenendo i requisiti vigenti al momento della firma. Oltre alla cristallizzazione dei requisiti, le parti sociali sottolineano la necessità di garantire la copertura dei contributi figurativi, assicurando che l’intero periodo di transizione sia utile ai fini del calcolo pensionistico, evitando penalizzazioni sull’importo finale dell’assegno. Inoltre, è stato chiesto anche di fornire certezze alle imprese, permettendo di completare i piani di esubero già finanziati, senza dover rinegoziare migliaia di contratti individuali per coprire pochi mesi di carenza reddituale.

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