Impresa alimentare domestica, schizzano al 40% le nuove aperture: cos’è e come iniziare l’attività di home food

Un modello di business in crescita, con basse barriere di accesso e concrete opportunità per freelance. Non un hobby, però: ecco i pro, i contro e cosa serve per partire.

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Il settore sta entrando in una fase di maggiore strutturazione. Un passaggio significativo è rappresentato dall’IAD Camp, l’evento nazionale organizzato dall’Associazione IAD Italia, giunto alla sua terza edizione. Tra le novità più rilevanti emergono due strumenti destinati a incidere sul futuro del comparto: un Codice Etico condiviso e il progetto di un Albo nazionale delle Imprese Alimentari Domestiche. L’obiettivo è duplice: da un lato rafforzare la credibilità del settore, dall’altro creare una distinzione chiara tra chi opera nel rispetto delle regole e chi invece lavora in modo informale. Il Codice Etico introduce un impegno formale per le imprese aderenti, che si vincolano non solo al rispetto degli obblighi normativi — dalla sicurezza alimentare agli adempimenti fiscali — ma anche a standard condivisi di trasparenza e correttezza nei confronti dei clienti. L’Albo, accessibile pubblicamente, rappresenta invece uno strumento di riconoscibilità. Permetterà ai consumatori di identificare con maggiore facilità le attività che operano in regola, offrendo una garanzia sulla tracciabilità dei prodotti, sulla gestione degli allergeni e sul rispetto delle norme igienico-sanitarie. Ma il valore è anche interno al settore. Per chi lavora correttamente, l’iscrizione all’Albo diventa una forma di tutela e legittimazione, soprattutto in un contesto in cui il lavoro irregolare resta diffuso, in particolare sui canali informali e sui social. In questa direzione, l’iniziativa punta anche a rafforzare il dialogo con le istituzioni, offrendo un interlocutore più strutturato e riconoscibile. Un passaggio necessario per accompagnare la crescita di un modello che, pur essendo già regolamentato, sta ancora cercando una piena definizione operativa sul territorio.

Con circa 700 imprese già attive in Italia, le IAD (impresa alimentare domestica) iniziano a uscire dalla nicchia e a configurarsi come un vero modello di business emergente. Nel solo 2025, il settore ha registrato una crescita del 40%, con 82 nuove attività avviate, segnale di un interesse in forte accelerazione. Sono questi i numeri presentati dall’associazione IAD Italia in occasione dell’IAD Camp 2026, l’evento nazionale dedicato al settore, durante il quale la presidente Patrizia Polito, intervistata da Partitaiva.it, ha annunciato anche due novità destinate a incidere sulla sua evoluzione.

Nonostante un quadro normativo esistente da oltre vent’anni, quello dell’home food resta un ambito ancora poco conosciuto. Si tratta però di un’attività imprenditoriale a tutti gli effetti, con obblighi fiscali e sanitari precisi, non di un’attività occasionale né tantomeno di un hobby.

Allo stesso tempo, il modello consente un ingresso sostenibile nel mercato del food: investimento iniziale contenuto, nessun laboratorio esterno e possibilità di lavorare da casa. Una formula che intercetta l’interesse dei freelance – in particolare delle donne – che vogliono trasformare competenze culinarie in uno small business strutturato.

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Cos’è un’impresa alimentare domestica

L’impresa alimentare domestica è un’attività artigianale che consente di produrre alimenti all’interno della propria abitazione per la vendita, sia diretta al consumatore finale, sia verso altri operatori commerciali, come negozi, bar o ristoranti. Negli ultimi anni, inoltre, si è affermato anche il canale digitale, con vendite tramite social ed e-commerce.

L’impresa alimentare domestica non consente la somministrazione sul posto, né può funzionare come un esercizio aperto al pubblico con vendita diretta in stile negozio; su di lei vige un divieto ben preciso ad avere una vetrina in cui esporre i propri prodotti. Si tratta di produzione e vendita, non di ristorazione: un confine netto che distingue questo modello da altre attività del settore food. 

È legale vendere cibo fatto in casa?

Vendere cibo fatto in casa è assolutamente legale purché l’attività sia svolta in modo regolare. La distinzione fondamentale è tra produzione occasionale e attività economica continuativa. Nel momento in cui la vendita diventa abituale e organizzata, si entra nel perimetro dell’impresa. Senza gli adempimenti richiesti, si configura esercizio abusivo, con rischi sia fiscali sia sanitari.

Nonostante il quadro normativo sia in vigore da anni, il livello di consapevolezza resta basso e molte attività nascono sui social o tramite passaparola, ma senza una reale conoscenza delle regole, esponendo chi le gestisce a sanzioni evitabili.

