Tassa sui pacchi da 2 euro per gli acquisti online rinviata: cosa cambia e quando entra in vigore

La norma non colpisce tutti gli acquisti online, ma solo una specifica categoria.

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Un prelievo fisso di 2 euro su ogni spedizione e-commerce di valore inferiore ai 150 euro. È questa la nuova tassa sui pacchi approvata con la manovra 2026, per coprire i costi di gestione e controllo delle spedizioni massive, la cui applicazione, prevista inizialmente a partire dal 1° gennaio, è stata più volte rimandata. Tra i problemi riscontrati, infatti, ci sono diverse falle nel sistema che permetterebbero di aggirare i controlli, ma anche l’incompatibilità con la normativa Europeo. Per questo il ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) ha confermato il rinvio.

Da quando si paga la tassa sui pacchi

Nonostante l’entrata in vigore teorica al 1° gennaio 2026, l’applicazione pratica ha subito diversi slittamenti. Il primo è arrivato con la circolare pubblicata il 7 gennaio 2026 dall’Agenzia delle dogane, che aveva stabilito un periodo transitorio fino al 28 febbraio 2026. La decisione è stata presa per venire incontro alle difficoltà tecniche segnalate da corrieri e operatori professionali, concedendo il tempo necessario per l’adeguamento dei sistemi informatici. Di conseguenza, per le operazioni effettuate a gennaio e febbraio, era stato fissato come termine ultimo per il versamento il 15 marzo 2026.

Entro questa scadenza, cioè, gli operatori avrebbero dovuto presentare un’unica dichiarazione riepilogativa e procedere al versamento cumulativo di tutti i contributi maturati per le spedizioni registrate durante il bimestre gennaio-febbraio. Tuttavia, il MEF, tramite una nota pubblicata il l 12 marzo 2026, ha rinviato nuovamente l’applicazione della norma al 30 giugno 2026.

Ragioni del rinvio

La proroga non è casuale, ma nasce dalla necessità di allineare l’Italia alle future decisioni dell’Unione europea. Il Consiglio UE ha infatti già previsto l’introduzione di un dazio uniforme di 3 euro a partire dal 1° luglio 2026 per tutti i Paesi membri. Sospendere il contributo nazionale di 2 euro, permette quindi di evitare un doppio cambiamento normativo nel giro di pochissimi mesi, garantendo una transizione più fluida verso le regole comunitarie.

Oltre alle tempistiche europee, pesano anche alcuni dubbi sulla legittimità della norma stessa. Il Codacons ha sollevato forti perplessità, sostenendo che l’introduzione unilaterale di un simile balzello da parte di un singolo Stato possa violare l’articolo 3 del Trattato sul funzionamento dell’UE. Secondo questa visione, le norme doganali dovrebbero essere omogenee in tutta l’Unione, rendendo quindi contestabile una tassa applicata solo in Italia. Il rinvio offrirebbe dunque al Governo il tempo necessario per valutare queste criticità giuridiche ed evitare potenziali contenziosi.

Come funziona la tassa sugli acquisti online

Il contributo si applica esclusivamente alle spedizioni che arrivano da paesi extra-UE (come Cina, USA, Regno Unito o Giappone) e che hanno un valore dichiarato inferiore ai 150 euro. Sopra i 150 euro non spetta, ma si applicano i dazi doganali ordinari (che variano in base al tipo di merce) e l’IVA.

Il soggetto responsabile del pagamento è chi presenta la dichiarazione in dogana (spesso il corriere o la piattaforma di e-commerce). Tuttavia, nella pratica, l’addebito può avvenire al check-out:. Igrandi marketplace (come AliExpress, Temu o Amazon) potrebbero aggiungere i 2 euro direttamente nel carrello al momento dell’acquisto. In altri casi, il corriere potrebbe anticipare la somma e richiedere il rimborso (spesso insieme a una commissione per il servizio di sdoganamento) prima di consegnare il pacco.

