La geopolitica delle infrastrutture digitali torna al centro dell’attenzione globale. L’Iran ha ipotizzato l’introduzione di tariffe milionarie sui cavi sottomarini di Internet che attraversano lo Stretto di Hormuz. La minaccia di Teheran, pur riguardando un’area geografica circoscritta, solleva preoccupazioni non solo per i colossi del settore tech, ma anche per il sistema bancario e le transazioni finanziarie transfrontaliere tra Europa e Asia.
Per i professionisti e le PMI che operano sui mercati internazionali, comprendere la portata di questo scenario è fondamentale per valutarne i potenziali impatti sul business.
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La proposta di Teheran: canoni e regole per le Big tech
L’indiscrezione, inizialmente diffusa dai media iraniani (in particolare dall’agenzia Tasnim), delinea un piano strategico volto a trasformare lo Stretto di Hormuz – il tratto di mare di 40 km che separa l’Iran dall’Oman – in un polo di generazione di ricchezza. Teheran stima di poter incassare centinaia di milioni di dollari ogni anno attraverso lo sfruttamento della sua zona di influenza. La proposta prevede tre punti chiave:
- canoni di licenza, cioè una tariffa alle aziende straniere per l’utilizzo dei cavi sottomarini;
- conformità legale, ovvero l’obbligo per i giganti della tecnologia (tra cui Meta, Google, Amazon e Microsoft) di operare nel pieno rispetto delle leggi della Repubblica islamica dell’Iran;
- monopolio della manutenzione, con addebito dei costi alle società proprietarie.
Come riportato da The Guardian, l’obiettivo dichiarato nei documenti ufficiali iraniani è quello di rendere lo stretto un hub strategico per l’economia del Paese.
Il nodo legale e la fattibilità tecnica: il parere degli esperti
Dal punto di vista giuridico, i media iraniani sostengono la legittimità della richiesta citando l’articolo 34 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982. Questa norma, legata al regime degli stretti usati per la navigazione internazionale, riconosce la sovranità dello Stato costiero non solo sulle acque superficiali, ma anche sui fondali marini, sul sottosuolo e sullo spazio aereo sovrastante.
A sostegno del piano viene spesso citato l’esempio dell’Egitto, che genera tra i 250 e i 400 milioni di dollari l’anno applicando tariffe simili. Tuttavia, gli analisti fanno notare una differenza sostanziale: nel caso egiziano, i cavi effettuano un passaggio diretto via terra sul territorio nazionale, configurando una situazione giuridica diversa da quella di un puro transito sottomarino.
Sul piano pratico, l’effettiva applicabilità di queste tariffe è fortemente messa in dubbio. Secondo Doug Madory, esperto di infrastrutture Internet intervistato da The Guardian, l’Iran difficilmente riuscirà a imporre questi pagamenti. I motivi sono principalmente due: le sanzioni statunitensi impediscono di fatto alle aziende occidentali di avviare transazioni finanziarie con Teheran; non esiste un sistema che consenta all’Iran di isolare selettivamente il traffico Internet delle singole aziende per richiederne il pagamento.
Cosa succede in caso di taglio dei cavi? I rischi per le PMI e il business
Se l’imposizione di una tassa risulta impraticabile, resta aperta la strada della pressione geopolitica attraverso la minaccia di un danneggiamento dell’infrastruttura. Sebbene i media iraniani abbiano evocato scenari catastrofici parlando di danni da trilioni di dollari per il traffico dati globale, le conseguenze reali sarebbero più localizzate.
I cavi che attraversano lo Stretto di Hormuz rappresentano infatti meno dell’1% della larghezza di banda internazionale. Di conseguenza, un eventuale sabotaggio (tecnologicamente realizzabile solo se l’Iran possiede gli strumenti idonei) provocherebbe un’interruzione totale della rete solo nei Paesi del Golfo.
Gli impatti indiretti sui mercati internazionali
Nonostante la limitata quota di traffico globale, un’interruzione avrebbe ripercussioni significative che superano la semplice navigazione web, toccando settori strategici per le imprese. Si temono possibili blackout informatici capaci di rallentare o bloccare gli scambi e le transazioni transfrontaliere tra Europa, Asia e alcune aree dell’Africa orientale. Il blocco, poi, colpirebbe i sistemi bancari globali, le comunicazioni militari e le infrastrutture dedicate all’intelligenza artificiale.









Redazione
Il team editoriale di Partitaiva.it