Controlli sulle partite IVA, l’Agenzia delle Entrate punta a 9.000 chiusure nel 2026: chi rischia

In caso di anomalie, l'onere della prova spetta a imprese e professionisti, pena la chiusura d'ufficio e il blocco dell'accesso al mercato

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Secondo quanto previsto dal Piano degli indicatori e dei risultati attesi dell’Agenzia delle Entrate (allegato al budget economico 2026), l’amministrazione finanziaria intende individuare (e sanzionare) tutte le partite IVA fittizie, ovvero quelle aperte al solo scopo di frodare l’erario. In caso di anomalie non giustificate, infatti, ci saranno pesanti conseguenze.

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Controlli mirati sulle partite IVA, chi rischia

L’Agenzia delle Entrate (AdE) ha come obiettivo la cessazione d’ufficio di 9.000 partite IVA entro la fine del 2026. Non tutte sono però nel mirino, ma solo quelle che presentano specifici indicatori di anomalia. Parliamo di operatori economici che avviano attività fantasma, solo per evadere il Fisco. Operano per brevi periodi, omettono sistematicamente le dichiarazioni e i versamenti d’imposta, per poi sparire nel nulla. Spesso, queste realtà sono intestate a prestanome, rendendo quasi impossibile il recupero coattivo del credito d’imposta.

I controlli interesseranno quindi le partite IVA di recente attribuzione che mostrano un’operatività frenetica ma di brevissima durata. Sono le attività che aprono, emettono un volume massiccio di fatture in pochi mesi e chiudono prima che l’amministrazione possa avviare un controllo.

Rischiano anche i professionisti e le imprese che, dopo un lungo periodo di inattività (nessuna fattura emessa o dichiarazione presentata), riprendono improvvisamente a operare. Spesso questo coincide con cambi di gestione, subentro di nuovi soci o rappresentanti legali oppure con una modifica dell’oggetto sociale. Ad esempio, una società che si occupava di consulenza e improvvisamente inizia a vendere prodotti elettronici o carburanti (settori considerati dall’AdE ad alto rischio frode IVA).

L’Agenzia incrocerà i dati dei titolari, e farà scattare il controllo anche se la partita IVA è intestata a soggetti che risultano nullatenenti, senza alcuna esperienza nel settore dichiarato o con una storia fiscale compromessa (precedenti chiusure d’ufficio o gravi pendenze). La situazione si aggrava se sono difficilmente rintracciabili o risiedono formalmente in luoghi non coerenti con l’attività svolta.

Obiettivo 10.000 chiusure

Non è il primo anno in cui il Fisco decide di procedere con questi controlli. La piena operatività delle procedure di verifica risale infatti al 2023, anno che ha segnato lo spartiacque tra la vecchia gestione cartolare e il nuovo monitoraggio digitale e predittivo. Tuttavia, è nel prossimo triennio che la strategia di contrasto raggiungerà la sua massima espansione. Rispetto alle 2.300 unità individuate e chiuse nel 2023, l’Agenzia delle Entrate prevede di arrivare a quota 9.000 nel 2026, salire a 9.500 chiusure per il 2027 e a 10.000 per il 2028.

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La procedura di controllo

Se dal controllo dei dati (relativi alla posizione del titolare, all’effettivo esercizio dell’attività e alla coerenza degli adempimenti fiscali) emergono anomalie o profili di pericolosità, l’AdE procede prima con una convocazione formale. Il contribuente – sia esso ditta individuale, professionista o legale rappresentante di una società – è cioè chiamato a esibire la documentazione probatoria, come scritture contabili e bilanci, per dimostrare la genuinità della propria operatività. Per i professionisti e le imprese, ciò significa che l’onere della prova si sposta. Spetta a loro dimostrare l’effettività della propria attività. In assenza di risposta o in caso di esito negativo del confronto, scatta la cessazione d’ufficio.

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Chiusura e conseguenze

Chi viene colpito da un provvedimento di chiusura non può riaprire una nuova partita IVA (nemmeno sotto forma di una diversa compagine sociale). A meno che non presenti una fideiussione bancaria o assicurativa – come garanzia – il cui importo non può scendere sotto i 50.000 euro. Tuttavia, se i debiti fiscali accumulati prima della chiusura (come imposte non versate o contributi omessi) superano questa cifra, la fideiussione deve essere innalzata fino a coprire l’intero debito pregresso. Inoltre, la garanzia non può essere temporanea, ma deve restare vincolata per almeno tre anni dalla data del rilascio.

Cosa cambia per i professionisti

Per il mondo delle imprese e dei consulenti, questo scenario impone una cautela ancora maggiore nella gestione delle fasi di startup e nelle operazioni straordinarie che comportano modifiche dell’oggetto sociale o della struttura. Il rispetto delle regole non si limita più alla correttezza contabile, ma diventa un requisito per evitare blocchi amministrativi. Questi, data l’entità della fideiussione richiesta, potrebbero di fatto precludere definitivamente l’accesso al mercato.

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