Fondi interprofessionali, si cambia. Regole più chiare e stringenti per la formazione continua all’interno delle aziende ma anche un bacino più ampio di risorse a cui attingere per finanziarla. Sono queste alcune delle novità introdotte nel decreto direttoriale 8/2026, pubblicato il 9 gennaio sul sito del ministero del Lavoro e contenente le “Linee Guida in materia di attivazione, funzionamento e vigilanza dei fondi paritetici interprofessionali per la formazione continua di cui all’articolo 118 della legge 23 dicembre 2000 n. 388”.
Le nuove linee guida sulla formazione continua guardano ad un obiettivo ambizioso: operare, attraverso percorsi formativi di qualità, il salto di livello in quel processo continuo di miglioramento della qualificazione e delle competenze professionali del capitale umano che sono la vera chiave per lo sviluppo e la competitività delle aziende. La strada imboccata è quella giusta? Partitaiva.it lo ha chiesto ad esperti del settore e addetti ai lavori.
Indice
- Cosa sono i Fondi interprofessionali, cosa sono
- Fondi interprofessionali e formazione continua: ecco cosa cambia con le nuove linee guida
- L’imprenditrice La Porta: “Da regole più stringenti maggiori garanzie per enti e lavoratori”
- Fondimpresa primo fondo interprofessionale italiano: da 70 a 506 milioni di euro di capitale raccolto
Cosa sono i Fondi interprofessionali, cosa sono
I Fondi interprofessionali sono uno strumento potentissimo che le aziende hanno a disposizione per fare formazione a costo zero e trasformare le risorse umane in un elemento di forza, nel vero motore del processo produttivo aziendale. Istituiti dalla legge 388/2000, sono organismi di natura associativa (in tutto 19 secondo l’ultima rilevazione dell’Inapp) promossi dalle organizzazioni sindacali e finalizzati alla promozione di attività di formazione rivolte ai lavoratori occupati. Sono autorizzati a raccogliere lo 0,30% versato all’INPS e a ridistribuirlo tra i loro iscritti.
In soldoni, le aziende versano una quota – corrispondente appunto allo 0,30% della retribuzione dei lavoratori – all’INPS come “contributo obbligatorio per la disoccupazione involontaria”. Da alcuni anni, è possibile per le aziende scegliere a chi destinare lo “0,30%”, se all’INPS oppure ai Fondi interprofessionali. Se si fa questa seconda scelta, senza nessun onere aggiuntivo e senza nessun vincolo è possibile richiedere di ricevere – in cambio – formazione in modo del tutto gratuito.
Il ruolo strategico dei Fondi interprofessionali nelle politiche attive del lavoro è cresciuto negli anni: i percorsi di formazione sono diventati sempre più un’opportunità per investire su qualità umane e professionali del personale. Oggi non vengono più visti come un inutile adempimento burocratico. Sono piuttosto il valore aggiunto da cui fondamentalmente dipende la competitività di un’azienda, ovvero la sua capacità di stare sul mercato e di guardare al futuro e a tutte le sfide che l’attendono.
Fondi interprofessionali e formazione continua: ecco cosa cambia con le nuove linee guida
Più risorse per raggiungere una platea più ampia di lavoratori: la possibilità di andare oltre la soglia dello 0,3% versato dalle aziende all’Inps è la prima vera novità che va proprio in questa direzione attraverso l’apertura all’utilizzo di finanziamenti di provenienza regionale, nazionale o addirittura europea.
La filosofia che sembra ispirare le nuove norme sulla formazione continua si basa sulla consapevolezza che meccanismi di funzionamento più equi e più trasparenti dell’offerta formativa rappresentano il presupposto irrinunciabile per un sistema più efficiente e all’altezza delle nuove sfide del mercato del lavoro. Standard qualitativi elevati passano anche attraverso verifica e controlli: ed è su questi due binari che inserisce l’altra novità contenuta nelle linee guida del ministero del lavoro e che riguarda i procedimenti di autorizzazione e vigilanza ministeriale.
Viene introdotto un meccanismo di verifica e mantenimento periodico dell’autorizzazione con cadenza quinquennale, basato sul monitoraggio dei requisiti infrastrutturali e organizzativi e su indici di rendimento, operatività e affidabilità.
Semplificazione e scadenza
La terza novità introdotta dalle nuove linee guida sulla formazione continua è quella che interviene sul fronte della semplificazione: nella nuova categoria di “spese di funzionamento” andranno a confluire spese di gestione e spese propedeutiche (spese per procedure di adesione al fondo, spese per la progettazione di piani formativi, costi di consulenza per la gestione).
Viene infine stabilito un limite di tempo (due anni) entro il quale è possibile utilizzare la contribuzione obbligatoria dello 0,30% dei conti individuali. La parte non spesa confluisce nei conti collettivi, obbligando però il Fondo a erogare alle imprese almeno il 70% (85% a partire dal 2030), su base triennale, di risorse per i piani formativi disponibili.
L’imprenditrice La Porta: “Da regole più stringenti maggiori garanzie per enti e lavoratori”
Coaching manageriale, corsi di formazione su digitalizzazione, sicurezza sul lavoro e benessere organizzativo, progetti e idee realizzabili per creare elevati livelli di performance: è sulla valorizzazione del capitale umano che si gioca la “partita” della crescita e dello sviluppo delle aziende. “Investire sul capitale umano non è solo una scelta individuale ma una responsabilità collettiva”: queste non a caso, sono state le recentissime dichiarazioni di Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia. Parole che confermano una presa di coscienza che è diventata ormai comune.

