Trump sfida l’Europa, NATO al bivio: l’Italia dice “no” al Board of peace per Gaza

Nell'agenda del presidente USA anche Ucraina e Gaza. Sulla Groenlandia sembra sia arrivato il via libera della Russia.

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Donald Trump a Davos e posizione governo italiano

Il World economic forum 2026 rischia di diventare il centro di uno scontro geopolitico che minaccia di riscrivere l’ordine mondiale. Mentre i fiocchi di neve cadono sulle Alpi svizzere, l’arrivo del Presidente Donald Trump – ritardato da un guasto all’Air Force One che lo ha costretto a un cambio di velivolo – gela le diplomazie europee. Il tycoon sbarca a Davos con un’agenda che non ammette mediazioni: l‘acquisizione della Groenlandia da parte degli Stati Uniti, il blocco totale del commercio con l’Iran e nuovi dazi per chiunque tenti di resistere.

La tensione è deflagrata quando Trump ha pubblicato sul social Truth un fotomontaggio che lo ritrae mentre pianta la bandiera a stelle e strisce sul suolo groenlandese. Il messaggio è inequivocabile: “Groenlandia, territorio USA dal 2026”. Non si tratta solo di propaganda, Washington ha già stilato una lista nera degli alleati NATO accusati di ostacolare gli Stati Uniti e minacciare la sicurezza americana.

Board of peace per Gaza: l’Italia dice “no”

Nonostante i rapporti cordiali tra Palazzo Chigi e la Casa Bianca, l’Italia sembra orientata verso un “no” al Board of peace voluto da Trump. Si tratta del nuovo Consiglio di pace transitorio che autorizza una forza di stabilizzazione internazionale a fare da supervisore nella fase di ricostruzione.

Il problema principale risiede nella mancanza di un sistema di rappresentanza proporzionale o regionale e nella guida centralizzata di Donald Trump, che ne diverrebbe tanto il presidente quanto l’unica figura in grado di invitare i Paesi membri e di applicare il veto. E poi c’è la previsione di un comitato palestinese di governance, presieduto dall’ex viceministro della Pianificazione alla nascita dell’autorità nazionale palestinese Ali Shaath e del comitato esecutivo consultivo che include le figure più importanti dell’amministrazione USA.

Gli ostacoli: la Costituzione italiana e il requisito economico d’accesso

Il primo ostacolo è di natura giuridica ed è rappresentato dall’articolo 11 della Costituzione. Questa norma permette all’Italia di partecipare a organizzazioni internazionali che promuovono la pace, ma solo se queste garantiscono una condizione di parità tra tutti gli Stati membri. Il progetto di Trump, invece, ha una guida molto centralizzata.

C’è poi la questione economica. Entrare in questo “board” richiederebbe un contributo economico molto elevato, stimato in 1 miliardo di dollari, senza i quali non sarebbe possibile accedere stabilmente. E questa cifra solleva dubbi sulla sostenibilità dell’operazione. All’interno della maggioranza si respirano climi diversi. Mentre la Lega osserva l’evolversi della situazione, Forza Italia, con il ministro degli Esteri Antonio Tajani, ha espresso forti riserve, temendo che un organismo del genere possa indebolire le istituzioni internazionali già esistenti. Anche il ministro della Difesa, Guido Crosetto, non nasconde i suoi dubbi, specialmente per l’eterogeneità dei membri coinvolti (tra i quali figurerebbe anche la Russia di Putin).

L’Italia, comunque, non è isolata in questa diffidenza. Anche altri grandi Paesi europei stanno facendo un passo indietro. Il Regno Unito di Keir Starmer sembra intenzionato a rifiutare l’invito. In Germania, il governo di Friedrich Merz giudica l’adesione “improbabile”.

Cosa succederà a Davos?

Il dilemma per Giorgia Meloni è ora tutto diplomatico: come dire di no a un alleato storico senza arrivare a uno strappo definitivo? L’ipotesi più accreditata è quella di una presenza a Davos in veste di osservatrice. Questo permetterebbe all’Italia di non chiudere la porta al dialogo con Trump, evitando però di firmare un trattato che sarebbe difficilmente difendibile in patria.

Nuovi dazi di Trump: lista nera dei Paesi coinvolti e tariffe

La manovra protezionistica annunciata da Trump colpisce intanto gli otto alleati NATO che hanno partecipato all’esercitazione militare Arctic endurance e che si sono opposti alle mire statunitensi sulla Groenlandia. I Paesi direttamente citati nel provvedimento del governo americano sono Danimarca (che detiene la sovranità sull’isola), Germania, Francia, Regno Unito, Paesi Bassi (Olanda), Norvegia, Svezia e Finlandia. A questa lista rischiano di aggiungersi altri nomi.

Le sanzioni sono già sul tavolo: dazi del 10% sulle esportazioni verso gli USA dal 1° febbraio, che saliranno al 25% dal 1° giugno. Chi non aderirà al blocco commerciale con l’Iran, invece, subirà invece tariffe del 25% con effetto immediato.

Il World economic forum 2026 a Davos, tensioni in vista e l’arrivo di Trump

Il World Economic Forum 2026 di Davos, apertosi ufficialmente il 19 gennaio, è entrato nella sua fase più critica. Al centro della crisi la frattura tra Washington e Parigi, innescata dall’annuncio del Presidente statunitense – prima del suo arrivo in Svizzera – di voler imporre dazi punitivi del 200% su vini e champagne francesi.

Questa manovra protezionistica non ha motivazioni puramente commerciali, ma una presa di posizione diretta contro Emmanuel Macron. Il capo del governo francese è infatti accusato da Trump di aver boicottato il Board of peace per Gaza, il nuovo organismo di coordinamento internazionale voluto dal tycoon, la cui seduta inaugurale è fissata per il 22 gennaio a Davos.