I punti deboli: come viene aggirata la tassa

L’applicazione della tassa da 2 euro sulle spedizioni extra-UE ha sollevato forti critiche da parte delle principali associazioni di categoria, che hanno evidenziato criticità operative e rischi di distorsione del mercato. Secondo Fedespedi e Confetra, l’istituzione di un contributo esclusivamente nazionale spinge i grandi operatori dell’e-commerce a dirottare le merci verso hub logistici di altri Paesi UE (come Germania, Olanda o Belgio).

Una volta sdoganate in un altro Stato membro privo di tale tassa, le merci entrano in Italia come spedizioni comunitarie, eludendo legalmente il contributo ma privando i porti e gli aeroporti italiani di traffico e gettito.

E gli effetti già si sono visti. Secondo l’Agenzia delle dogane, l’aeroporto internazionale di Milano Malpensa ha perso oltre trenta voli cargo in tre settimane e ha registrato, come riportato da Corriere della Sera e Wired, un calo del 40% nelle spedizioni sotto i 150 euro rispetto all’anno precedente nello stesso periodo. Numeri che ora farebbero tornare indietro l’Italia sui propri passi, aspettando l’Europa e ulteriori sviluppi.

Chi paga: il nodo Shein, Temu e Amazon

Nelle intenzioni politiche, il bersaglio principale sono i giganti dell’e-commerce stranieri, come Shein e Temu. I colossi del fast fashion e del bazar online cinese sfruttano sistematicamente la soglia dei 150 euro, frazionando gli ordini in piccoli pacchetti per evitare oneri doganali. Tuttavia, il diritto comunitario vieta discriminazioni basate sulla provenienza geografica senza accordi specifici. Per essere legittima, la norma non può colpire solo la Cina. Di conseguenza, il rischio concreto è che il contributo venga esteso a tutti gli operatori, inclusi i player nazionali e comunitari.

Cosa cambia per il consumatore finale

Per chi acquista, l’impatto sarà diretto ma non avverrà alla consegna. È improbabile che il corriere richieda contanti sulla porta. La tassa spedizioni acquisti online Italia verrà quasi certamente integrata nel check-out digitale. Netcomm ha sottolineato come la misura rischi di trasformarsi in una tassa occulta sui consumi delle famiglie. L’associazione rileva che l’addebito dei 2 euro, spesso applicato dai marketplace al momento del check-out, incide pesantemente su beni a basso valore unitario. Soprattutto perché, in caso di ordini frazionati in più spedizioni, il consumatore si ritrova a pagare il contributo più volte per lo stesso acquisto, deprimendo la domanda interna in una fase di rallentamento economico.

In caso contrario, chi acquista potrebbe vedere aumentare la voce “spese di spedizione” o trovare una nuova voce “costi di gestione”. Un aspetto critico riguarda gli ordini multipli. Se un utente acquista tre oggetti da 10 euro e la piattaforma decide di spedirli in tre pacchetti separati (pratica comune per ottimizzare la logistica dai magazzini dislocati), il rincaro totale potrebbe arrivare a 6 euro, incidendo pesantemente sul costo finale di beni a basso valore unitario.

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2 commenti su “Tassa sui pacchi da 2 euro per gli acquisti online rinviata: cosa cambia e quando entra in vigore”

  1. Incredibile che un governo che si dichiara liberale si perda in queste piccolezze,tassa sui pacchi aumento accise sulle sigarette,cose che non colpiscono certo chi ha molti soldi che non acquista prodotti cinesi pensavo avessero idee, molto migliori,certo per la guerra i soldi si trovano sempre e gli italiani pagano,oppure per il ponte sullo stretto partenza del costo 13 miliardi e alla fine cosa dovremo pagare ,visto che paghiamo tutta la sanita a nostre spese e altro.Deluso molto deluso di averli votati me ne guarderò bene in futuro.

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  2. gli unici beneficiari di quesa misura brainstorming i negozi dei cinesi e ACTION che sta aprendo un negozio al giorno , ai commercianti italiani non ritornerà nulla né tantomeno a corrieri e poste italiane statali che dimezzeranno il fatturato sui pacchi ! complimenti ! sempre sul pezzo !

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