Il quadro normativo, europeo e regionale

Il riferimento normativo è il regolamento (CE) n. 852/2004 sull’igiene dei prodotti alimentari, che stabilisce i requisiti generali per tutti gli operatori del settore alimentare. In questo quadro, anche chi produce da casa rientra a pieno titolo tra gli operatori del settore alimentare (OSA), assumendosi quindi una responsabilità diretta e non delegabile per quanto riguarda la sicurezza dei prodotti.

Se il riferimento europeo è uniforme, l’applicazione concreta cambia a livello territoriale. Il regolamento (CE) 852/2004, infatti, definisce principi generali e lascia ampi margini di interpretazione agli stati membri e, in Italia, alle autorità locali.

Alcune regioni, tra cui Piemonte, Veneto, Emilia-Romagna, Puglia, Abruzzo e Marche, hanno adottato linee guida specifiche per disciplinare le imprese alimentari domestiche, rendendo il percorso più chiaro per chi vuole avviare l’attività. Nelle altre, invece, l’assenza di una normativa organica può tradursi in iter più complessi e in una maggiore discrezionalità da parte degli enti locali.

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Come aprire un’impresa alimentare domestica: da dove iniziare

Il primo passo è informarsi sul quadro normativo della propria regione e confrontarsi con il SUAP del Comune di riferimento. Parallelamente, è utile valutare il supporto di un consulente per la predisposizione del piano HACCP e per gli aspetti fiscali. Un punto di riferimento per orientarsi resta l’associazione di categoria, che negli ultimi anni ha contribuito a rendere più accessibile un modello ancora poco conosciuto ma in forte evoluzione.

Aprire una IAD è più semplice rispetto ad altre attività nel settore food, ma richiede comunque una serie di passaggi obbligatori. Il primo è l’apertura della partita IVA, necessaria fin dall’avvio. In molti casi è possibile accedere al regime forfettario, se si rientra nei limiti di ricavi previsti dalla normativa vigente. La scelta del codice ATECO dipende dalla tipologia di produzione.

Dal punto di vista amministrativo, è necessario presentare la SCIA (segnalazione certificata di inizio attività) al SUAP del Comune di riferimento. Non si tratta di un’autorizzazione preventiva, ma di una comunicazione obbligatoria che consente all’attività di essere registrata nel sistema dei controlli ufficiali.

Un nodo centrale riguarda la cucina domestica, che va adeguata ai requisiti igienico-sanitari previsti dal regolamento (CE) 852/2004. Non è necessario un laboratorio separato, ma è fondamentale garantire condizioni idonee alla produzione, anche attraverso accorgimenti pratici come la protezione da contaminazioni esterne (ad esempio le zanzariere) e l’organizzazione degli spazi. 

A questo si aggiunge il piano HACCP, obbligatorio per tutti gli operatori del settore alimentare. Trattandosi di un’attività classificata come OSA, la responsabilità della sicurezza alimentare ricade interamente sul titolare, che deve essere in grado di dimostrare di aver individuato e gestito correttamente i rischi lungo tutte le fasi della produzione. 

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Quanto costa aprire una IAD

Uno degli elementi più interessanti di questo modello è la soglia di ingresso relativamente bassa. L’investimento iniziale si colloca mediamente tra i 2.000 e i 4.000 euro, variabile in base alle condizioni di partenza della cucina e al tipo di prodotto. Il confronto con un laboratorio artigianale tradizionale è netto: in quel caso, i costi possono facilmente superare i 40.000–60.000 euro tra affitto, attrezzature e adeguamenti strutturali.

Negli ultimi anni, inoltre, il percorso si è semplificato. Chi ha avviato le prime attività ha contribuito a rendere più accessibili informazioni e procedure, riducendo anche i costi indiretti legati alla fase di avvio.

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Chi può aprire una IAD oggi: i requisiti principali

La maggior parte delle titolari ha tra i 25 e i 45 anni e sceglie questo modello per la sua flessibilità. La possibilità di lavorare da casa e di contenere l’investimento iniziale rende la IAD compatibile con altri impegni, inclusa la gestione familiare.

Dal punto di vista dei requisiti, non è richiesto un titolo professionale specifico né un diploma alberghiero. Più che un requisito formale, la competenza culinaria diventa un fattore competitivo: chi apre una IAD parte spesso da una specializzazione (come dolci, conserve, prodotti da forno) che rappresenta il primo elemento di posizionamento sul mercato. E a volte queste attività evolvono nel tempo in laboratori artigianali, pasticcerie o punti vendita fisici.

