L’asse Meloni-Merz si rafforza in Europa: la sfida alla strategia di Macron e il ruolo dei Paesi del Nord

L'intesa tra la premier Giorgia Meloni e cancelliere tedesco punta a quel "federalismo pragmatico" invocato da Draghi per evitare la subordinazione geopolitica tra Stati Uniti e Cina.

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Il panorama politico europeo del 2026 sta vivendo una trasformazione profonda, segnata da uno spostamento del baricentro decisionale verso una collaborazione sempre più stretta tra Italia e Germania. Quello che era nato come un timido dialogo si è trasformato in una strategia esplicita, sigillata dall’intesa tra Giorgia Meloni e Friedrich Merz. Il prossimo pre-summit di giovedì 12 febbraio rappresenta un momento di rottura rispetto al passato: per la prima volta, le due principali nazioni industriali del continente si presentano come un blocco compatto, pronte a dettare l’agenda sulla competitività prima del vertice informale di Alden Biesen.

Il tramonto dell’asse Parigi-Berlino e il silenzio dell’Eliseo

La novità più rilevante di questa fase diplomatica è l’evidente isolamento della Francia. Nonostante l’invito formale sia stato inviato anche all’Eliseo, il silenzio di Parigi segnala una frattura profonda. Le tensioni non riguardano solo la gestione dei rapporti con l’amministrazione Trump, ma toccano le fondamenta stesse della politica industriale europea.

Mentre la Francia di Macron continua a spingere per una “sovranità muscolare” basata sul protezionismo e sulla chiusura dei mercati, Roma e Berlino hanno scelto la via del pragmatismo, convinte che la risposta alle sfide globali non possa essere l’isolamento.

Il “fronte del Nord” e l’opposizione al protezionismo francese

Un elemento decisivo in questa nuova configurazione geopolitica è l’appoggio dei Paesi Nordici e Baltici alla linea italo-tedesca. Nazioni come Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi e Svezia hanno ufficializzato la loro posizione attraverso un “non-paper” che boccia senza appello il progetto francese del Buy European.

Questi Paesi temono che blindare gli appalti e gli investimenti strategici crei un effetto boomerang, allontanando i capitali internazionali e irrigidendo le catene del valore in un momento in cui l’Europa ha invece bisogno di massima flessibilità. La sintonia tra Roma, Berlino e le capitali del Nord segna la nascita di un nuovo polo della competitività che predilige la libera circolazione e l’efficienza del mercato unico alle barriere doganali.

Le motivazioni strategiche: tecnologia, energia e difesa

Le ragioni di questo fronte comune risiedono in una visione di “sovranità aperta“. I Paesi Nordici, leader nel settore clean tech e nell’innovazione digitale, considerano vitale il libero accesso alle forniture globali di semiconduttori e tecnologie per la transizione energetica, rifiutando restrizioni che favorirebbero solo i grandi campioni industriali nazionali.

Sul fronte della sicurezza, la priorità per i Baltici resta la rapidità di approvvigionamento, spesso garantita da partner extra-UE come gli Stati Uniti, una necessità che si scontra con il protezionismo centralista di Parigi ma trova ascolto nella nuova realpolitik di Roma e Berlino.

La difesa e il sorpasso del progetto GCAP

La divergenza tra le grandi potenze europee sta scuotendo anche l’industria bellica. Uno dei segnali più chiari del cambio di rotta tedesco è l’interesse di Berlino verso il programma di caccia di sesta generazione GCAP (Global Combat Air Programme), guidato da Italia, Regno Unito e Giappone.

Questo spostamento metterebbe in crisi il progetto concorrente franco-tedesco-spagnolo (FCAS), evidenziando come la Germania preferisca oggi partner che garantiscano una maggiore proiezione globale e una condivisione tecnologica meno vincolata ai veti incrociati di Parigi. È una scelta che ridefinisce non solo i fatturati della difesa, ma la stessa architettura della sicurezza continentale.

Il bilancio UE 2028-2034: riforme e nuovi vincoli

Il terreno di scontro finale si sposta ora sul prossimo Quadro finanziario pluriennale (MFF). La proposta di un bilancio da 2.000 miliardi di euro include la creazione di un Fondo europeo per la competitività, volto a semplificare l’accesso alle risorse per le imprese. Tuttavia, il blocco del Nord e la Germania impongono condizioni rigorose: i fondi non saranno più concessi a pioggia, ma legati a riforme strutturali nazionali e risultati misurabili. Inoltre, per rimborsare il debito del NextGenerationEU, si punta sulle risorse proprie, come le tasse sulle emissioni e sulla plastica, nel tentativo di proteggere i bilanci nazionali senza ricorrere a nuovi prestiti comuni.

Il monito di Draghi e il nodo del debito comune

Nonostante la forte convergenza, il cammino verso un’integrazione economica completa presenta ancora degli ostacoli significativi, primo fra tutti la questione fiscale. Se da un lato Italia e Germania concordano sulla necessità di deregulation e armonizzazione delle norme, il debito comune resta una questione dirimente.

Per Merz e la leadership tedesca, il finanziamento tramite debito europeo rimane una linea invalicabile, a differenza di quanto auspicato dal governo italiano e caldeggiato dallo stesso Mario Draghi. Proprio Draghi, insieme a Enrico Letta, giocherà un ruolo chiave ad Alden Biesen, mettendo i leader davanti alla necessità di agire rapidamente per evitare quella “subordinazione” geopolitica che sembra inevitabile se l’Unione resterà paralizzata dai veti incrociati.

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