L’escalation militare in Medio Oriente ha determinato una paralisi pressoché totale dello stretto di Hormuz, classificato dall’international bargaining Forum (IBF) come “zona di operazioni belliche”. La decisione, scaturita da una consultazione tra sindacati e compagnie globali, riflette una crisi senza precedenti: secondo i dati della Lloyd’s market association di Londra, sono circa mille le navi bloccate attualmente nell’area, per un valore patrimoniale che supera i 25 miliardi di dollari. E proprio sulla questione è intervenuto anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani, spiegando quali sono le conseguenze a cui l’Italia va incontro.
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Stretto di Hormuz bloccato, cosa è successo nelle ultime ore
La gravità della situazione è stata certificata dal Joint marine information center, il quale riporta che nelle ultime 24 ore sono stati confermati soltanto due transiti commerciali, nessuno dei quali riguardante petroliere. Si tratta di una pausa temporanea quasi completa del traffico di routine in uno dei principali snodi logistici del pianeta. Per questo motivo la designazione di zona di guerra non è soltanto una definizione formale, ma ha delle immediate conseguenze, perché garantisce agli operatori marittimi il diritto di rifiutare l’imbarco e il rimpatrio a spese dell’armatore. Significa che le catene di approvvigionamento globali sono interrotte, se si considera che lo stretto è il punto di passaggio per circa il 20-30% del petrolio mondiale.
Secondo l’Organizzazione marittima internazionale (IMO), sono coinvolti circa 20.000 lavoratori del mare e 15.000 passeggeri di navi da crociera. Finché l’area era solo rischiosa, questi potevano continuare a navigare, anche se l’armatore pagava premi assicurativi più alti. Ma adesso un marittimo può legalmente rifiutarsi di entrare in quell’area senza perdere il posto di lavoro o subire sanzioni disciplinari, l’equipaggio può decidere di non proseguire e il proprietario della nave ha l’obbligo di pagare il viaggio di ritorno a casa per tutti i lavoratori.
La posizione dell’Italia
Come sottolineato dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani, il Golfo è un’area di grande importanza per l’export italiano, ma l’attuale crisi ne mette a rischio i collegamenti commerciali. L’interruzione delle rotte ordinarie e l’aumento dei premi assicurativi per le aree di guerra incidono direttamente sui margini di profitto delle aziende esportatrici. Diventa complicato anche l’approvvigionamento di materie prime, per via dei possibili ritardi nelle consegne e l’aumento dei costi di produzione, conseguenti al rallentamento dei flussi energetici e dei componenti industriali.
Per queste ragioni, l’Italia ha deciso di prendere parte alle missioni navali europee, volte a proteggere la libertà di navigazione in questo snodo logistico.
Il ruolo dell’Europa e la missione Aspides
L’Alta rappresentante dell’UE, Kaja Kallas, ha confermato che le navi militari europee delle missioni Atalanta e Aspides stanno lavorando insieme per proteggere i mercanti e le merci. Al momento, però, non ci sono navi europee proprio dentro lo Stretto di Hormuz, il cuore della zona di guerra.
Alla missione Aspides, oltre all’Italia (che ha schierato cacciatorpediniere come il Caio Duilio e fregate come la Virginio Fasan e la Federico Martinengo), partecipano attivamente con le proprie unità navali anche Francia, Germania, Grecia, Belgio e Paesi Bassi. I maggiori contributori di navi della missione Atalanta sono invece Spagna e Italia, ma anche la Grecia fornisce regolarmente assetti navali. Altri paesi dell’UE partecipano fornendo ufficiali di collegamento, aerei da ricognizione (come i P-3 Orion della Spagna) o team di protezione armata a bordo delle navi del Programma Alimentare Mondiale (WFP).










Redazione
Il team editoriale di Partitaiva.it