Part-time involontario: il 56% dei lavoratori non ha scelta

Da mezzo di conciliazione tra lavoro e famiglia a fattore di precarietà: oltre la metà dei lavoratori con contratto part-time è impiegata in questa modalità senza averla scelta.

di Francesca Di Feo

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  • Il part-time in Italia, originariamente ideato per facilitare la conciliazione vita-lavoro, coinvolge oggi oltre 4 milioni di lavoratori e si è trasformato in una costrizione per il 56,2% di essi.
  • Particolarmente colpite sono le donne: il 16,5% lavora part-time non per scelta, a fronte del 5,6% degli uomini.
  • A livello europeo, l’Italia ha una percentuale di part-time involontario doppia rispetto alla media dell’UE (19,7%).

Ai suoi albori, il part time nacque per permettere ai lavoratori di conciliare al meglio la vita familiare con quella lavorativa senza dover rinunciare completamente a uno stipendio, seppur ridotto. Tuttavia la realtà di questa tipologia contrattuale, che nel nostro paese coinvolge oltre 4 milioni di lavoratori, è molto diversa.  

Il fenomeno del cosiddetto part-time involontario” si conferma infatti una realtà preoccupante da nord a sud, con un impatto particolarmente marcato su specifiche categorie demografiche: donne, residenti nel Mezzogiorno, stranieri, persone con un basso titolo di studio o con un rapporto di lavoro a tempo determinato, penalizzati conseguentemente da prospettive retributive inferiori.

Il documento “Da conciliazione a costrizione: il part-time in Italia non è una scelta. Proposte per l’equità di genere e la qualità del lavoro1” presentato al Forum Disuguaglianze e Diversità questo weekend, offre una panoramica dettagliata dell’incidenza, rivelando un dato preoccupante: oltre la metà dei lavoratori part-time in Italia, il 56,2%, sono soggetti a questa tipologia contrattuale non per scelta, ma per obbligo.

Part time involontario, una realtà per il 16,5% delle lavoratrici

La disparità di genere nel mercato del lavoro si esprime quindi anche con un maggior numero di donne costrette a optare per contratti part-time rispetto agli uomini, sia per scelte imposte dai datori di lavoro che per esigenze familiari. Infatti, il 61% delle lavoratrici svolge ancora la maggior parte dei lavori domestici ed è impegnata nella cura dei figli.

part time involontario

Mentre il 16,5% delle lavoratrici si trova in una condizione di part-time involontario, la percentuale tra gli uomini è infatti molto inferiore, attestandosi al 5,6%, dato che diventa ancora più rilevante quando si considera che le donne costituiscono circa i tre quarti dell’intera forza lavoro a tempo parziale.

L’incidenza più alta di part-time involontario si osserva tra i le giovani lavoratrici, in particolare nella fascia d’età 15-34 anni, dove il 21% delle donne occupate è coinvolto in questa modalità. Per la fascia di età dai 55 anni si conta invece un 14%.

Il problema non è infine uniformemente distribuito in tutte le categorie professionali: infatti, è più accentuato tra coloro che sono impiegati in lavori non qualificati, dove il 38,3% delle donne rispetto al 14,2% degli uomini non sceglie la propria tipologia contrattuale. Disparità che si estende anche a livello territoriale, con un’incidenza maggiore nel Mezzogiorno.

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L’Italia “doppia” l’UE per part time involontario

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È noto che il mercato del lavoro italiano presenti gravi criticità a livello sistemico, con un tasso di disoccupazione che supera di 1,5 punti la media europea. Anche quando le opportunità lavorative sono disponibili, tuttavia, la situazione è tutt’altro che soddisfacente.

Mentre il part-time involontario coinvolge meno di un quarto dei lavoratori in Europa (19,7%), in Italia, come abbiamo visto, questa percentuale è più che raddoppiata. La comparazione con i dati Eurostat evidenzia un incremento simile nell’utilizzo del part-time in tutta Europa negli ultimi 20 anni, ma in Italia questa forma lavorativa sembra essere spesso più una costrizione che una scelta.

Dal punto di vista contrattuale, il part-time involontario si attesta al 23% per i lavoratori a tempo determinato, molto più alto rispetto al 9% di quelli a tempo indeterminato e al 7% degli indipendenti, una correlazione che aumenta la precarietà.

Part time, da strumento di welfare a meccanismo di precarietà

Il lavoro a tempo parziale si è quindi trasformato in un mero strumento per ridurre i costi del lavoro, piuttosto che per facilitare la conciliazione tra vita privata e professionale ed il report recente del Forum Disuguaglianze e Diversità non ha mancato di sottolinearlo.

Secondo Fabrizio Barca e Andrea Morniroli, co-coordinatori del convegno, il rischio è che tale tipologia contrattuale diventi un ennesimo fattore di precarizzazione del lavoro, aggravando in particolare la situazione delle donne, che già affrontano un profondo divario salariale rispetto agli uomini.

  1. Da conciliazione a costrizione: il part-time in Italia non è una scelta. Proposte per l’equità di genere
    e la qualità del lavoro
    “, Forum Disuguaglianze e Diversità ↩︎
Autore
Classe 1994, immediatamente dopo gli studi ho scelto di intraprendere una carriera nel Project Management in ambito di progetti Erasmus+ per EPS. Questo mi ha portato ad approfondire in particolare le tematiche inerenti alla fiscalità delle PMI, anche se la mia area di expertise risulta oggi molto più ampia in questo ambito. Oggi sono copywriter freelance appassionata di scrittura e di innovazione per le piccole e medie imprese.

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