Infortuni sul lavoro, la Cassazione condanna il datore di lavoro se manca la formazione specifica: la sentenza

La Suprema Corte chiarisce che l'iniziativa autonoma o l'imprudenza del dipendente non esonerano l'azienda dalle violazioni del d. lgs. 81/2008: l'addestramento sull'uso delle attrezzature deve essere reale e non un mero adempimento formale.

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La sicurezza all’interno dei contesti produttivi non può essere affidata esclusivamente al comportamento diligente e guardingo dei lavoratori. Al contrario, essa dipende in via prioritaria dall’assetto organizzativo e dalle misure preventive adottate dall’impresa. Questo fondamentale principio di diritto è stato recentemente riaffermato dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 13327/2026, che ha confermato la condanna di un datore di lavoro per non aver fornito un’adeguata e specifica istruzione a un dipendente nell’utilizzo di uno strumento aziendale.

La pronuncia dei giudici di legittimità pone l’accento su un elemento fondamentale per la gestione delle PMI e per i consulenti della sicurezza: il fatto che un lavoratore agisca di propria iniziativa – operando con imprudenza o in assenza di un’esplicita autorizzazione – non è una condizione sufficiente a escludere automaticamente la responsabilità del datore di lavoro per infortuni sul lavoro, qualora venga riscontrata a monte una carenza strutturale nel percorso formativo. Se l’azienda non mette il lavoratore nelle condizioni di comprendere i rischi e di adoperare correttamente i macchinari, la responsabilità dell’omissione resta in capo a chi detiene l’obbligo giuridico di prevenire il pericolo.

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Il caso: carrello elevatore utilizzato senza preventivo addestramento

La vicenda giudiziaria trae origine da una grave contestazione mossa a un datore di lavoro per la violazione delle disposizioni antinfortunistiche contenute nel d. lgs. 81/2008. Nello specifico, i giudici di merito avevano accertato che l’azienda non aveva provveduto alla formazione e all’effettivo addestramento di un dipendente che, a seguito dell’utilizzo di un carrello elevatore, aveva subito un infortunio.

La normativa vigente in materia di tutela della salute è perentoria: determinate attrezzature di lavoro, in ragione della loro complessità e della loro intrinseca pericolosità, possono essere affidate soltanto a personale che abbia ricevuto una preparazione adeguata. Per l’impresa, di conseguenza, non è sufficiente la mera messa a disposizione del macchinario. Il datore di lavoro ha il dovere di verificare che l’operatore sappia utilizzare il mezzo in modo appropriato, sia consapevole dei rischi e abbia svolto prove pratiche sulle procedure di sicurezza da seguire.

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La formazione non è un adempimento formale: l’obbligo è sostanziale

Un passaggio centrale della sentenza della Cassazione riguarda proprio la natura dell’obbligo formativo. I doveri in capo alla figura datoriale non si considerano adempiuti attraverso:

  • la trasmissione di indicazioni o informazioni generiche;
  • la semplice esibizione burocratica di un attestato cartaceo.

La suprema Corte ha ribadito che la formazione deve essere reale, concreta e strettamente connessa al rischio specifico della mansione. Sotto il profilo normativo, l’articolo 71 del d. lgs. 81/2008 impone che le attrezzature che richiedono competenze particolari siano riservate esclusivamente a soggetti formati, informati e addestrati. In modo complementare, l’articolo 73 obbliga il datore di lavoro a impartire istruzioni e percorsi di addestramento commisurati sia alle condizioni di utilizzo dei mezzi sia ai pericoli ad essi collegati.

Nel caso del carrello elevatore, quindi, non basta che il dipendente abbia acquisito un’esperienza empirica sul campo o che abbia osservato il lavoro di altri colleghi. È necessaria un’istruzione mirata che permetta di conoscerne limiti operativi, dinamiche e conseguenze derivanti da manovre errate.

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L’iniziativa autonoma del lavoratore non esclude la colpa del datore di lavoro

La tesi difensiva sostenuta dall’azienda si fondava sul presupposto che il lavoratore avesse utilizzato il carrello elevatore di sua spontanea volontà, senza aver ricevuto alcuna autorizzazione dai superiori. Di conseguenza, secondo l’impresa, il sinistro doveva essere imputato esclusivamente alla scelta imprudente del dipendente.

