Leadership e AI, dall’indipendenza economica all’AI-literacy: “Ecco il nuovo profilo del leader”

L'identikit del manager moderno: tra gestione dei bias algoritmici, autonomia finanziaria femminile e capacità di generare senso.

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leadership 2026

Cosa significa essere leader nell’era della digitalizzazione? Una cosa è certa: la grande sfida è il cambiamento. Ecco perché essere leader significa innanzitutto avere la capacità di stare al passo con i tempi: questo il messaggio che è emerso dal Festival del management 2026 di SIMA, ospitato al Monastero dei Benedettini di Catania nelle scorse settimane.

Cosa deve fare un vero leader? Partitaiva.it lo ha chiesto a Rosario Faraci, professore ordinario di Economia e Gestione delle imprese, che è stato tra i suoi più autorevoli protagonisti. E poi, una riflessione nella riflessione: quella dedicata alle donne e alla libertà economica. Anche questa è leadership.

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Il profilo del vero leader moderno: visione e mestiere, etica e intelligenza emotiva

Il Festival del management ha offerto una cornice preziosa per ragionare sui grandi nodi del nostro tempo. A cominciare dalla leadership, oggi proiettata in un contesto inedito, caratterizzato dall’innovazione tecnologica che evolve in modo repentino condizionando prassi, modelli organizzativi, tempistiche e di fatto rivoluzionando il mondo delle imprese.

Rosario Faraci

“Il leader autentico non coincide con chi ha un titolo in busta paga o un biglietto da visita prestigioso – esordisce Faraci –. È chi riesce a far succedere le cose attraverso gli altri, tenendo insieme visione e mestiere. Nei nostri studi di management ricorrono alcune parole: capacità di ascolto, intelligenza emotiva, coraggio decisionale, integrità, senso etico”.

Secondo il docente catanese, il vero leader, oggi, è un generatore di senso. Non si limita a distribuire compiti, ma costruisce contesti in cui le persone danno il meglio. Ed è anche un abilitatore di talenti altrui e non teme chi cresce accanto.

Leadership plurale e indipendenza economica

Effettivamente i dati ci dicono che le aziende con oltre il 30% di donne nel top management hanno molte più probabilità di registrare risultati economici maggiori, a conferma del fatto che la leadership migliore è plurale, inclusiva, mai monolitica. Al Festival del management è emerso con nettezza un concetto condiviso: la leadership non dipende dal genere o dall’età, ma dalla postura con cui si sta nelle cose. In questo senso, la libertà economica e la lotta alla violenza economica diventano pilastri fondamentali per una leadership femminile consapevole e indipendente.

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Essere leader nel futuro: dall’IA arriverà il 40% delle decisioni manageriali

Faraci non ha dubbi: l’intelligenza artificiale non sostituirà i leader ma renderà rapidamente obsoleti quelli che non sanno usarla. “È una distinzione cruciale – ci dice –. Le ricerche più recenti indicano che entro il 2026 il 40% delle decisioni manageriali sarà supportato da sistemi AI, e che le aziende con leader AI-literate registrano già oggi performance superiori del 23% rispetto ai competitor”.

Cos’è la AI-literacy?

La AI-literacy non vuol dire saper scrivere codice, ma capire cosa l’intelligenza artificiale può fare davvero bene (analisi, pattern, scalabilità), cosa non può fare (agire nell’incertezza pura, dare senso, ispirare fiducia) e quali domande porle. Secondo Faraci, dunque, per i professionisti e i piccoli imprenditori, la partita si gioca su tre fronti concreti:

  • la capacità di usare l’AI in modo efficace. Perché l’AI è una grande leva di produttività, in grado di far risparmiare in media quasi un’ora al giorno su attività a basso valore aggiunto;
  • la capacià critica. La vera scarsità, nel 2026, non è più l’informazione ma il giudizio. Il leader – che sia di un team o della propria microimpresa – serve nell’unire i puntini che la macchina genera, nel decidere in contesti senza precedenti, nel tenere dritta la barra etica. In pratica, è un architetto delle informazioni;
  • l’inclusione delle donne. “Secondo i dati di una recente indagine LinkedIn – aggiunge il docente di UniCt – in media gli uomini che dichiarano competenze di AI sono il doppio delle donne, mentre tra chi non possiede skill di AI, le donne sono più spesso impiegate in ruoli che l’intelligenza artificiale generativa tenderà ad automatizzare (38% contro il 31% degli uomini). Quindi, l’AI può diventare un moltiplicatore di disuguaglianze se non viene accompagnata da politiche di formazione mirata. Il leader del futuro, quindi, non è chi delega alla macchina, ma chi la orchestra”.
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Violenza economica: perché l’indipendenza finanziaria è leadership

