IMU 2026, la classifica delle città più care: dove si paga di più e dove meno

L'acconto dell'IMU per le seconde case è in scadenza lunedì 15 giugno, ma l'impatto sui bilanci di chi possiede un patrimonio immobiliare non sarà affatto uguale per tutti

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Nonostante si tratti di un adempimento fiscale regolato da una cornice normativa nazionale, il costo effettivo dell’IMU nel 2026 varia da comune a comune. Secondo un recente studio condotto dalla UIL (Unione italiana del Lavoro), l’imposta municipale propria presenta infatti divari territoriali macroscopici. Si passa dalle cifre record registrate in alcune città fino ai costi più contenuti in altre.

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IMU 2026, la classifica delle città più care

Dai dati emersi dalla ricerca, la città in cui l’IMU raggiunge i livelli più elevati in assoluto è Roma, dove l’imposta arriva alla cifra stellare di 3.499 euro l’anno, imponendo un acconto immediato pari a 1.749 euro. Non è da meno Milano, che si posiziona al secondo posto di questa classifica, con un costo complessivo annuo di 2.957 euro (di cui 1.479 euro da corrispondere con l’acconto).

A seguire, tra le grandi città caratterizzate da un prelievo particolarmente gravoso per i contribuenti, troviamo:

  • Venezia, con 2.335 euro all’anno (1.168 euro di acconto);
  • Torino, con 1.984 euro all’anno (992 euro di acconto);
  • Firenze, con 1.973 euro all’anno (986 euro di acconto).
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Dove l’IMU è meno cara

Sul fronte opposto della classifica si collocano le realtà urbane in cui il prelievo fiscale risulta decisamente più sostenibile per i privati e per i bilanci delle attività economiche. La città più economica d’Italia è Palermo. Nel capoluogo siciliano l’IMU si ferma a soli 391 euro l’anno, richiedendo un acconto di appena 195 euro.

Subito dopo Palermo incontriamo una serie di città dove il prelievo è inferiore:

  • Cosenza, con 395 euro all’anno (197 euro di acconto);
  • Enna, con 460 euro all’anno (230 euro di acconto);
  • Gorizia, con 484 euro all’anno (242 euro di acconto);
  • Caltanissetta, con 485 euro all’anno (242 euro di acconto).
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Abitazioni principali di lusso, in quali Comuni si paga di più

Lo studio della UIL estende l’analisi anche alle abitazioni principali di lusso, che per legge non beneficiano dell’esenzione totale dal pagamento dell’imposta prevista per le prime case ordinarie. In questo specifico segmento immobiliare, le posizioni di vertice si invertono parzialmente: la città più cara d’Italia diventa infatti Venezia, dove l’imposta sui beni di pregio tocca i 3.001 euro annui (con un acconto di 1.501 euro). Roma si attesta subito dietro, posizionandosi al secondo posto con un costo di 2.888 euro l’anno (1.444 euro di acconto).

Sul versante opposto della classifica, le città capaci di garantire il prelievo più basso per le prime case di lusso sono Agrigento, con appena 278 euro l’anno (139 euro di acconto), e nuovamente Caltanissetta, staccata a quota 385 euro annui (193 euro di acconto).

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Perché l’imposta non è uguale per tutti

Le marcate differenze di costo che emergono da Nord a Sud del Paese non sono casuali, ma dipendono direttamente da una pluralità di fattori gestionali e normativi. In primo luogo, poiché ogni amministrazione locale ha la facoltà di manovrare le percentuali di prelievo entro i limiti stabiliti dallo Stato (con variazioni significative anche tra comuni limitrofi), a pesare sono i differenti livelli di fabbisogno finanziario degli enti locali abbinati alle precise scelte politiche e fiscali compiute dalle singole amministrazioni comunali.

L’IMU rappresenta infatti una delle primarie fonti di finanziamento per i Comuni, indispensabile per garantire l’erogazione dei servizi fondamentali sul territorio. Di fronte alle crescenti complessità e alle esigenze stringenti di bilancio, la tendenza generalizzata degli enti è quella di mantenere elevata o incrementare la pressione fiscale sulle proprietà.

Ad amplificare questa distorsione si aggiunge poi la mancanza di interventi sul catasto, che non viene aggiornato da tanti anni. Di conseguenza, le tasse che si pagano sugli immobili spesso non rispecchiano il loro reale valore di mercato, creando un effetto domino su tutta la gestione economica dei beni.

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