Per anni l’oro è stato il contrappeso di ogni portafoglio: saliva quando tutto scendeva, assorbiva gli shock e proteggeva il capitale nei momenti peggiori. Nelle ultime settimane, qualcosa si è inceppato. Dall’inizio del 2026 molti investitori hanno visto il lingotto schizzare fin sopra i 5.500 dollari l’oncia per poi cadere rovinosamente, con un calo del 15% coinciso con lo scoppio della guerra in Iran.
Il punto non è solo la perdita in sé. L’asset rifugio per antonomasia, pensato per gestire la volatilità nei momenti di turbolenza, è diventato nei fatti il primo motore della volatilità stessa. In altre parole: l’oro non sta più svolgendo la funzione dell’oro.
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Perché l’oro è sceso proprio mentre scoppiava una guerra
La domanda che si pongono molti risparmiatori è legittima: come mai il lingotto crolla nel mezzo di un conflitto in Medio Oriente, esattamente il tipo di scenario che storicamente ne avrebbe fatto salire le quotazioni?
Claudio Wewel, strategist valutario di J. Safra Sarasin, spiega che il prezzo dell’oro è sceso in primo luogo perché gli investitori hanno cercato di soddisfare il proprio fabbisogno di liquidità nel contesto della correzione degli asset rischiosi. Un meccanismo simile a quello osservato durante la correzione globale legata al Covid nel marzo 2020.
A questo si è aggiunto un secondo fattore. La forte performance dell’oro dall’inizio dell’anno, prima dello scoppio della guerra, ha aumentato gli incentivi a realizzare profitti, accentuando il sell off. Chi aveva comprato a 3.500 o 4.000 dollari si è trovato con guadagni significativi da proteggere, e ha venduto.
Wewel sottolinea poi che due fattori fondamentali per l’andamento dell’oro, il dollaro statunitense e i tassi di interesse, sono tornati a essere determinanti. Sebbene entrambi avessero offerto scarsa capacità esplicativa per la sovraperformance del lingotto nel 2024 e nel 2025, le recenti dinamiche delle aspettative sui tassi di riferimento spiegano piuttosto bene l’entità delle oscillazioni più recenti.
Il ruolo delle banche centrali: da compratori a venditori
Un elemento che ha sorpreso il mercato è il cambio di comportamento delle banche centrali. Per anni sono state tra i principali acquirenti di oro, contribuendo a sostenerne il prezzo. Nelle ultime settimane alcune di esse hanno invertito la rotta.
La banca centrale turca ha venduto 52 tonnellate di oro tra il 27 febbraio e il 27 marzo, portando le riserve nette a 440 tonnellate, il livello più basso da oltre due anni. Nello stesso periodo ha effettuato anche operazioni di swap su 79 tonnellate, prestando di fatto lingotti sul mercato per ottenere liquidità. Nel complesso, vendite e swap valgono quasi 20 miliardi di dollari ai prezzi attuali.
La mossa è dettata dalla necessità di difendere la lira, sotto pressione per l’inflazione che viaggia al 31%. Dall’inizio della guerra, le riserve estere nette della Turchia si sono quasi dimezzate, scendendo a 46 miliardi di dollari.
La Turchia non è però da sola. Lo shock energetico globale sta spingendo anche altri Paesi, tra cui Russia e Polonia, a valutare la vendita di oro per sostenere le rispettive valute o migliorare i conti pubblici. Come osserva Nicky Shiels, analista di MKS Pamp: “Le vendite delle banche centrali sono il principale fattore dietro il calo da 1.000 dollari nelle ultime settimane”, aggiungendo che il mercato aveva sempre dato per scontato che gli istituti centrali rappresentassero un sostegno stabile per i prezzi.
Non tutte le banche centrali si muovono nella stessa direzione. La banca centrale cinese ha acquistato 160.000 once a marzo, il livello più alto da oltre un anno, probabilmente per approfittare dei prezzi più bassi, secondo il World Gold Council.
L’oro come strumento di portafoglio: cosa non ha funzionato
Diego Franzin, head of portfolio strategies di Plenisfer sgr, descrive l’oro come un asset che nelle ultime settimane si è comportato “in modo fragile, con correlazioni elevate e un beta superiore a 1 rispetto al mercato azionario”. Un beta superiore a 1 significa che il lingotto ha oscillato più dei mercati azionari stessi, capovolgendo il suo tradizionale ruolo di stabilizzatore.