Al Festival, Faraci ha moderato la tavola rotonda dedicata alla violenza economica. I numeri ISTAT di novembre 2025 sono inequivocabili: il 6,6% delle donne con un partner ha subito violenza economica. Un altro dato è ancora più impressionante: il 13,6% delle donne non si considera economicamente indipendente e, tra queste, il 42,4% subisce forme di violenza.

“Oltre la metà delle donne vittime di violenza economica (53,6%) non dispone di un reddito personale. La dipendenza finanziaria è la catena che trattiene anche quando la decisione di uscire è già maturata”, aggiunge l’esperto.

Per Faraci, l’indipendenza economica è la prima forma di leadership, quella su sé stesse. Senza un conto proprio e alfabetizzazione finanziaria, la leadership organizzativa resta un esercizio retorico. È un passaggio culturale che coinvolge anche il sistema bancario (progetti come Le donne contano di Banca d’Italia o “Impatto+” di Banca Etica). Gestire i propri conti e la propria posizione fiscale non è burocrazia: è un esercizio quotidiano di libertà.

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Libertà economica: 5 consigli alle donne per essere leader di sé stesse

Immaginando di rivolgersi ad una giovane donna, Rosario Faraci ha condiviso con Partitaiva.it cinque consigli pratici:

  • essere “generatrici di senso”. Puntare su una leadership che valorizzi l’ascolto e l’intelligenza emotiva;
  • costruire un’identità professionale, non solo un curriculum. In Italia le donne sono il 51% nei ruoli entry-level, ma solo il 7% arriva alla posizione di AD. Intestarsi un ambito di competenza distintivo è l’investimento più “anti-fragile” possibile;
  • non mollare le STEM e l’AI. Nell’intelligenza artificiale solo un quarto della forza lavoro è femminile. Nell’intelligenza artificiale solo un quarto della forza lavoro è femminile e appena il 20% è coinvolto nello sviluppo di algoritmi. “Serve che le donne ci siano: gli algoritmi ereditano i bias di chi li progetta, non va bene che il mondo sia progettato solo da metà della popolazione”, fa sapere;
  • educazione finanziaria. Aprire un conto personale il prima possibile, imparare a leggere una busta paga, capire cos’è un fondo pensione, quali sono i regimi fiscali per chi apre partita IVA, come costruire un piano di risparmio. Non è materia arida, ma è la grammatica della autonomia delle donne;
  • considerare seriamente l’imprenditoria. In Italia le imprese femminili sono 1,3 milioni, il 22,3% del totale, danno lavoro a 4,7 milioni di persone e generano un fatturato tra i 200 e i 240 miliardi di euro, il 10-12% del PIL nazionale. Esistono strumenti dedicati (a partire da quelli di Invitalia) e reti come AIDDA, GammaDonna, la Fondazione Bellisario, i Comitati Imprenditoria Femminile delle Camere di Commercio, che offrono mentorship e accesso a finanziamenti;
  • cercare mentori e far rete. Il gender gap in Italia non si è chiuso in un secolo di battaglie anche perché le donne, storicamente, hanno fatto meno “sistema” degli uomini. Un dato illuminante è emerso al Festival del management dalla vicepresidente del Fondo filantropico italiano, Simonetta Schillaci: l’80% dei filantropi sono donne e sono proprio loro a scegliere di sostenere progetti per aiutare altre donne. È un’energia già esistente, che va solo canalizzata meglio. Costruire relazioni professionali vere, non solo transazionali. Chiedere aiuto quando serve e offrirlo quando possibile.

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Patrizia Penna

Giornalista professionista

Sono nata a Catania, mi sono laureata con lode in Lingue e Culture europee all'Università di Catania. Ho lavorato per quasi vent'anni come redattore al Quotidiano di Sicilia, ho curato contenuti ma anche grafica e impaginazione. Oggi sono una libera professionista. Mi occupo di informazione, uffici stampa e curo sui social media la comunicazione di aziende, anche straniere.

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