In Italia il 69% dei giovani vuole cambiare lavoro: 1 su 5 punta a mettersi in proprio, ma ecco quali competenze mancano

La spinta all'autoimprenditorialità si scontra con il gap di competenze

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Tra un precariato diffuso, la piaga degli stipendi bassi rispetto al resto d’Europa e un costo della vita elevato che morde il potere d’acquisto, in Italia i giovani che vogliono cambiare lavoro perché non si sentono appagati sono sempre di più. Molti scelgono la via della fuga di cervelli all’estero, ma chi resta dimostra un’inaspettata e forte reazione adattiva, puntando tutto sull’autoimprenditorialità.

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Il sondaggio Swg: voglia di cambiare e sogni di impresa

A tracciare i contorni di questa tendenza è una ricerca realizzata da SWG e Junior achievement Italia, che evidenzia come da un lato ci sia nei giovani una forte determinazione a crescere dal punto di vista professionale, mentre dall’altro una diffusa consapevolezza di non possedere gli strumenti adatti a raggiungere tali obiettivi, a causa di un significativo divario nelle competenze operative.

Dal sondaggio – condotto su un campione di 1.267 persone tra i 18 e i 74 anni – è emerso che tra i giovani lavoratori di età compresa tra i 18 e i 29 anni il 69% dichiara di voler cambiare lavoro entro tre anni. Di questi, il 22% (praticamente uno su cinque) esprime invece il desiderio di avviare una propria attività autonoma e il 31% punta a costruire un proprio progetto indipendente nel corso del tempo.

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Le competenze che mancano a chi vuole avviare un’attività

Nonostante la voglia di fare, gli strumenti pratici per tradurre queste ambizioni in realtà scarseggiano. Valutando le proprie capacità in decimi, il campione evidenzia voti insufficienti o appena sufficienti nelle metriche chiave per il mercato del lavoro odierno:

  • la capacità di presentare un’idea si attesta a 6,1, mentre quella per lavorare ai progetti scende a 5,9;
  • la propensione a prendere decisioni si ferma a 5,8.
Competenza chiaveValutazione media (in decimi)Stato della competenza
Capacità di presentare un’idea6,1Appena sufficiente
Competenze per lavorare ai progetti5,9Insufficiente
Propensione a prendere decisioni5,8Insufficiente

Questo deficit operativo si riflette sull’insoddisfazione personale:

  • il 35% dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni si dice poco soddisfatto della propria capacità di adottare soluzioni innovative;
  • il 40% della fascia 25-29 anni soffre la mancanza di strumenti nella gestione di problemi e imprevisti.
Fascia d’etàAmbito di insoddisfazione operativaPercentuale di giovani insoddisfatti
18-24 anniCapacità di adottare soluzioni innovative35%
25-29 anniMancanza di strumenti nella gestione di problemi e imprevisti40%
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Le cause del mismatch: una formazione senza educazione imprenditoriale

I motivi di questo mismatch tra le necessità delle aziende e la preparazione dei giovani sono di natura strutturale. Più della metà dei giovani lavoratori (il 55% dei 18-24enni e il 50% dei 25-29enni) non ha mai ricevuto alcuna forma di educazione imprenditoriale, né tra i banchi di scuola né in altri contesti formativi.

Solo il 45% degli under 24 ha avuto accesso a percorsi orientati all’auto-imprenditorialità, intesa come l’abilità di trasformare un’idea astratta in un progetto.

Il volontariato di competenze, il modello che unisce scuola e PMI

Per invertire la rotta e rispondere al deficit formativo, Junior achievement Italia ha sviluppato un modello che chiama in causa direttamente il tessuto produttivo e le PMI: il volontariato di competenze.

Attraverso la collaborazione con le aziende partner, professionisti e manager entrano nelle aule scolastiche per affiancare i docenti e integrare la didattica tradizionale con lo sviluppo di competenze orizzontali (soft skills) spendibili in qualunque percorso.

Nell’anno scolastico 2024-2025, questa sinergia ha dato vita a quasi 503mila esperienze educative in 587 scuole italiane, grazie al supporto di oltre 100 aziende dislocate su tutto il territorio nazionale.

Misurare l’impatto: il valore economico e sociale dello SROI

I benefici di questo modello formativo non sono solo teorici, ma misurabili commercialmente. Un’analisi SROI (social return on investment), sviluppata con Human foundation sul programma principale di JA “impresa in azione”, dimostra che l’educazione imprenditoriale genera un ritorno economico e sociale ad altissimo impatto per l’intera filiera.

Gli studenti che partecipano ai programmi registrano una crescita netta del proprio potenziale: +37% nelle competenze di team working, +32% nella comunicazione, +30% nel problem solving e un forte balzo del +74% nella motivazione a proseguire gli studi.

I moltiplicatori del valore sociale generato per ogni euro investito evidenziano l’efficacia del programma.

Destinatario dell’InvestimentoRitorno Sociale per ogni € spesoIndicatori di Impatto Rilevati
Studenti4,30 euro+59% conoscenze finanziarie di base; +21% autoefficacia; +25% determinazione sul futuro lavorativo.
Volontariato d’Impresa2,46 euroSviluppo di sinergie sul territorio e trasferimento di competenze pratiche.
Docenti2,71 euro+85% capacità di coinvolgere la classe; +71% propensione a innovare la didattica.

I dati analizzati confermano che l’educazione imprenditoriale non serve esclusivamente a creare nuovi datori di lavoro, ma a formare collaboratori pronti, resilienti e proattivi, capaci di portare innovazione interna.

Per i professionisti e le piccole e medie imprese, supportare questi percorsi e investire sulla formazione orizzontale dei giovani riduce il mismatch occupazionale, valorizza l’innata spinta all’autonomia delle nuove generazioni e crea un ecosistema lavorativo più solido e competitivo, capace di frenare la fuga di talenti.

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