Si è concluso, in un clima di pragmatica urgenza, il pre-vertice tra i leader UE, presieduto dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e dal cancelliere tedesco Friedrich Merz nel castello di Alden Biesen, a Bilzen. Durante l’incontro – che ha visto la partecipazione di 17 partner europei, tra cui la Francia – è stata definita una strategia comune sui dossier energia, automotive e semplificazione, da presentare al Consiglio europeo del 19-20 marzo 2026.
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Caro energia e carbon tax: la soglia minima esentasse
La questione dei costi energetici per le imprese è oggi uno dei dossier più urgenti del piano che Italia e Germania hanno intenzione di presentare a Bruxelles. In particolare, i due governi sostengono la revisione del sistema CBAM (carbon border adjustment mechanism), che entra a pieno regime nel 2026 e prevede l’applicazione di una tassa sul carbonio sulle merci importate (come acciaio, alluminio e cemento). Quello che chiedono, in questo caso, è di fissare una soglia minima – di 50 tonnellate annue – sotto la quale le imprese, soprattutto le PMI che importano piccoli lotti di componenti in acciaio o alluminio, siano esentate dal pagamento.
Inoltre, la strategia italiana, condivisa con i partner al vertice, prevede di introdurre dei meccanismi che impediscano oscillazioni di prezzo troppo violente causate da operatori finanziari che acquistano quote solo per trarne profitto, senza avere una reale necessità industriale. L’obiettivo è stabilizzare il costo della CO2 per permettere alle imprese di pianificare gli investimenti a lungo termine. Per quanto riguarda invece i prodotti importati da Paesi con standard ambientali più bassi rispetto all’UE, l’Italia chiede una tassa equivalente a quella delle imprese europee.
CBAM, rendicontazione semplificata
Tali proposte si vanno ad aggiungere alla richiesta di semplificazione dei criteri di rendicontazione imposti dal CBAM, definita nel vertice tenutosi a Palazzo Chigi l’11 febbraio 2026. Attualmente, le imprese non devono solo dichiarare quanta merce importano, ma devono fornire i dati esatti sulle emissioni di CO2 prodotte dal fornitore estero. Ottenere dati certificati e affidabili da fornitori in Paesi come Cina, India o Turchia è però difficile.
Se un’impresa non riesce a ottenere i dati reali dal fornitore estero, l’UE applica dei valori standard (valori di default). Questi sono volutamente sovrastimati per spingere le aziende a cercare dati reali. Nel 2026, questi valori standard sono maggiorati del 10% (per poi salire ancora del 20% nel 2027), traducendosi di fatto in un costo extra. Per evitare ciò, quindi, i governi del vertice stanno spingendo per permettere l’uso di autocertificazioni (da parte di chi non riesce ad avere info certe dagli operatori extra UE) o l’applicazione di standard realistici e non gonfiati.
Il dossier auto: non solo elettriche
Sulla questione dei motori, si sostiene invece la neutralità tecnologica. Come spiegato, quello che verrà proposto al Consiglio europeo a marzo è di lasciare più libertà di circolazione alle auto, passando dall’imposizione di una singola tecnologia (l’elettrico a batteria) a un modello basato sulle prestazioni ambientali complessive. In particolare, l’autorizzazione a circolare anche dopo il 2030 non dovrà essere limitata ai soli veicoli con motori elettrici, ma anche ad altri alimentati con tecnologie pulite (E-fuels, biocarburanti e idrogeno), così da non mettere in crisi le fabbriche di auto italiane e tedesche.
Questo perché migliaia di aziende fornitrici, in Italia e Germania, dipendono dalla produzione di motori termici. Un passaggio esclusivo all’elettrico comporterebbe il rischio di rendere obsolete queste competenze prima che le imprese possano completare un processo di riconversione. Al contrario, consentire lo sviluppo di motori alimentati da combustibili alternativi offre a queste realtà industriali il tempo necessario per evolvere tecnologicamente, limitando il rischio di crisi occupazionali sistemiche. Inoltre, secondo i sostenitori di questa linea, l’imposizione di una singola tecnologia rischierebbe di ridurre la concorrenza e di mantenere elevati i prezzi d’acquisto dei veicoli, influenzando l’accessibilità alla mobilità privata.
Meno burocrazia con il “freno d’emergenza”
Nel documento strategico presentato da Italia, Germania e Belgio, c’è anche la semplificazione burocratica. La riduzione dei carichi amministrativi, nel dettaglio, parte dall’introduzione di quello che è stato definito un “freno d’emergenza” per gli Stati membri. Il meccanismo prevede la possibilità di monitorare e, se necessario, sospendere nuove proposte della Commissione che dovessero generare costi di conformità eccessivi per un paese. Attraverso questo, si potrebbe richiedere anche la revisione immediata di una norma, qualora questa fosse ritenuta dannosa per settori industriali.
L’obiettivo è trasformare il ruolo della Commissione da ente regolatore a partner della crescita, evitando che la normativa europea diventi un ostacolo nei confronti di competitor globali come USA e Cina. Il freno agirebbe inoltre come un correttore contro la tendenza alla sovrapposizione di norme. Obbligherebbe quindi le istituzioni di Bruxelles a una valutazione d’impatto più rigorosa e pragmatica, impedendo che nuovi oneri burocratici emergano durante le fasi finali del processo legislativo senza una chiara giustificazione economica.
I rapporti con gli USA e il riarmo europeo
I leader hanno discusso della necessità di un’Europa più forte militarmente, anche per gestire i rapporti con gli Stati Uniti. Tuttavia, l’intenzione non è la rottura con Washington, solo evitare che l’Europa subisca passivamente le decisioni dei grandi competitor globali (USA e Cina).
Accordi commerciali extra UE
Al vertice si è parlato infine di aprire nuovi canali di vendita fuori dall’Europa, con particolare riferimento all’accordo con i paesi del Mercosur (Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay). Per sostenere l’export europeo, la posizione espressa ad Alden Biesen punta a bilanciare la necessità di espansione commerciale con la tutela del mercato interno, basandosi sul principio della reciprocità. Questo concetto implica che l’accesso agevolato al mercato europeo per i paesi terzi debba essere condizionato al rispetto di standard equivalenti a quelli imposti alle imprese comunitarie.
Ogni intesa deve poi ridurre le barriere senza aggiungere nuovi oneri amministrativi (certificazioni doppie, procedure doganali complesse etc). Per le imprese europee, vendere fuori dall’UE deve cioè diventare un processo snello, che elimini le lungaggini burocratiche che oggi rendono difficile per una piccola e media impresa (PMI) approcciarsi a mercati lontani.
Apertura dell’Italia su eurobond
In merito alla questione degli eurobond, Giorgia Meloni ha espresso una posizione di apertura, pur riconoscendo la complessità politica del tema all’interno dell’Unione europea. Durante il punto stampa, la presidente ha precisato che l’argomento non è stato affrontato durante l’incontro tecnico con Friedrich Merz e gli altri 17 partner, poiché la riunione era focalizzata sui dossier energia e semplificazione. Tuttavia, la stessa si è detta personalmente favorevole, descrivendoli come uno dei grandi strumenti di cui l’Europa discute da tempo per finanziare progetti comuni. Subito dopo ha però sottolineato che si tratta di un tema divisivo, su cui le posizioni tra i partner europei rimangono diversificate.
Infatti, lo strumento del debito comune – destinato ai comparti difesa e intelligenza artificiale – è stato recentemente rilanciato dal presidente francese Emmanuel Macron, ma ha incontrato la ferma opposizione del leader tedesco Friedrich Merz.










Redazione
Il team editoriale di Partitaiva.it