Grazie all’entrata in vigore della nuova direttiva europea (nota come DAC8) e al potenziamento dei sistemi di controllo automatico dell’Agenzia delle Entrate, le piattaforme per i pagamenti digitali – come PayPal, Revolut e Wise – diventano a tutti gli effetti dei portafogli privati a cui il Fisco può accedere. L’idea che i conti online, aperti all’estero, siano una sorta di zona franca, invisibile ai controlli, è quindi da considerare ormai superata. Non si tratta più di verifiche manuali avviate a seguito di una segnalazione, ma di un monitoraggio proattivo, che farà scattare automaticamente un alert ogni volta che un’operazione viene considerata sospetta.
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Controlli su PayPal, Revolut e Wise: chi rischia
Secondo il piano integrato di attività e organizzazione (PIAO) dell’Agenzia delle Entrate, per il triennio 2026-2028 sono previsti oltre 395.000 accertamenti digitali. Grazie al potenziamento dei sistemi di analisi di Sogei, la società che cura i sistemi informatici del ministero dell’Economia, verranno utilizzati algoritmi capaci di confrontare, quasi in tempo reale, le fatture elettroniche emesse con i movimenti di denaro sui portafogli digitali come PayPal, Revolut o Wise.
Se il sistema rileva che su un conto online arrivano dei pagamenti legati all’attività professionale che però non corrispondono a nessuna fattura registrata, scatta in automatico un alert. Nella maggior parte dei casi, questo porta all’invio di una lettera di compliance, un invito da parte del Fisco a controllare i propri conti e, se necessario, a mettersi in regola spontaneamente prima che parta un vero e proprio accertamento.
Per evitare complicazioni e verifiche aggiuntive, nel 2026 ogni incasso digitale deve avere la sua traccia fiscale corrispondente.
Conti online: cosa succede se non si aggiornano i dati
Con l’applicazione della direttiva europea DAC8 (recepita in Italia dal decreto legislativo n. 194/2025), tutti gli operatori che offrono servizi di moneta elettronica o gestione di asset digitali nei Paesi dell’Unione europea sono obbligati per legge a comunicare alle autorità fiscali i dati dei propri utenti.
Infatti, molti hanno ricevuto o stanno ricevendo via email e tramite app la richiesta di inserire nei propri profili informazioni mancanti (come la residenza, il codice fiscale o partita IVA, un documento di identità aggiornato). Non si tratta di semplici messaggi informativi, ma di passaggi obbligatori per la cosiddetta “adeguata verifica”. Infatti, come previsto dalla normativa, entrata in vigore dal 1° gennaio 2026, chi riceve queste richieste e non risponde dopo due solleciti rischia di non poter più accedere al proprio portafoglio online.
Trascorsi 60 giorni dalla prima richiesta, se i dati non vengono forniti, l’operatore finanziario è tenuto a bloccare l’operatività del conto. Come sta accadendo a molti in questi giorni, questo significa non poter più effettuare pagamenti, ricariche o prelievi finché la posizione non viene regolarizzata.
Collegamento POS-registratore telematico: scadenze e sanzioni
Molti imprenditori e professionisti usano PayPal, Revolut e Wise non solo per ricevere bonifici, ma come veri e propri sistemi di incasso elettronico (tramite link di pagamento, QR code o pulsanti sul sito web). Per il Fisco, questi sono considerati POS virtuali e la nuova legge stabilisce che ogni strumento che accetta pagamenti elettronici deve essere abbinato al sistema con cui si emettono gli scontrini (il registratore telematico o la procedura web dell’Agenzia delle Entrate).
Dal 5 marzo 2026, l’Agenzia delle Entrate ha messo a disposizione sul proprio portale il servizio “fatture e corrispettivi”, che permette di effettuare l’abbinamento virtuale tra gli strumenti di incasso elettronico (come i conti PayPal, Revolut) e il registratore telematico dell’attività. Per chi utilizzava già questi strumenti a inizio anno, c’è tempo fino al 20 aprile 2026 per accedere all’area riservata e confermare il collegamento, che serve per dichiarare che i flussi di denaro su quegli account sono correlati ai corrispettivi certificati dall’impresa o dal professionista.
