Come previsto dalla legge, oggi, chi inizia un nuovo rapporto di lavoro può scegliere se destinare il TFR ai fondi pensione o lasciarlo in azienda. Solo in caso di mancata scelta esplicita il trattamento di fine rapporto rimane in automatico presso il datore di lavoro. Tuttavia, tale assetto normativo è destinato a cambiare, perché con la nuova riforma, dal 1° luglio 2026, questo principio viene ribaltato.
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TFR e fondi pensione: cosa cambia per i lavoratori
I neoassunti avranno a disposizione esattamente due mesi di tempo per decidere la destinazione del proprio TFR e comunicarla. In caso di mancata comunicazione da parte del dipendente, scatta il meccanismo del silenzio assenso. Da luglio, cioè, il silenzio del lavoratore non comporterà più il mantenimento automatico del TFR in azienda. Al contrario, in assenza di una scelta entro due mesi, le somme confluiranno automaticamente in un fondo pensione.
In quale fondo pensione finirà il TFR?
In caso scatti il trasferimento automatico, la normativa prevede che il TFR venga destinato automaticamente al fondo pensione previsto dal contratto collettivo nazionale (CCNL) applicato a quel lavoratore. Nei settori in cui non esiste un fondo specifico, le somme verranno versate in strumenti già individuati dalla normativa, come ad esempio il Fondo Cometa, che è tra i principali fondi negoziali in Italia.
Le somme versate restano di totale proprietà del lavoratore, che avrà la possibilità di modificare nel tempo l’entità dei versamenti aggiuntivi o le opzioni di investimento, seguendo le regole del fondo scelto.
Gli obblighi per le grandi aziende
Per le aziende con almeno 50 dipendenti, il TFR non resterà più nella disponibilità aziendale, ma verrà gestito attraverso un fondo pubblico collegato all’Inps.
Questa variazione riguarda la gestione delle risorse da parte dell’impresa, ma non altera in alcun modo i diritti del lavoratore. Il dipendente continuerà a maturare la somma spettante, che gli verrà regolarmente liquidata al termine del rapporto di lavoro secondo le modalità di legge. Le somme depositate presso il Fondo di Tesoreria INPS vengono rivalutate ogni anno secondo i criteri previsti dall’articolo 2120 del Codice Civile (un tasso fisso dell’1,5% più il 75% dell’indice di inflazione ISTAT). Al termine del rapporto di lavoro (per dimissioni, licenziamento o pensionamento), il lavoratore riceverà l’intera liquidazione spettante.
Come funziona la liquidazione
Materialmente è quasi sempre il datore di lavoro ad anticipare la somma totale al dipendente nella busta paga di chiusura. Successivamente, l’azienda recupera la quota versata all’INPS conguagliandola con i contributi previdenziali dovuti mensilmente. Se l’importo da liquidare supera i contributi dovuti, l’INPS interviene pagando direttamente la differenza al lavoratore.












Redazione
Il team editoriale di Partitaiva.it