La Cassazione ha respinto questa linea difensiva. I giudici hanno chiarito che la condotta negligente del dipendente non cancella la colpa dell’azienda se si rileva una lacuna nel percorso di addestramento. L’obbligo di prevenzione non è finalizzato a tutelare soltanto i lavoratori diligenti, ma serve anche a prevenire i comportamenti scorretti o azzardati che possono scaturire proprio dalla mancanza di esperienza e dalla mancata conoscenza delle procedure di sicurezza. Il fatto stesso che un dipendente utilizzi un macchinario senza conoscerne i rischi reali conferma la necessità di quella formazione che l’azienda avrebbe dovuto assicurare prima della consegna del compito.

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Quando si interrompe il nesso di causa: i limiti della responsabilità

La sentenza ridefinisce anche i rari confini entro cui la responsabilità del datore di lavoro può essere validamente esclusa. L’esonero per l’azienda si configura soltanto qualora il comportamento del dipendente assuma i caratteri di:

  1. assoluta eccezionalità e imprevedibilità;
  2. totale estraneità rispetto all’attività lavorativa assegnata.

La giurisprudenza cita un esempio chiarificatore: si pensi a un impiegato amministrativo che, durante una pausa o al termine dell’orario di lavoro, decida autonomamente di salire su un muletto parcheggiato in un’area aziendale per scopi strettamente personali. Se tale mezzo non è mai rientrato nelle sue mansioni, se l’azienda non gli ha mai affidato compiti operativi e se l’azione è completamente slegata dal contesto produttivo, la condotta assume caratteristiche tali da interrompere il nesso causale con la responsabilità del datore di lavoro.

Al contrario, l’impiego di un carrello elevatore presente nei locali aziendali da parte di un operaio stabilmente inserito nei flussi produttivi rientra pienamente nel perimetro dei rischi ordinari che il datore di lavoro deve prevedere e neutralizzare.

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Come organizzare la sicurezza in azienda: i doveri delle PMI

La pronuncia della Suprema Corte si inserisce nella logica complessiva del sistema di prevenzione italiano, secondo cui l’impresa deve farsi carico di strutturare l’ambiente di lavoro in modo da ridurre al minimo i pericoli. Sotto il profilo pratico, l’organizzazione aziendale deve basarsi su passaggi definiti:

  • individuare e mappare i rischi collegati alle lavorazioni;
  • selezionare con criteri rigorosi il personale idoneo all’uso di specifiche strumentazioni;
  • assicurare programmi di formazione e addestramento effettivi e documentabili;
  • esercitare una vigilanza costante sul rispetto delle procedure stabilite.

Il management aziendale non può limitarsi a sostenere ex post che il dipendente avrebbe dovuto agire con maggiore prudenza, ma deve dimostrare di avergli fornito tutti gli strumenti conoscitivi per evitare l’evento lesivo. Tale impostazione trova applicazione anche nell’ipotesi in cui i macchinari utilizzati siano di proprietà di terzi e acquisiti tramite formule di noleggio.

Nel caso di specie, l’impianto accusatorio è stato confermato quasi integralmente dalla Corte, che ha rigettato i motivi principali del ricorso. L’unico elemento accolto ha riguardato la quantificazione della sanzione: la sentenza è stata annullata limitatamente alla determinazione della pena, che è stata rideterminata in 1.500 euro di ammenda, ferma restando la conferma della condanna penale.

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La formazione come tutela strategica

Le controversie legate agli infortuni sul lavoro occupano uno spazio rilevante nella giurisprudenza (si pensi, ad esempio, alle dinamiche inerenti agli incidenti che si verificano in regime di distacco del personale). La sentenza n. 13327/2026 consolida un principio ormai fermo: la tutela della salute non può essere delegata alla sensibilità o all’esperienza spontanea del lavoratore.

Prevenire significa organizzare, istruire e controllare. Quando un’attrezzatura presenta profili di rischio peculiari, l’azienda deve poter comprovare l’avvenuta esecuzione di un addestramento specifico. In assenza di prove documentali di una formazione effettiva, l’imprudenza del dipendente non esime l’azienda dalle conseguenze penali e risarcitorie, configurando la formazione non come un mero onere burocratico, ma come il principale strumento di protezione per il personale e di salvaguardia per la continuità aziendale.

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