L’obiettivo è incrociare i dati. L’Agenzia riceve già dalle banche e dai circuiti esteri l’elenco di quanto incassato elettronicamente. Se questi incassi non risultano accoppiati a uno scontrino o a una fattura nel sistema dell’Agenzia, scatta l’anomalia. In assenza di questo collegamento formale nel portale, il Fisco potrebbe considerare quegli incassi come entrate in nero, anche se il commerciante ha emesso regolarmente lo scontrino, poiché il sistema invia i due dati su binari separati.
Sanzioni fino a 4.000 euro
La sanzione per il mancato collegamento, infatti, non colpisce solo chi non ha il POS, ma anche chi ce l’ha e non lo ha censito e collegato correttamente al sistema degli scontrini. L’omissione del collegamento formale comporta una sanzione amministrativa compresa tra 1.000 e 4.000 euro, la stessa cifra prevista per la mancata installazione del registratore di cassa (Art. 2, co. 5, decreto legislativo 127/2015). Inoltre, in caso di ripetute violazioni (4 sanzioni in 5 anni), si rischia la sospensione della licenza o dell’attività da 3 giorni a un mese.
Cripto-attività: addio alle franchigie
I controlli dell’Agenzia delle Entrate non interesseranno solo le entrate e le uscite di professionisti ed esercenti, ma anche molti wallet digitali, che integrano la possibilità di detenere asset digitali. Fino al 2025, esisteva una soglia di esenzione (la cosiddetta franchigia di 2.000 euro). Se le plusvalenze su bitcoin e altre criptovalute totali non superavano questa cifra, non era necessario pagare tasse né dichiarare le plusvalenze detenute su questi portafogli online. Con la manovra 2026, però, l’esenzione è stata eliminata dal 1° gennaio.
Di conseguenza, anche un guadagno minimo, come quello derivante dalla vendita di una piccola frazione di bitcoin su PayPal o Revolut, deve essere obbligatoriamente dichiarato e tassato. Per le operazioni effettuate nel 2026, l’imposta sostitutiva è salita dal 26% al 33%. L’unica eccezione riguarda gli e-money token ancorati all’Euro (come le stablecoin in euro conformi al MiCAR), che restano tassati al 26%.
Il rischio del “costo zero” e la prova documentale
In sede di verifica, l’Agenzia delle Entrate richiede la prova analitica del prezzo sostenuto per l’acquisto degli asset venduti tramite piattaforme come PayPal o Revolut. In assenza di una documentazione chiara e tracciabile, come i report periodici in formato PDF generati direttamente dalla piattaforma, l’amministrazione finanziaria applica una presunzione legale e considera il costo d’acquisto degli asset pari a zero.
Ad esempio, nel caso di una vendita di criptovalute per un controvalore di 1.000 euro, l’impossibilità di documentare il prezzo d’acquisto comporta l’applicazione dell’imposta del 33% sull’intero importo incassato. La tassazione ammonterebbe quindi a 330 euro, anziché essere calcolata unicamente sull’effettivo guadagno realizzato.
Adempimenti obbligatori
Nonostante l’introduzione di nuovi sistemi digitali e algoritmi di controllo, le regole per chi possiede conti all’estero (inclusi i wallet digitali) non sono cambiate. Restano infatti in vigore due obblighi principali che dipendono da quanto denaro si sposta o si detiene su queste piattaforme. Il primo riguarda il monitoraggio fiscale, che impone di comunicare al Fisco l’esistenza di un conto estero qualora il saldo abbia superato i 15.000 euro anche solo per un unico giorno nell’arco dell’anno. Quindi, se per un acquisto rilevante o un trasferimento temporaneo il conto PayPal o Revolut tocca quella soglia, scatta automaticamente l’obbligo di inserire i dati nella dichiarazione dei redditi attraverso il quadro RW (per chi presenta il modello Redditi) o il quadro W (per chi presenta il 730).
Al monitoraggio si affianca poi l’imposta patrimoniale, nota come IVAFE, che rappresenta una vera e propria tassa del tutto simile all’imposta di bollo applicata sui conti correnti italiani. Per le persone fisiche, questa imposta è fissa e ammonta a 34,20 euro all’anno per ogni conto posseduto, ma il pagamento è dovuto soltanto se la giacenza media annua, ovvero la media dei risparmi mantenuti sulla piattaforma durante i dodici mesi, supera i 5.000 euro. Se la media resta al di sotto di questa cifra, l’utente non è tenuto a versare nulla.














Redazione
Il team editoriale di Partitaiva.it