Il capo dell’Eliseo non ha tardato a replicare, definendo l’atteggiamento della Casa Bianca un esercizio di “bullismo” politico. In conferenza stampa, ha dichiarato poi che l’Europa dovrebbe continuare a opporsi, per non essere ridotta alla sudditanza degli interessi americani. In questo clima, lo special address di Trump previsto il 21 gennaio, è atteso come un momento spartiacque per i principali dossier sul tavolo: Ucraina, Iran, dazi e, soprattutto, la questione della Groenlandia.

La posizione della Russia e le dichiarazioni di Ursula von der Leyen

Ursula von der Leyen, in merito le pressioni di Washington, invoca l’indipendenza europea come imperativo strutturale. La Presidente della Commissione europea, inoltre, ha messo in guardia sulle conseguenze che i nuovi dazi avrebbero sulla stabilità monetaria: il 96% dei costi di queste tariffe, ha spiegato, finirebbe per gravare sui consumatori americani, alimentando un’inflazione che non risparmierà i mercati globali.

In questo scenario si inserisce l’intervento, analitico e tagliente, del ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov. Durante la conferenza stampa annuale a Mosca del 20 gennaio, Lavrov ha osservato come né la Russia né la Cina nutrano reali mire sulla Groenlandia, sottolineando che la Casa Bianca è perfettamente consapevole dell’assenza di minacce esterne sull’isola. Lo stesso ha colto però l’occasione per definire la sovranità danese sull’isola una conquista coloniale, aggiungendo che la disputa in corso è un esempio di crisi inimmaginabile fino a poco tempo fa e, per questo, capace di mettere in discussione l’esistenza stessa della NATO come blocco unificato. Mosca sembra quasi concedere il via libera alle mire espansionistiche di The Donald.

Quali le conseguenze per l’Italia

Anche se l’Italia non è tra i primi Paesi colpiti dalle sanzioni dirette di Donald Trump, ha un’economia strettamente legata a quella degli Stati membri dell’UE. Essere parte del mercato unico europeo significa, se i partner principali (come Germania e Francia) rallentano, subire un inevitabile effetto domino. Secondo Confindustria, i dazi potrebbero ridurre l’export italiano di 22,6 miliardi di euro. Mentre L’ICE (Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane) stima che l’incremento dei costi operativi per le aziende italiane, tra dazi diretti e indiretti, oscillerà tra 8,4 e 10,6 miliardi di euro.

Inoltre, l’incertezza legata a Davos e alle minacce di Trump sta spingendo gli investitori lontano dai mercati europei. Gli analisti segnalano un aumento dei premi per il rischio sulle società europee, inclusa Piazza Affari. Vuol dire che il mercato percepisce l’Europa come un luogo più rischioso dove investire. E questo rende più costoso per le imprese italiane raccogliere capitali o ottenere prestiti, in un momento in cui il timore sulla tenuta dell’intero sistema economico è già diffuso. Il Fondo monetario internazionale infatti ha rivisto al ribasso la crescita mondiale per il 2026, portandola al 3,1% (dal precedente 3,3%). È un problema perché, di fatto, un’economia globale più lenta significa meno domanda per il made in Italy, indipendentemente dai dazi specifici.

La reazione dell’UE e la società unica europea

Mentre prosegue la strada per l’accordo con il Mercosur, siglato sabato scorso in Paraguay, l’Unione europea prepara una strategia di difesa per rispondere alle pressioni commerciali degli Stati Uniti. Tra le opzioni sul tavolo ci sono i controdazi da 93 miliardi, le restrizioni sui servizi digitali e tecnologici provenienti dagli USA, le limitazioni dell’accesso delle aziende americane ad alcuni appalti pubblici in Europa, i controlli più stringenti sugli investimenti diretti esteri (IDE) che arrivano dagli Stati Uniti verso settori strategici europei.

Se l’ipotesi dei controdazi UE sembra sfumare al passare delle ore, ciò che emerge con forza è una crescente volontà di rafforzare l’economia europea dall’interno. “A breve presenteremo il 28esimo regime. L’obiettivo finale è creare una vera struttura societaria europea, che chiamiamo Eu Inc.: un insieme unico e semplice di regole, valido in tutta l’Unione, che consenta alle imprese di operare molto più facilmente tra gli Stati membri”, ha annunciato Ursula von der Leyen, a Davos. 

“Gli imprenditori potranno registrare un’azienda in qualsiasi Paese UE entro 48 ore, completamente online, e beneficeranno dello stesso regime dei capitali in tutta l’Unione. In prospettiva, abbiamo bisogno di un sistema in cui le imprese possano fare affari e raccogliere finanziamenti senza attriti in tutta Europa, con la stessa facilità dei mercati uniformi come Stati Uniti o Cina”, ha spiegato. 

La reazione delle Borse e il nuovo record di oro e argento

Intanto, le Borse europee peggiorano rapidamente. L’indice stoxx 600 segna un valore di 600,28 punti, con un ribasso dello 0,42%. Anche la borsa di Milano apre la seduta in calo (il Ftse Mib cede lo 0,2% a 44.596 punti), seguita da Francoforte e Madrid (-0,27%), Parigi (-0,15%) e Londra (-0,05%).

L’euro è invece scambiato a 1,1718 dollari con una flessione dello 0,06% e a 183,3100 yen con una riduzione dello 0,06%, mentre l’oro registra un nuovo record. Il contratto spot sul metallo giallo ha toccato un massimo a 4.850 dollari l’oncia.

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