L’Italia resta sotto procedura d’infrazione UE fino al 2027, il deficit/Pil è al 3,1%: cosa significa per professionisti e PMI

Con un debito al 137,1% e vincoli di spesa più stretti, la politica economica italiana resta blindata fino al 2027.

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Decreto milleproroghe 2026 approvato dal Consiglio dei ministri

Oggi, 22 aprile 2026, l’Eurostat ha gelato le speranze del governo italiano: il rapporto deficit/Pil del 2025 si attesta al 3,1%. Questo scostamento, seppur minimo rispetto alla soglia del 3%, conferma la permanenza dell’Italia nella procedura d’infrazione per disavanzo eccessivo almeno fino al 2027.

Per i professionisti e le PMI, questo verdetto non è solo una questione di contabilità pubblica, ma un segnale di margini di manovra ridotti per le prossime leggi di bilancio e per gli incentivi alla crescita.

I numeri della doccia fredda di Eurostat

Nonostante i tentativi del ministero dell’Economia di limare i conti legati all’impatto del Superbonus e dei crediti d’imposta, i dati definitivi validano le stime ISTAT. Il deficit 2025 è del 3,1% (la soglia UE richiedeva un valore inferiore al 2,95% per l’arrotondamento), il debito pubblico è in salita al 137,1% del Pil, contro il 134,7% del 2024. La crescita stimata per il 2026 è intorno allo 0,5%, in linea con le previsioni di Bankitalia.

Il ministro Giancarlo Giorgetti, impegnato oggi nel varo del Documento di finanza pubblica (DFP), ha dovuto prendere atto dell’impossibilità di un’uscita anticipata dalla procedura, che avrebbe garantito maggiore flessibilità.

Le conseguenze per il tessuto produttivo

La permanenza sotto procedura d’infrazione comporta vincoli stretti che ricadono direttamente sull’economia reale:

  • stop a politiche fiscali espansive. Con il vincolo del rientro dal deficit, lo spazio per nuovi tagli del cuneo fiscale o per la flat tax si restringe drasticamente. Per le PMI, questo significa una probabile stasi nella riduzione della pressione contributiva e fiscale;
  • difficoltà negli investimenti e clausola difesa. L’uscita dalla procedura avrebbe permesso di attivare la clausola di salvaguardia per escludere gli investimenti nella difesa dal computo della spesa netta (circa 12 miliardi in tre anni). Senza questa flessibilità, il governo dovrà attingere alla spesa corrente, sottraendo potenzialmente risorse a capitoli come l’innovazione tecnologica o i bonus edilizi;
  • l’incognita dello shock petrolifero. Il contesto internazionale, segnato dalla crisi USA-Iran nel Golfo, sta spingendo al rialzo il caro benzina. Senza margini di deficit, il governo avrà meno risorse per finanziare nuovi crediti d’imposta energia o sconti sulle accise, lasciando imprese e trasportatori più esposti alla volatilità dei prezzi.

Per questo l’esecutivo ha chiesto all’UE di valutare la possibilità di sospendere il Patto di stabilità, come già accaduto nel 2020 per il Covid.

Debito e Superbonus: il peso del passato

L’aumento del debito al 137,1% è influenzato pesantemente dai 51 miliardi di euro di aggiustamento stock-flussi dovuti ai vecchi crediti d’imposta. Questo trascinamento contabile limita la capacità dello Stato di emettere nuovi titoli a tassi vantaggiosi, mantenendo alto lo spread e, di riflesso, il costo del credito per le imprese che cercano finanziamenti bancari.

Il verdetto finale della Commissione europea arriverà comunque il 3 giugno con il pacchetto primavera, ma la strada appare ormai tracciata.

Cosa aspettarsi dal DFP (ex DEF)

Il Documento di finanza pubblica approvato oggi in Consiglio dei ministri non è positivo. Per i professionisti che si occupano di pianificazione fiscale e per le imprese che programmano investimenti, il messaggio è chiaro: l’esigenza di stabilità prevale su quella della crescita. Il documento sarà inviato a Bruxelles entro fine mese.

Indicatore20242025 (Eurostat)Variazione
Deficit/Pil3,4%3,1%-0,3%
Debito/Pil134,7%137,1%+2,4%
Crescita Pil+0,7%+0,5% (stima)-0,2%

“Abbiamo approvato un Dfp un po’ diverso rispetto a quello cui eravamo abituati: si tratta di una fotografia dell’andamento di finanza pubblica collegata all’andamento dell’economia. La naturale premessa è che non viviamo in circostanze normali, ma di tipo totalmente eccezionale e quindi le previsioni contenute nel documento, validate dall’Upb, inevitabilmente sono già oggi discutibili, ma ahimè nelle prossime settimane meritevoli di ulteriori aggiornamenti”, ha detto Giorgetti in conferenza stampa dopo il Consiglio dei ministri che ha approvato il Dfp. 

Nel Dfp è stato adeguato il Pil per il 2026 e 27 che scende: nel 2026, da 0,7 a 0,6; nel 2027, da 0,8 a 0,6; nel 28 da 0,9 a 0,8. “Mi sembra chiaro che questo quadro, che fotografa la realtà,  meriterà di essere approfondito a brevissimo con decisioni di natura politica in merito a quella che è la possibilità, già consentita, di deroga sulle spese della difesa. E io aggiungo, inevitabilmente per la situazione eccezionale, merita altrettanta attenzione lo shock di tipo energetico che la guerra in Medio Oriente sta generando a livello globale, europeo e italiano”, ha continuato Giorgetti.

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