Guerra USA-Iran e mercati: i settori azionari europei che temono meno l’escalation e in cosa conviene investire

Energia, utility e telecomunicazioni hanno sovraperformato i mercati europei prima e dopo l'inizio del conflitto. Ecco cosa dicono Berenberg, Morgan Stanley e Morningstar sugli scenari possibili.

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Il giorno dell’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran, le borse europee hanno bruciato 314 miliardi di euro di capitalizzazione in una sola seduta. Il DAX e l’Euro Stoxx 50 hanno ceduto fino al 6%, il FTSE MIB il 5,9%. Wall Street ha tenuto meglio: S&P 500 a -1,2%, Nasdaq 100 a -1,3%, Dow Jones a -1,1%. Da allora il conflitto non si è risolto, al netto della tregua temporanea. La presidente della BCE Christine Lagarde ha definito il conflitto “un vero shock”, avvertendo che i mercati ne stanno sottovalutando le ripercussioni. “La maggior parte delle persone parla di anni”, ha sottolineato, ricordando che gli esperti tecnici non vedono un rapido ritorno alla normalità dati i danni alle infrastrutture energetiche.

In questo quadro, la domanda degli investitori non è se i mercati soffriranno in caso di ulteriore escalation, ma in quale direzione muoversi. Partitaiva.it ha provato a ipotizzare alcune linee interpretative, raccogliendo le analisi in corso tra istituti di ricerca e case di investimento sui settori che storicamente si comportano meglio in scenari di crisi energetica e geopolitica.

Perché le borse europee hanno sofferto più di Wall Street?

Intanto occorre precisare che ci sia una differenza delle reazioni tra Europa e Stati Uniti. Le ragioni di questa diversa emotività dinanzi alla guerra Iran – USA sono prevalentemente strutturali: nell’S&P 500 e nel Nasdaq pesano fortemente comparti meno sensibili al prezzo del petrolio, spesso considerati difensivi nei momenti di tensione globale. Gli Stati Uniti producono una quota significativa del proprio petrolio e gas, cosicché un rialzo del greggio può addirittura sostenere i profitti delle compagnie energetiche americane, compensando le perdite di altri settori.

L’Europa dipende invece in misura molto maggiore dalle importazioni energetiche. Dallo Stretto di Hormuz passa il 20% del petrolio e del gas mondiale: la sua chiusura è uno dei rischi più temuti dagli analisti. Con il Brent e il gas europeo al TTF che veleggiano su livelli sostenuti, i mercati hanno iniziato a scontare uno shock dell’offerta energetica profondo e duraturo, capace di frenare la crescita riaccendendo al tempo stesso le pressioni inflazionistiche.

Il rischio più concreto è quello della stagflazione: inflazione alta, crescita in frenata, banca centrale costretta ad alzare i tassi nel momento peggiore. Tant’è che i mercati hanno già iniziato a scontare non più un taglio, ma un rialzo dei tassi BCE.

Quali settori europei reggono meglio in questo scenario di mercato?

All’interno di questo quadro, non tutti i comparti si comportano allo stesso modo. Berenberg ha analizzato le performance delle principali azioni europee nei sei e nei dodici mesi precedenti all’inizio del conflitto e nelle settimane successive, identificando i cosiddetti “whatever weather winners” (WWW). Ovvero, settori in grado di sovraperformare in diverse fasi del ciclo economico, offrendo una protezione relativa nelle fasi ribassiste e capacità di partecipare ai rialzi nelle fasi positive.

Tre comparti hanno sovraperformato in tutti e tre gli orizzonti temporali analizzati: energia, telecomunicazioni e utility. Settori che sono accomunati da una domanda relativamente stabile indipendentemente dal ciclo, da una struttura di ricavi prevedibile e, nel caso dell’energia, da una posizione di vantaggio diretto quando il prezzo delle materie prime sale.

Le WWW hanno sovraperformato di quasi il 90% rispetto ai settori più deboli dalla fine di febbraio 2025. Lo sconto sul rapporto prezzo/utile rispetto agli altri comparti, che all’inizio del periodo era del 40%, si è però assottigliato fino al 10%. Parte del vantaggio potenziale, insomma, è già stato incorporato nei prezzi.

Energia: un settore che beneficia in modo diretto, ma con un limite

Il settore energetico è il beneficiario più evidente di un conflitto che coinvolge una delle aree di produzione petrolifera più importanti al mondo. Quando il greggio sale, i margini delle compagnie di esplorazione e produzione si allargano e le grandi major raccolgono i frutti lungo tutta la catena del valore.

Filippo Diodovich, senior market strategist di IG Italia, considera l’energia “la prima protezione naturale” in un portafoglio costruito in un contesto di guerra, citando la capacità delle grandi compagnie di battere il mercato grazie ai risultati nell’esplorazione e produzione.

Il limite è però evidente. Se il conflitto dovesse trasformarsi da shock energetico a shock recessivo, anche l’energia smetterebbe di essere immune. Fino a quando il problema principale è la carenza di offerta, il settore beneficia dei prezzi alti. Se invece il conflitto generasse una recessione globale, anche la domanda di energia calerebbe, erodendo quei vantaggi. Gli analisti di Morningstar segnalano inoltre che le principali compagnie petrolifere su entrambe le sponde dell’Atlantico risultano oggi in linea con il fair value o sopravvalutate, riducendo il margine di sicurezza per chi entrasse ora.