La spiegazione tecnica è che l’oro è diventato, negli ultimi anni, vittima del proprio successo. Tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 era percepito quasi come la soluzione a tutti i mali del portafoglio: dalla geopolitica all’inflazione, dal rischio tassi alle possibili tensioni nel mondo del debito privato fino alla semplice esigenza di protezione. Fino a inizio anno circa il 30% della produzione globale finiva direttamente nei forzieri delle banche centrali, a cui si erano aggiunti flussi istituzionali molto consistenti.
Quando il sentiment si è rovesciato, la pressione di vendita si è concentrata su un asset che molti detenevano in quantità elevate. C’è anche un elemento strutturale: in un contesto in cui i rendimenti obbligazionari stanno tornando con forza, l’oro, che a differenza dei bond o delle azioni ad alto dividendo non paga cedole e non consente di generare rendite passive, perde parte del suo appeal.
I dati sulla volatilità storica confermano il cambiamento. Un backtest mostra ad esempio che un investimento in un ETC sull’oro fisico fatto a inizio 2019 avrebbe generato una volatilità complessiva del 13%, piuttosto contenuta. Ma solo nell’ultimo anno la volatilità dello stesso strumento è stata superiore al 23%, più di quella del Nasdaq.
Cosa fare ora con l’oro in portafoglio? Le previsioni 2026
Il dibattito tra gli analisti è aperto. Da un lato c’è chi segnala segnali di stabilizzazione, dall’altro chi mette in guardia da ulteriori ribassi nel breve periodo. Franzin vede “alcuni segnali di stabilizzazione con prezzi nell’area 4.400-4.500 dollari” e indica che “sul piano tecnico, un’area chiave si colloca intorno a 4.100: un eventuale avvicinamento a questi livelli dovrebbe contribuire a ridurre la volatilità”.
Wewel di J. Safra Sarasin ritiene che “il recente ribasso non sia affatto eccessivo” e che “sia ancora troppo presto per dire che l’attuale ciclo rialzista dell’oro sia finito”. Le ragioni fondamentali a sostegno di un rialzo resterebbero valide, anche se nel breve termine i prezzi sono destinati a essere volatili. Un ridimensionamento delle aspettative sui tassi dovrebbe creare un contesto più favorevole.
Sul lungo periodo, le prospettive restano ancorate a fattori strutturali. Massimo Brambilla su Milano Finanza ricorda che i fattori rialzisti sull’oro “permangono numerosi e in aumento”: il risiko geopolitico mondiale sta entrando nel vivo, e le banche centrali rimaste più indietro nelle riserve auree, come Gran Bretagna, Giappone, Cina e India, potrebbero accelerare i propri acquisti in parziale sostituzione del dollaro.
Diversificazione: l’unica risposta certa all’incertezza
L’analisi delle ultime settimane di mercato ha rivelato che nemmeno l’oro è stato in grado di attenuare la perdita di valore del capitale, così come non lo ha fatto il bitcoin nonostante le buone premesse di marzo. E non lo hanno fatto nemmeno i titoli di Stato a tasso fisso, con le quotazioni in calo e il conseguente rialzo dei rendimenti osservato anche sui decennali americani e tedeschi, segnale di timori inflazionistici.
L’unica asset class capace di controbilanciare la perdita di valore di tutte le altre è stata quella dell’energia, petrolio e gas naturale. Un dato che conferma come in uno scenario di shock energetico la diversificazione rimanga l’unica strategia in grado di limitare i danni complessivi del portafoglio, indipendentemente da quanto ci si aspettasse da ciascun singolo asset.
Per chi detiene oro e si chiede se tenerlo o venderlo, Franzin sintetizza la sua posizione: “La verità probabilmente sta nel mezzo. Una volta riassorbiti questi eccessi, l’oro dovrebbe tornare a svolgere il suo ruolo di riserva di valore e di strumento di indipendenza finanziaria nei portafogli”. Una prospettiva di lungo periodo che non elimina la volatilità del breve, ma la contestualizza dentro un quadro più ampio.
Le scelte di portafoglio, in ogni caso, dipendono dalla situazione individuale di ciascun investitore: dall’orizzonte temporale, dalla tolleranza al rischio e dalla composizione complessiva degli asset detenuti. Per valutazioni personalizzate è sempre opportuno rivolgersi a un consulente finanziario abilitato.










Roberto Rais
Giornalista e autore