“Investire sulla forza lavoro è un imperativo per garantire il successo e la sostenibilità delle aziende”, spiega a Partitaiva.it Daniela La Porta, rappresentante legale di Universo srl, azienda siciliana che da oltre dieci anni progetta ed eroga servizi formativi professionali per il mondo delle imprese pubbliche e private e attua interventi di politica attiva per la riqualificazione e il reinserimento dei lavoratori. “Aspettavamo da tempo queste nuove linee guida sulla formazione continua – chiosa l’imprenditrice – perché mettono ordine e forniscono regole chiare sul funzionamento dei Fondi interprofessionali”.
La Porta non ha dubbi: lavorare in condizioni di massima chiarezza e trasparenza è un valore aggiunto per enti e società di formazione che operano con serietà in un settore cruciale e che si sono qualificate grazie ad un’attività di formazione di qualità: “Non possiamo che accogliere con favore – aggiunge – l’opportunità che ci viene data, cioè quella di lavorare in un quadro fatto di regole che vanno ad aggiungersi a quelle che noi già ci siamo dati. Siamo felici di questa svolta che va nella direzione di un maggiore rigore perché ciò consentirà una più attenta selezione degli enti di formazione e, dunque, un uso più efficiente dei fondi interprofessionali”.
Fondimpresa primo fondo interprofessionale italiano: da 70 a 506 milioni di euro di capitale raccolto
Fondimpresa è il principale fondo interprofessionale italiano nato su input di Confindustria, Cgil, Cisl e Uil. Le colonne del Sole24Ore, appena qualche giorno fa, hanno ospitato il punto di vista del suo presidente, Aurelio Regina, che non ha mancato di esprimere apprezzamento per una regolamentazione finalmente più organica ed omogenea che rafforza il diritto soggettivo di ogni lavoratore alla formazione continua conferendo a quest’ultima una centralità strategica.

Qualche settimana fa, la sede di Confindustria Catania ha ospitato la presentazione della programmazione 2026 di Fondimpresa. Nel corso del convegno, che è stato anche occasione di confronto diretto con il tessuto produttivo, è intervenuto Amarildo Arzuffi, direttore di Fondimpresa: “Abbiamo chiuso il 2025 con 506 milioni di euro di raccolta. Quando abbiamo iniziato, eravamo a 70 milioni. Siamo diventati il primo Fondo interprofessionale italiano: oggi abbiamo oltre cinque milioni di lavoratori iscritti, una consistenza organizzativa che ci permette di distinguerci in modo consistente dagli altri Fondi”.
Una consapevolezza che implica forti responsabilità perché la partita si gioca su una velocità di cambiamento del mercato del lavoro che è divenuta formidabile a cui fanno da contraltare la carenza di giovani e spesso la loro insufficiente preparazione. “Non stiamo vivendo una crisi ma una transizione – ha detto Arzuffi – un momento nel quale il sistema esce fuori dai normali equilibri e necessita di un aggiustamento. Aiutare il Paese ad affrontare il cambiamento, questo il compito che ci aspetta”.










Patrizia Penna
Giornalista professionista