Gianmarco Roncarolo
Gianmarco Roncarolo

Anche Gianmarco Roncarolo, director of GraniteShares, sostiene che la crisi in corso abbia messo a nudo la vulnerabilità dell’Europa. “Nonostante anni di politiche orientate alla transizione ecologica e investimenti nelle rinnovabili – spiega a Partitaiva.it – il sistema europeo resta estremamente sensibile alle forniture di petrolio e gas provenienti da un’area ad alta instabilità. Lo scenario attuale pone la BCE in un bivio tra combattere l’inflazione crescente o una possibile recessione”.

“La volatilità sui mercati – prosegue Roncarolo – rimarrà elevata, con reazioni nervose a ogni sviluppo sul fronte di Hormuz e sulle infrastrutture energetiche del Golfo. Guardando all’Italia, il rialzo del costo dell’energia avviene in uno dei Paesi europei dove già è più cara. L’unico aspetto positivo di questo shock energetico potrebbe essere quello di dare un impulso nuovo agli sviluppi della nostra politica energetica, rimettendo magari anche in discussione alcune decisioni del passato (come quella sul nucleare), con l’obiettivo di rendere l’industria italiana più competitiva e attrattiva”.

Utility: ricavi stabili e dividendi prevedibili

Le utility, ovvero le aziende che gestiscono la distribuzione di energia elettrica, gas e acqua, sono storicamente tra i comparti più difensivi in assoluto. La domanda non crolla in recessione, i ricavi sono spesso regolamentati e i dividendi tendono a essere stabili. In un contesto di forte incertezza, queste caratteristiche diventano ancora più attrattive.

Per loro caratteristica, utility e telecomunicazioni sono strategicamente difensive e offrono agli investitori un’esposizione al valore strategico dell’industria e al suo potenziale di crescita. Le grandi utility europee sono spesso impegnate anche nella transizione energetica, con investimenti in rinnovabili che le proiettano verso una struttura di ricavi meno legata alle oscillazioni dei combustibili fossili.

Telecomunicazioni: domanda poco elastica e ricavi ricorrenti

Meno intuitivo, ma altrettanto supportato dai dati, è il comportamento del settore delle telecomunicazioni. Le telco offrono un profilo simile a quello delle utility: ricavi ricorrenti da abbonamenti, infrastrutture fisiche difficili da replicare, domanda di connettività e dati che non cala nelle fasi di crisi. In certi scenari, tende anzi ad aumentare.

Morgan Stanley, nel riesaminare i propri giudizi sui settori europei, ha leggermente migliorato il giudizio sulle telecomunicazioni, segnale sicuramente significativo in uno dei momenti di maggiore incertezza degli ultimi anni.

I settori più esposti in caso di escalation

Il rovescio della medaglia è altrettanto netto. I titoli delle compagnie aeree europee hanno subito l’impatto maggiore, colpiti dalla chiusura dello spazio aereo e dall’estensione del conflitto alle destinazioni turistiche. Lusso, food and beverage, healthcare e auto sono i quattro comparti che hanno costantemente sottoperformato nei periodi analizzati da Berenberg. Morgan Stanley ha declassato invece software e media, riducendo anche il giudizio sui finanziari diversificati.

Tre scenari per i prossimi mesi

In questo contesto, l’incertezza sull’evoluzione del conflitto complica qualsiasi tipo di valutazione, e non è un caso che il team di strategia globale di UBS abbia esaminato tre possibili scenari: nel primo, una de-escalation rapida rappresenterebbe uno shock solo transitorio sui prezzi, difficilmente capace di compromettere le prospettive di crescita in misura rilevante. Nel secondo, un’interruzione di cinque settimane del traffico attraverso lo Stretto di Hormuz ridurrebbe l’offerta di 10 milioni di barili al giorno, spingendo i prezzi verso i 120 dollari prima di una discesa verso quota 100 nel terzo trimestre.

Il terzo scenario, quello di un conflitto prolungato con danni duraturi alle infrastrutture energetiche, è quello che preoccupa di più gli analisti. Diodovich si aspetta un mercato a strappi con fasi di scarico, rimbalzi tecnici poi nuove vendite, soprattutto in presenza di notizie negative sulla chiusura di Hormuz, nuovi attacchi a infrastrutture o un allungamento dei tempi del conflitto.

Le variabili

Tre variabili restano difficili da quantificare anche per gli analisti più esperti. La prima è la durata del conflitto: uno shock breve e intenso ha implicazioni molto diverse da una guerra prolungata. La seconda è la risposta della BCE: quanto peserà il costo del denaro sulle valutazioni azionarie nei prossimi mesi dipende in larga misura da come si muoverà Francoforte. La terza sono le trimestrali del primo quarto 2026: molte società potrebbero cogliere l’occasione per ridurre le proprie guidance o addirittura ritirarle, offrendo un primo metro di misura reale di quanto il conflitto stia pesando sui conti delle aziende europee.

Anche il mercato obbligazionario offre segnali utili: dall’inizio del conflitto i titoli di Stato a lungo termine hanno registrato un crollo del 3,8%, mentre alcune categorie di debito a breve scadenza hanno tenuto meglio. Sono i timori di inflazione, più che quelli recessivi, a dominare la percezione del rischio.

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Roberto Rais

Giornalista e autore

Giornalista e autore, consulente e coordinatore editoriale, collabora con agenzie di stampe e società editoriali italiane ed estere specializzate in economia e finanza, gestione di impresa e organizzazione aziendale.

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