I dati ISTAT di chiusura dell’anno scorso consegnano un’istantanea paradossale: da un lato, un mercato del lavoro con tassi di occupazione che, guardati con la lente d’ingrandimento, comunque confermano i problemi strutturali legati a giovani, donne e salari; dall’altro, una produttività che resta inchiodata al palo, ferma agli stessi livelli di vent’anni fa. Al centro di questa distorsione c’è il turismo, vero potenziale inespresso, indipendentemente dai record.
Come confermato dai dati definitivi presentati alla BIT 2026 di febbraio, il 2025 si è chiuso con il primato assoluto in Europa: 146,3 milioni di arrivi totali, di cui oltre 100 milioni di soli viaggiatori internazionali. Un successo che, secondo le stime dell’Osservatorio BPER Banca, ha generato un valore aggiunto di circa 230 miliardi di euro, contribuendo per quasi un punto percentuale alla crescita del PIL nazionale. Eppure, andando oltre i numeri, emerge il ritratto di un’industria che non riesce a farsi adulta e che rischia di diventare l’oppio del nostro sistema produttivo.
Indice
Il boom del turismo in Italia e la zavorra del “nanismo”
Il problema non è quanto turismo facciamo, ma come lo produciamo. Mentre la Francia consolida campioni globali come Accor e la Spagna domina i mercati con gruppi come Meliá, l’Italia resta prigioniera di una frammentazione che sconfina nel folklore. Il Report Pambianco Hotellerie 2025 evidenzia una triste verità: la penetrazione delle catene alberghiere nel nostro Paese è ferma al 7,2%, contro una media europea che viaggia verso il 30%.
Siamo un ecosistema di oltre 30.000 strutture, per lo più micro-imprese a conduzione familiare. Una frammentazione che ci fa restare senza “campioni nazionali” capaci di fare economia di scala. L’Osservatorio Digital Innovation del Politecnico di Milano segnala che l’investimento in tecnologie e AI nelle nostre PMI turistiche non supera l’1,2% del fatturato, contro il 6,5% dei grandi gruppi internazionali. Le realtà italiane restano analogiche e obsolete in un mercato globale che premia chi usa i dati per ottimizzare prezzi e flussi.
I danni delle piattaforme estere
A questa fragilità dimensionale si aggiunge una preoccupante perdita di sovranità economica. Secondo i dati del Digital Tourism Hub 2025, oltre il 65% delle prenotazioni nelle nostre PMI transita ormai attraverso piattaforme straniere (OTA). Questo significa che una fetta consistente del margine operativo – tra il 15% e il 25% – esce dai confini nazionali sotto forma di commissioni destinate ai giganti della Silicon Valley. L’Italia produce la bellezza e sopporta i costi dell’accoglienza, ma l’intelligenza del business e il controllo del cliente restano nelle mani di terzi.
Un’asimmetria che si riflette nella spesa media giornaliera: il turista internazionale in Italia spende oggi il 18% in meno rispetto ai competitor d’oltralpe, confermando che la nostra è un’accoglienza di volume, non di valore.
Il paradosso del lavoro nel settore turistico: occupati, ma poveri
Quest’inefficienza strutturale si riflette sul mercato del lavoro, creando quella il paradosso occupazionale che i dati Eurostat di fine 2025 descrivono chiaramente. Abbiamo raggiunto il picco storico di occupati, ma la ricchezza non percola verso il basso.
In un’impresa piccola e inefficiente, i margini restano troppo ridotti per offrire carriere e salari competitivi. Le analisi del ministero delle Imprese e del Made in Italy sulla produttività sono impietose: il valore aggiunto per addetto nelle nostre strutture ricettive è di circa 44.000 euro annui, quasi la metà rispetto agli 82.000 euro dei competitor francesi. Questa forbice spiega perché il boom di arrivi si traduca in “lavoro povero”: salari che, secondo le rilevazioni Moneyfarm 2026, restano mediamente inferiori del 25% rispetto alla media europea del settore. L’Italia, dunque, scambia la qualità del suo capitale umano con la quantità delle presenze, spingendo i migliori talenti manageriali a fuggire verso mercati più strutturati.
La scadenza del 2030 e il rischio deindustrializzazione
Incombe la scadenza del 2030, con le direttive europee sulla decarbonizzazione che impongono standard di efficienza energetica insostenibili per strutture di venti camere gestite a livello familiare. Il Global ESG Monitor 2026 stima che il 40% delle strutture indipendenti italiane sia oggi a rischio “default normativo”. Senza la forza finanziaria per affrontare le riqualificazioni green da milioni di euro, il rischio è una svendita di massa ai fondi immobiliari esteri. D’altronde, con un indebitamento medio che sfiora il 65% del valore dell’asset, per le nostre PMI il credito per la transizione è ormai un miraggio.
E poi c’è la questione dei costi per la manifattura: come segnalato dall’ultimo Rapporto Censis, il costo degli spazi industriali è salito del 12% in un anno nelle aree a forte trazione turistica, rendendo più facile affittare letti che produrre tecnologia.
Una politica economica per il benessere reale di imprese e lavoratori
La politica economica deve uscire dalla retorica dei record. Non ci servono più campagne di marketing per attirare altri turisti, per quanto sia ancora urgente – soprattuto al Sud – riuscire a mettere in rete i servizi turistici. Ciò che serve è soprattutto una politica dell’offerta: servono incentivi alle aggregazioni societarie, alla quotazione in borsa di nuove catene tricolori e alla managerializzazione forzata del comparto, un piano infrastrutturale serio per il Sud che soffre costi operativi ppiù alti a causa dei deficit logistici.
Gestire le attrazioni turistiche in Italia come fossero parte di un parco giochi amatoriale significa rinunciare ai reali benefici del settore trainante dell’economia. Se non saremo capaci di trasformare la nostra ospitalità in una vera industria, continueremo a celebrare record di visitatori senza portare benessere reale e crescita al Paese.










Ivana Zimbone
Direttrice responsabile