Stop alla cannabis light: 3 mila imprese a rischio dopo il DL Sicurezza

In discussione alla camera un emendamento al DL Sicurezza, che andrebbe a rendere illegale nella sua interezza il commercio e la produzione di infiorescenze di canapa. Le associazioni di categoria sul piede di guerra.

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  • La filiera agroindustriale della canapa italiana, con un fatturato annuo di 500 milioni e 15.000 posti di lavoro, potrebbe scomparire a causa di un emendamento del DL Sicurezza che vieta la produzione e il commercio delle infiorescenze di canapa, indipendentemente dal contenuto di THC.
  • Diverse associazioni di settore hanno chiesto aiuto alla Commissione Europea, denunciando che questo emendamento violerebbe le normative comunitarie sulla libera circolazione delle merci e la libera concorrenza.
  • Secondo le imprese coinvolte, la situazione potrebbe potenzialmente rappresentare un doppio svantaggio per l’Italia, bloccando un settore in espansione e impedendo al Paese di assumere un ruolo di leadership nel mercato emergente della canapa.

Un’industria da 500 milioni di fatturato su base annua e 15.000 posti di lavoro potrebbe presto scomparire. Lo denuncia la filiera agroindustriale della canapa italiana, che chiama in causa Bruxelles per fermare un emendamento del DL Sicurezza, attualmente in esame alla Camera, volto a vietare categoricamente la produzione e il commercio delle infiorescenze di canapa e derivati.

Attualmente, questi prodotti sono legali, purché presentino un contenuto di THC inferiore allo 0,6%. Tuttavia, l’intera filiera, che comprende aziende cosmetiche, florovivaistiche, di integratori alimentari ed erboristeria, potrebbe presto essere in pericolo.

Una mossa che potenzialmente potrebbe mettere a rischio anche la credibilità dell’Italia in Europa: secondo le associazioni di categoria, una norma simile sarebbe infatti incompatibile con quelle europee sulla libera concorrenza e circolazione delle merci.

Cosa prevede l’emendamento sulla canapa del DL Sicurezza?

L’emendamento mira a modificare la legge del 2016 che legalizzava le infiorescenze di canapa con un contenuto di THC inferiore allo 0,6%, andando a vietare produzione e commercio anche dei loro derivati, indipendentemente dal loro contenuto di THC e a prescindere dall’impiego, equiparando quindi anche la cosiddetta “cannabis light” a quella illegale.

Tuttavia, oggi sono innumerevoli i prodotti contenenti infiorescenze: semi, pasta, pane, oli, creme e liquidi per sigarette elettroniche. Si tratta di un’industria che conta oltre 3.000 aziende, attualmente in bilico. Il provvedimento non solo limita la cosiddetta “cannabis light”, ma riduce la disponibilità di tutti i prodotti, inclusi quelli a basso contenuto di THC, che non hanno effetti psicotropi.

Le restrizioni sono giustificate dal governo con l’intento di tutelare la salute pubblica, nonostante manchino evidenze scientifiche rilevanti che supportino rischi per la salute derivanti dall’uso di infiorescenze di canapa con bassi livelli di THC.

Una proposta della Lega vorrebbe addirittura vietare qualsiasi immagine o disegno promozionale della pianta di canapa, con pene severe per i trasgressori. Ne abbiamo parlato con Beppe Croce, presidente di Federcanapa:

La questione è molto grave, non solo per il settore della cannabis light, ma anche per coloro che estraggono legittimamente principi attivi non stupefacenti dalle infiorescenze di cannabis, come il CBD, non stupefacente e per questo del tutto legale secondo le direttive UE“.

C’è molto dibattito sui principi attivi ammissibili derivanti dalle infiorescenze della canapa, ma in pochi conoscono le differenze.

Nella canapa, indipendentemente dalla varietà e dalla specie, esistono più di 140 cannabinoidi. Queste molecole bioattive interagiscono con il nostro organismo grazie alla presenza di endocannabinoidi, molecole analoghe già presenti nelle nostre cellule.

