La Corte di Commercio internazionale (CIT) di New York ha dichiarato illegittimi i dazi del 10% imposti dal presidente Donald Trump. Per le imprese italiane che esportano all’estero, da mesi alle prese con l’impennata dei costi energetici e delle materie prime, questa decisione rappresenta uno spiraglio di luce, anche se la tregua potrebbe essere breve. Il rappresentante commerciale degli Stati Uniti, Jamieson Greer, ha infatti già avviato una serie di accertamenti e il rischio è che Washington decida di applicare nuove misure doganali, questa volta su basi giuridiche diverse per evitarne l’annullamento.
Perché i dazi di Trump sono stati dichiarati illegittimi
La questione è stata sollevata partendo dal ricorso del presidente USA al Trade act del 1974, che conferisce ai presidenti USA il potere di imporre tariffe (fino al 15% per un massimo di 150 giorni) in presenza di gravi crisi della bilancia dei pagamenti. Rifacendosi a questa norma, Trump aveva utilizzato due dati economici per giustificare l’introduzione dei suoi dazi, ovvero: il deficit nello scambio di merci che aveva raggiunto i 1.200 miliardi di dollari (pari a 1,2 trilioni di dollari) al momento della decisione e il deficit delle partite correnti, un indicatore più ampio che include – oltre alle merci – anche i servizi e i trasferimenti finanziari e che nello stesso periodo aveva raggiunto circa il 4% del prodotto interno lordo (PIL) degli Stati Uniti.
Tuttavia, secondo i giudici del CIT l’amministrazione presidenziale ha forzato l’interpretazione della legge pur di applicare le nuove tariffe. Di conseguenza, la sentenza ha stabilito che l’imposizione immediata della tariffa base del 10% è da considerare priva di base giuridica solida.
Le conseguenze per le imprese italiane
Nonostante la vittoria legale, al momento, la sospensione delle tariffe è stata garantita solo alle società che hanno intentato causa, lasciando in sospeso il destino dei dazi per la generalità degli importatori. Per il Made in Italy, gli Stati Uniti rappresentano un mercato di sbocco fondamentale. I settori agroalimentare, meccanica e moda con la rimozione dei dazi al 10% assorbirebbero meglio i rincari dei costi di produzione interni. La decisione della Corte arriva infatti in un momento critico. Mentre l’economia globale tenta di assorbire l’aumento dei prezzi, la crisi in Medio Oriente non sembra destinata a rientrare.
L’instabilità nello Stretto di Hormuz mette a rischio le rotte marittime globali, contribuendo a mantenere elevati i costi di trasporto e i prezzi dell’energia, fattori che già pesano direttamente sui bilanci delle PMI italiane.
Rischio nuovi dazi da luglio
Con la decisione presa dai giudici USA il pericolo per le esportazioni non è affatto scampato anche perché la sospensione dei dazi potrebbe durare molto poco. È possibile, infatti, che nuove tasse sulle merci vengano approvate dalla Casa Bianca, già a partire dalla prossima estate. Il rappresentante commerciale degli Stati Uniti, Jamieson Greer, sta infatti conducendo una serie di indagini approfondite sfruttando un’altra norma, la sezione 301 del Trade act.
Queste verifiche si concluderanno a fine luglio, proprio nello stesso momento in cui sarebbe scaduta naturalmente la tassa del 10% dichiarata illegale. Questo tempismo non è casuale: Washington si sta preparando il terreno per poter reintrodurre i dazi subito dopo, ma questa volta utilizzando una giustificazione legale diversa e più solida, difficile da smontare in tribunale.
La determinazione di Trump nell’usare la leva doganale come strumento di negoziazione politica combinata alla crisi in Medio Oriente suggerisce che la stabilità dei prezzi è ancora lontana.









Redazione
Il team editoriale di Partitaiva.it