L’aumento dei prezzi dei carburanti, alimentato dalle persistenti tensioni internazionali in Medio Oriente e dalla guerra in Iran, ha spinto le principali sigle sindacali a proclamare uno sciopero nazionale dei camionisti ad aprile, che minaccia di paralizzare la logistica del Paese.
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Sciopero nazionale camionisti aprile: le date dello stop
Trasportounito (l’associazione nazionale degli autotrasportatori) ha annunciato il fermo nazionale dei servizi dal 20 al 25 aprile 2026. La decisione è stata comunicata nonostante il parere contrario della Commissione di garanzia sugli scioperi, la quale ha chiesto la revoca o la riformulazione della protesta per violazione del preavviso minimo. Il presidente di Trasportounito, Franco Pensiero, ha definito lo scenario come una “assoluta emergenza”, sottolineando come i rincari dell’ultimo periodo stiano incidendo negativamente sui bilanci, già precari, delle imprese di trasporto merci.
Alla mobilitazione si unisce anche UNATRAS (l’Unione nazionale delle associazioni dell’autotrasporto merci), che ha indetto assemblee permanenti in oltre 100 città italiane.
I motivi dello sciopero degli autotrasportatori
Secondo i dati più recenti dell’Osservatorio dei prezzi del ministero del Made in Italy, il prezzo medio nazionale del diesel è arrivato a costare 2,055 euro/l nei distributori, con punte di 2,117 euro/l in autostrada. Il prezzo medio della benzina invece è di 1,747 euro/l , che sale a 1,812 euro/l sulla rete autostradale. Per un mezzo pesante, il carburante rappresenta circa il 30% dei costi di gestione. Con questi prezzi, molte imprese dichiarano di viaggiare in perdita, poiché il costo del viaggio supera il ricavo pattuito.
Inoltre, come spiegato dagli operatori del settore trasporti, questi valori risultano particolarmente allarmanti soprattutto se si considera che sono calcolati includendo il taglio delle accise previsto dal decreto carburanti. E persino con la proroga dal 7 al 30 aprile, voluta dal governo Meloni, le cose non cambiano.
Le associazioni come Trasportounito e UNATRAS giudicano le misure del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (MIT) come insufficienti. Sebbene siano stati stanziati circa 100 milioni di euro per i nuovi crediti d’imposta contro il caro carburanti (per veicoli Euro 5 o superiori), le imprese lamentano la complessità burocratica per accedervi e tempi di recupero della liquidità troppo lunghi. Il settore infatti chiede interventi strutturali (come il gasolio professionale protetto dalle oscillazioni di mercato) anziché bonus temporanei.
Perché il taglio delle accise non basta
L’efficacia dello sconto sulle accise deve scontrarsi con le dinamiche del mercato internazionale dei greggi. Analizzando le ultime rilevazioni del MIMIT, nel confronto con i listini di inizio marzo – prima che le tensioni geopolitiche tra USA, Israele e Iran infiammassero i mercati – il gasolio ha registrato un aumento di 31 centesimi. Per questo motivo, il taglio di prezzo pari a 24,4 centesimi al litro è riuscito a coprire e coprirà solo parzialmente l’ascesa dei prezzi industriali, che sono già alti, impedendo di fatto che il diesel superasse la barriera dei 2,3 euro al litro, ma non garantendo il ritorno sotto la soglia critica dei 2 euro.
Lo scontro con le compagnie e l’esposto di Mister prezzi
Oltre al costo della materia prima, a surriscaldare gli animi è il tema della trasparenza. Le associazioni dei gestori delle pompe, FAIB Confesercenti e FEGICA, hanno presentato un esposto formale al Garante per la sorveglianza dei prezzi (Mister rezzi). L’accusa rivolta alle compagnie energetiche è quella di non aver rispettato il decreto carburanti, che impone la pubblicazione dei prezzi di vendita consigliati sui rispettivi siti internet. Secondo i gestori, questa mancanza di trasparenza aggrava l’incertezza del mercato, lasciando imprese e consumatori senza punti di riferimento certi in una fase di estrema volatilità.
A rischio forniture e logistica
Il fermo per cinque giorni consecutivi di camionisti e TIR mette a rischio l’intero sistema logistico nazionale. I primi ad essere in difficoltà sarebbero i supermercati. Con la maggior parte delle merci che viaggia su strada, la discontinuità negli approvvigionamenti della grande distribuzione organizzata (GDO) si tradurrebbe in una compromissione delle scorte già dopo le prime 48 ore di blocco.
Ma il disagio non si fermerebbe alla spesa alimentare. Anche le fabbriche e le industrie rischierebbero lo stallo, perché senza l’arrivo regolare delle materie prime molte linee di produzione sarebbero costrette a rallentare o, nei casi più gravi, a fermarsi del tutto, con gravi ripercussioni sull’economia del Paese.














Redazione
Il team editoriale di Partitaiva.it