Tra questi cannabinoidi, il più noto è il THC, il principio attivo responsabile degli effetti stupefacenti della marijuana. In ogni varietà di canapa, la concentrazione di ciascun principio attivo però varia. Nelle varietà industriali, quelle consentite dalla legislazione italiana ed europea, il THC è presente infatti in quantità molto basse proprio per evitare effetti stupefacenti, mentre l’altro principio attivo conosciutissimo, il CBD, o cannabidiolo, è presente in quantità elevate.

Il CBD, pur non avendo proprietà stupefacenti, possiede molteplici proprietà terapeutiche, in particolare come analgesico. Viene utilizzato per trattare malattie gravi e sembra essere efficace nella lotta contro alcuni tipi di tumore, come evidenziato da vari studi scientifici [NDR, uno degli studi più celebri è Mechanisms of Cannabidiol (CBD) in Cancer Treatment, condotto dall’Università di Miami]

Oltre all’uso farmaceutico, il CBD è impiegato anche in cosmetica per le sue proprietà lenitive contro gli arrossamenti e come calmante. Viene inoltre utilizzato in erboristeria e come integratore alimentare. Tuttavia, in questo caso, la normativa europea richiede già un’autorizzazione speciale per il suo impiego come additivo alimentare, autorizzazione concessa esclusivamente dall’Unione Europea“.

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Le imprese chiedono aiuto a Bruxelles

Diverse associazioni di settore italiane, tra cui Canapa Sativa Italia, Imprenditori Canapa Italiana, Resilienza Italia Onlus e Sardinia Cannabis, hanno espresso preoccupazioni riguardo alla compatibilità di questo emendamento con le normative comunitarie.

In una lettera alla Commissione Europea, hanno spiegato come il divieto proposto potrebbe violare il principio di libera circolazione delle merci e la libera concorrenza, sanciti dagli articoli 34 e 36 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (Tfue).

Ma la crociata del governo contro la cannabis light non è iniziata oggi. Lo scorso agosto, il ministero della Salute aveva già inserito nel testo unico sugli stupefacenti anche i prodotti per somministrazione orale a base di CBD, il cannabidiolo ottenuto da estratti di cannabis.

Questo nonostante una sentenza della Corte di Giustizia dell’Ue del 19 novembre 2020 stabilì che il CBD non può essere considerato uno stupefacente e che la sua commercializzazione non può essere vietata se prodotto legalmente in un altro Stato membro dell’Ue. La stessa Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha specificato che il CBD non deve essere inserito tra le sostanze controllate, perché non crea dipendenza o danni alla salute.

Un potenziale doppio svantaggio per l’Italia

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La sentenza rafforza quindi l’argomento delle associazioni italiane, dimostrando un precedente legale in cui restrizioni simili sono state ritenute contrarie al diritto comunitario. Inoltre, una sentenza del febbraio 2023 del TAR del Lazio ha annullato un decreto interministeriale che poneva restrizioni sulla coltivazione e commercializzazione della cannabis sativa, proprio perché in contrasto con gli articoli 34 e 36 del Tfue.

A livello europeo, il settore della canapa industriale è rappresentato dalla European Industrial Hemp Association (EIHA), che monitora e supporta le imprese del settore.

Anche Lorenza Romanese, direttrice amministrativa di EIHA, ha sollevato una questione cruciale: se l’estratto di canapa sarà approvato dall’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (Efsa) come complemento alimentare, potrebbe circolare in tutta Europa tranne che in Italia, penalizzando così le imprese italiane a vantaggio di quelle di altri Paesi membri.

Si tratta di un doppio svantaggio per l’Italia: da un lato, blocca settori già esistenti, dall’altro, impedisce al Paese di assumere un ruolo di leadership in un settore emergente.

L’emendamento relativo al fiore di cannabis non influirebbe sull’uso delle paglie, ovvero della fibra, del canapulo o dei semi di canapa, che rappresentano altre parti della pianta con notevoli proprietà nutrizionali e salutistiche – precisa Croce – Tuttavia, dal punto di vista degli agricoltori, si ha una pianta che potrebbe offrire un rendimento elevato, ma si è costretti a rinunciare alla parte che fornisce i maggiori vantaggi economici, ovvero le infiorescenze. Questo significa che si potrebbero vendere solo le paglie o i semi, o entrambi, ma con una riduzione del reddito che spesso rende l’attività poco fruttuosa.

