In Italia circa 3 milioni di lavoratori svolgono attività a tempo pieno con una retribuzione che non supera i tre euro l’ora: il lavoro sottopagato riguarda molti settori, non soltanto quello turistico, tipicamente associato al precariato. C’è chi fugge dallo sfruttamento e chi lo accetta per disperazione, fino a quando non trova un’occasione migliore. Il lavoro sottopagato potrebbe essere semplice da individuare e contrastare: si nasconde, infatti, dietro a precise forme contrattuali e di collaborazione. Estirpare questa piaga è necessario non soltanto per dare dignità al lavoro, ma anche per mettere al riparo le imprese che rispettano i diritti dei lavoratori dalla concorrenza sleale di chi non lo fa. E mentre si attende una soluzione politica alla questione, c’è chi è riuscito a trovare un sistema per incrociare domanda e offerta di lavoro in un settore “ad alto tasso di sfruttamento” come la ristorazione.
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Lavoro sottopagato, una piaga che affligge l’Italia
Contratti precari, orari sfiancanti e condizioni di lavoro disumane: questa è la fotografia di un Paese dove il lavoro, anziché nobilitare l’uomo, lo spinge nella trappola dello sfruttamento. L’ultimo caso emblematico è quello del giovanissimo animatore scappato da Rimini poche ore dopo l’ingresso nell’hotel dove avrebbe dovuto iniziare a lavorare per poco più di tre euro l’ora. Esempi ed esperienze simili ce ne sono parecchie, raccontate in prima persona sul web da chi le ha vissute.
Basti pensare che in Italia ci sono oltre sei milioni di lavoratori che arrivano a malapena a mille euro mensili di stipendio, a fronte di un impegno full time. In una delle sue ultime analisi sulle retribuzioni orarie nel settore privato, la Cgil ha evidenziato circa 2,8 milioni di lavoratori dipendenti con una paga oraria inferiore a 9,5 euro. Tra questi ci sono soprattutto apprendisti, lavoratori con contratti a termine e occupati nelle piccole imprese.
Questo non è un lavoro: dove si nasconde il lavoro sottopagato
Partitaiva.it ha intervistato Giampiero Falasca, avvocato e autore del libro “Questo non è un lavoro”, una raccolta di storie di lavoratori sottopagati che non riescono ad arrivare a fine mese e non godono di alcuna tutela. Una piaga che coinvolge in Italia “circa 3 milioni di persone che purtroppo hanno delle irregolarità contrattuali e uno stipendio sotto la soglia di decenza, su un totale di circa 24 milioni di occupati”.
Molto spesso si crede che la contrattazione prediletta per questo tipo di sfruttamento riguardi il contratto a termine o il contratto in somministrazione, che sono decisamente flessibili, ma comunque assicurano stipendi regolari. “Lo sfruttamento, in realtà, sta nelle false partite IVA e nelle false collaborazioni coordinate e continuative, così come negli appalti illeciti fatti solo per applicare contratti pirata”. E poi ci sono i “finti stage“, spesso usati per pagare e tutelare meno chi lavora.
Il salario minimo? “Utile sulla contrattazione collettiva”
Da tempo, ormai, resta acceso il dibattito sul salario minimo, uno strumento importante per contrastare il lavoro sottopagato, ma non certo la soluzione definitiva per tutte le sue sfumature. “Il salario minimo non avrebbe impatto sulle false partite IVA o sui contratti di collaborazione coordinata e continuativa, ma piuttosto avrebbe un impatto significativo sulla contrattazione collettiva – continua Falasca -. Per contrastare il lavoro sottopagato, quindi, servono interventi più strutturali”.
Lavoro sottopagato, come combatterlo
Secondo l’avvocato Falasca, per combattere davvero il lavoro sottopagato bisogna:
- potenziare le ispezioni, che sono ancora troppo poche e fanno “inciampare” molti imprenditori nel lavoro nero o sottopagato;
- adottare una legislazione del lavoro più semplice che favorisca la flessibilità e garantisca meno vincoli sui contratti a termine;
- investire su relazioni industriali.
“La dignità del lavoro non è una scelta, ma un imperativo collettivo: servono impegno, strumenti e consapevolezza sia dalla parte delle istituzioni sia da quella dei consumatori. Solo così è possibile costruire un mercato del lavoro giusto e sostenibile”, precisa l’avvocato.
Restworld, la startup che fa da “ponte” tra domanda e offerta
Fortunatamente esistono delle aziende virtuose che dimostrano la possibilità di applicare condizioni dignitose per i lavoratori in qualsiasi settore produttivo. “Pagare meglio non significa automaticamente aumentare le spese, ma piuttosto dover organizzare il lavoro in modo più efficiente. Usare strumenti digitali per ottimizzare turni e processi permette di ridurre sprechi e inefficienze”. A spiegarlo è Luca Lotterio, CEO e co-fondatore di Restworld, una startup nata dall’unione tra la ristorazione vissuta sul campo e la psicologia del lavoro, che punta a far incontrare domanda e offerta.
Anche Lotterio, per pagarsi gli studi, ha lavorato come cameriere in Italia e all’estero per un certo periodo vivendo in prima persona “le classiche dinamiche di turni massacranti da 15 ore, stipendi bassi con fuori busta e una scarsa attenzione alla formazione”. Sono state proprio queste esperienze a insegnargli che il lavoro in questo settore richiede disciplina, resilienza e un forte spirito di squadra. “Ho capito quanto sia facile, purtroppo, che il valore delle persone venga sottovalutato“, spiega a Partitaiva.it. Così, alla base di Restworld c’è l’ambizione di “costruire un ponte tra i due mondi: un sistema che aiuti i ristoratori a trovare staff qualificato e allo stesso tempo permetta ai lavoratori di accedere a opportunità migliori, più trasparenti e sostenibili”.
Come funziona Restworld per i lavoratori della ristorazione
Dal 2020 Restworld prova a garantire un lavoro dignitoso e ben retribuito alle persone che operano nella ristorazione. “Attraverso la vetrina gratuita ogni ristorante può presentarsi in modo professionale e ricevere candidature dirette”, fa sapere il CEO. Esistono poi dei pacchetti a pagamento come agenzia per il lavoro di ricerca e selezione, grazie ai quali i recruiter selezionano e propongono solo candidati realmente in linea con le esigenze dei clienti. In tutto ciò anche la tecnologia svolge un ruolo fondamentale: utilizzando l’AI, spiega Lotterio, “rendiamo il processo veloce, scalabile e soprattutto etico, riducendo il turnover e aumentando la soddisfazione di chi lavora e di chi assume”.
I risultati e il successo di questo modello
Il modello Restworld funziona e a confermarlo sono i dati: “Siamo passati da poco più di 100.000 euro di fatturato del 2022 a oltre 1 milione di fatturato, in un mercato estremamente competitivo come quello della ristorazione e dell’Horeca. Questi risultati hanno permesso a Restworld di entrare nella classifica delle 100 startup a più rapida crescita del sud Europa per il 2025″, aggiunge Lotterio. Adesso l’obiettivo del gruppo è quello di “cambiare la percezione del lavoro nella ristorazione, in Italia e all’estero, trasformandolo da lavoro precario e sottopagato a lavoro ‘di serie A’. Un progetto lungo, complesso e ambizioso, che partendo dal basso arriverà a cambiare completamente il paradigma dell’intero settore”.
Laura Pellegrini
Giornalista e content editor