Ci sono diversi motivi per cui le aziende decidono di lasciare a casa i lavoratori: quando i conti non tornano, quando si perde un cliente importante o quando sono state assunte troppe figure rispetto a quelle necessarie. Negli ultimi mesi, però, sempre più aziende hanno giustificato tagli e licenziamenti del personale con l’introduzione dell’intelligenza artificiale. Un fenomeno che ha un nome preciso: AI washing, ovvero la tendenza a usare l’AI come spiegazione (o alibi) per decisioni che spesso affondano le radici in problemi ben più tradizionali. Ma quanto c’è di vero? E soprattutto, cosa dice la legge?
Indice
- Cosa si intende per AI washing?
- I licenziamenti legati all’AI: Amazon, Pinterest e Atlassian
- Quando l’intelligenza artificiale diventa una “scusa”
- I lavoratori possono contestare questi licenziamenti?
- Algoritmi e decisioni automatiche: i rischi per le aziende
- Il futuro del lavoro: sostituzione o trasformazione?
Cosa si intende per AI washing?
L’AI washing è la pratica ingannevole con cui le aziende esagerano o falsificano l’uso dell’intelligenza artificiale nei loro prodotti o servizi per migliorare la propria immagine o attirare investimenti. Non si tratta di un fenomeno completamente nuovo, ma dell’evoluzione di pratiche già viste in passato, come il greenwashing, applicate però al mondo della tecnologia.
Come spiega l’avvocato Giacomo Conti a Partitaiva.it, si tratta di una pratica ben precisa: “L’AI washing si verifica quando un’azienda esagera, gonfia o inventa di sana pianta l’utilizzo dell’intelligenza artificiale per apparire più innovativa e appetibile agli occhi di investitori e consumatori”.

In molti casi, dietro l’etichetta “AI” si nascondono strumenti molto più semplici come un software statistico, un foglio Excel avanzato o, nei casi peggiori, lavoro umano nascosto. In tempi più recenti questo concetto è stato utilizzato dalle aziende per giustificare licenziamenti o riduzioni del personale che in realtà sarebbero stati effettuati comunque per ragioni economiche o organizzative.
I licenziamenti legati all’AI: Amazon, Pinterest e Atlassian
Tra i casi più recenti di AI washing c’è quello di Amazon, che ha tagliato circa 14.000 posti di lavoro in autunno e poi altri 16.000 durante la riorganizzazione legata all’automazione e all’AI. Ma secondo alcuni esperti, questi tagli servirebbero a finanziare i data center.
Poi è stata la volta di Pinterest che ha tagliato il 15% del personale per “riallocare le risorse a ruoli incentrati sull’intelligenza artificiale”. Ma anche Meta Platforms ha annunciato possibili tagli fino al 20% del personale mentre ha aumentato la spesa per infrastrutture AI.
Lo stesso vale per Atlassian, dove circa 1.600 dipendenti sono stati licenziati nel passaggio strategico verso l’AI. E l’elenco potrebbe andare avanti all’infinito: secondo l’azienda di consulenza Challenger, Gray & Christmas, come riporta il New York Times, “l’intelligenza artificiale è stata citata negli annunci di oltre 50.000 licenziamenti nel 2025”.
Quando l’intelligenza artificiale diventa una “scusa”
Molti osservatori ritengono che l’intelligenza artificiale venga utilizzata come narrazione strategica per giustificare decisioni già prese. Come sottolinea l’avvocato Conti, “l’intelligenza artificiale non è una parola magica che sospende le regole del diritto del lavoro”. In altre parole, non basta dichiarare di aver introdotto l’AI per rendere legittimo un licenziamento.
Dal punto di vista giuridico, licenziare per innovazione tecnologica è possibile, ma a condizioni molto precise. “Non basta uno slogan per tagliare i costi: se il lavoro viene semplicemente redistribuito tra i colleghi e l’AI è solo una facciata, siamo davanti a un caso di AI washing che rende il licenziamento illegittimo”, aggiunge l’esperto. Un altro elemento fondamentale è l’obbligo di repêchage, spesso poco conosciuto: “Prima di licenziare, l’azienda deve dimostrare di aver cercato ogni possibile ricollocazione del lavoratore o di aver valutato una sua riqualificazione”, precisa.
I lavoratori possono contestare questi licenziamenti?
Soprattutto nei casi di grandi aziende, il tema diventa ancora più delicato. “Quando i numeri sono importanti si entra nel campo dei licenziamenti collettivi: non basta una lettera, serve un confronto vero con i sindacati”, fa sapere Conti. Questo significa che i lavoratori non sono privi di strumenti a cui appellarsi:
- possono contestare la reale motivazione del licenziamento;
- possono chiedere verifica sull’effettiva introduzione dell’AI;
- possono impugnare il provvedimento se ritengono che sia solo un pretesto.
Algoritmi e decisioni automatiche: i rischi per le aziende
Un altro fronte critico riguarda l’uso di software per monitorare e valutare i dipendenti. Qui i rischi legali sono molto elevati per le aziende. “Utilizzare algoritmi che monitorano clic, tempi di inattività o produttività per prendere decisioni senza accordo sindacale può configurare un reato”, aggiunge l’avvocato. Il quadro normativo è molto rigido, spiega l’esperto, e si basa su due pilastri:
- lo Statuto dei lavoratori (divieto di controllo a distanza);
- il GDPR, che limita le decisioni automatizzate.
“Il principio è quello del man over machine: il lavoratore ha diritto a non essere sottoposto a decisioni completamente automatizzate”, continua. Le sanzioni, in questi casi, possono arrivare a milioni di euro.
Il futuro del lavoro: sostituzione o trasformazione?
Ma allora l’intelligenza artificiale sostituirà davvero i lavoratori? Secondo l’avvocato Conti, la realtà è molto meno drastica rispetto alla narrazione dominante: “Molte aziende sono ancora lontane da una reale digitalizzazione. Applicare l’AI su processi disordinati è controproducente”, spiega. L’intelligenza artificiale, quindi, non è una bacchetta magica, ma può essere un acceleratore solo per processi già ottimizzati. “Se la base è fragile, amplifica solo gli errori”, commenta.
Più che una sostituzione totale, quindi si tratta di una trasformazione del mondo del lavoro come è successo con l’avvento di Internet: “Alcune professioni spariranno, ma ne nasceranno altre completamente nuove”, conclude Conti. Il cambiamento, però, è già iniziato anche dal punto di vista legale.














Laura Pellegrini
Giornalista e content editor