Questo rappresenta un rischio anche per altri settori, poiché se da una parte c’è una domanda crescente di canapa in vari ambiti industriali, come il tessile, le costruzioni e gli imballaggi, la fibra e il canapulo hanno prezzi molto più bassi rispetto ai principi attivi come il CBD o i terpeni.

Pertanto, gli agricoltori potrebbero chiedersi perché dovrebbero coltivare una pianta che può causare problemi legali? Questo rischio potrebbe uccidere il mercato interno, poiché arriverebbero dall’estero prodotti a prezzi più convenienti, compresi quelli che la legislazione italiana vorrebbe proibire. Questo l’Italia non può proibire la libera circolazione di prodotti legalmente realizzati in un altro paese europeo“.

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La Convenzione Unica sugli Stupefacenti del 1961

L’interpretazione della Convenzione Unica sugli Stupefacenti del 1961 è un altro elemento centrale nel dibattito. La maggior parte dei Paesi europei interpreta questa convenzione in modo da permettere lo sviluppo di un settore industriale della canapa, mentre Italia e Spagna mantengono una posizione più restrittiva, considerando il fiore di canapa sativa come narcotico.

Divergenza interpretativa che permette al governo italiano di giustificare l’emendamento come una misura di tutela della salute pubblica.

Il presidente di Canapa Sativa Italia, Mattia Cusani, ha evidenziato che la violazione delle norme europee non è solo legata alla normativa proposta, ma anche al mancato coinvolgimento delle istituzioni europee nel processo decisionale.

Normalmente, in questi casi, i Paesi membri devono notificare le nuove normative al sistema di informazione sulle regolamentazioni tecniche (Tris), un meccanismo che permette di concertare eventuali aggiustamenti per evitare violazioni del diritto comunitario. Ad oggi, però, non risulta che il governo italiano abbia notificato l’emendamento al sistema Tris.

Cusani ha anche menzionato che esistono possibili rimedi interni, come sollevare una questione di legittimità costituzionale o arrivare alla disapplicazione della normativa, come già successo in passato.

Tuttavia, il desiderio delle associazioni di settore non è solo di “avere ragione“, ma di “discutere le questioni senza ideologie e pregiudizi, coinvolgendo tutte le parti interessate per prendere decisioni sagge e basate su evidenze scientifiche“. Ma davvero si parla di ideologia? Secondo Croce, sembra proprio di sì.

La ragione ideologica è quella che Salvini ha sollevato in passato riguardo alla cannabis light. Secondo lui, autorizzare l’uso delle infiorescenze potrebbe diventare un pretesto per spacciare marijuana vicino alle scuole o cose di questo tipo. Ma siamo noi stessi, della filiera, a non essere mai stati favorevoli alla proliferazione di prodotti non controllati sul mercato. Abbiamo sempre richiesto una legislazione che regolamentasse adeguatamente il settore, permettendo anche la cannabis light come prodotto da fumo, proprio perchè in quel caso i controlli sarebbero stringenti e non permetterebbero che mai niente di potenzialmente dannoso arrivasse al consumatore finale“.

Perché, come conclude Croce, si rischia di restituire una grossa fetta di mercato, quello della cannabis light, alla criminalità organizzata.

Per noi, la regolamentazione del settore sarebbe la soluzione ideale, garantendo sicurezza sia ai produttori che ai consumatori di questo mercato. Senza regole, c’è il rischio che circolino prodotti di dubbia qualità, potenzialmente davvero pericolosi per la salute. Non è il nostro caso“.

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Francesca Di Feo

Redattrice Partitaiva.it

Classe 1994, immediatamente dopo gli studi ho scelto di intraprendere una carriera nel Project Management in ambito di progetti Erasmus+ per EPS. Questo mi ha portato ad approfondire in particolare le tematiche inerenti alla fiscalità delle PMI, anche se la mia area di expertise risulta oggi molto più ampia in questo ambito. Oggi sono copywriter freelance appassionata di scrittura e di innovazione per le piccole e medie imprese.

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