Tuttavia, trattandosi di un’attività che rientra a tutti gli effetti tra gli operatori del settore alimentare, è obbligatoria la formazione in materia di igiene e sicurezza degli alimenti. Il titolare deve quindi acquisire le competenze previste dal sistema HACCP, attraverso corsi riconosciuti a livello regionale.

A questo si aggiungono i requisiti legati all’abitazione. Si può utilizzare la cucina domestica per la produzione, ma a patto di rispettare precise condizioni igienico-sanitarie: superfici facilmente lavabili, corretta organizzazione degli spazi, bagno con anti-bagno. Non una trasformazione radicale dell’ambiente, ma accorgimenti necessari per dimostrare che lo spazio sia idoneo alla produzione alimentare.

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Perché conviene aprire una IAD?

Ridurre l’impresa alimentare domestica a un’opportunità a basso costo rischia di essere fuorviante. Il punto, come spiega a Partitaiva.it la presidente di IAD Italia Patrizia Polito, è un altro: “È un vero modello di autoimprenditorialità. Con un investimento contenuto si può iniziare, ma bisogna essere consapevoli che si tratta di un’attività economica a tutti gli effetti”.

Patrizia Polito

Un aspetto centrale è proprio l’approccio. “Non bisogna pensare che, siccome si lavora in casa, sia tutto più semplice o improvvisato. Servono competenze, organizzazione e un modello di business chiaro: prodotto, target, posizionamento. Esattamente come qualsiasi altra impresa”, aggiunge. Chi apre una IAD si trova a gestire contemporaneamente tutte le funzioni dell’attività. “Nella stessa giornata devi produrre, confezionare, promuovere, gestire i clienti, tenere aggiornato l’HACCP e occuparti degli aspetti fiscali. Non sei solo un artigiano: sei imprenditore”, continua Polito.

Le nicchie preferite

Anche il tema della professionalità è spesso sottovalutato. “Non ci si può presentare come la mamma che fa le torte a casa. Le attività che funzionano sono quelle che investono nella formazione, anche tecnica. Se fai pasticceria, ad esempio, devi lavorare con standard professionali – precisa la presidente -. La maggior parte delle IAD attive in Italia opera nella pasticceria e nel cake design, seguite da pasta fresca, gastronomia e preparazione di buffet”.

Accanto a queste, stanno emergendo nicchie sempre più definite, come il senza glutine, il senza lattosio o il vegano. “Nel caso del gluten free, spesso parliamo di persone celiache che lavorano in un ambiente completamente controllato. Questo consente un livello di sicurezza molto alto, perché la gestione del rischio è parte della loro esperienza quotidiana”, fa sapere l’esperta.

Costi reali, funzione sociale e funzione formativa

Uno dei punti più delicati riguarda la percezione dei costi. Spesso si pensa che lavorando da casa si possa avere meno spese, ma la realtà è diversa. Esistono, infatti, costi fissi legati alla partita IVA e all’impossibilità di un’economia di scala: ogni prodotto viene realizzato ad hoc per il singolo cliente, in modo artigianale.

Oltre alla dimensione economica, emerge con forza quella sociale, dal momento che oltre il 90% delle attività è avviato da donne, spesso in momenti di transizione. “In molte iniziano da giovani, altre dopo una maternità. Il tema della conciliazione è centrale: lavorare da casa permette di gestire tempi di vita e lavoro in modo più sostenibile, soprattutto in presenza di figli – precisa la presidente -. Parliamo di donne che costruiscono così una propria indipendenza economica, il che non è un aspetto secondario”.

Il modello ha anche una funzione formativa. “Io lo considero un laboratorio di impresa: ti permette di capire dal piccolo come funziona un’attività. Poi puoi decidere se crescere, aprire un laboratorio, oppure cambiare strada. Ma non è mai un fallimento: è un’acquisizione di competenze e consapevolezza”, conclude Polito. L’accessibilità consente anche ai tanti giovani che escono dalla scuola alberghiera di cominciare l’attività con un investimento ridotto, senza dover affrontare gli ingenti costi dell’apertura di un laboratorio o i turni – spesso massacranti – della gavetta.

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Le novità del 2026: verso un albo IAD nazionale

Il settore sta entrando in una fase di maggiore strutturazione, come è emerso dall’IAD Camp, l’evento nazionale organizzato dall’Associazione IAD Italia, giunto alla sua terza edizione. Tra le novità più rilevanti del 2026 – come annunciato dalla presidente Polito – emergono due strumenti destinati a incidere sul futuro del comparto: un codice etico condiviso e il progetto di un albo nazionale delle IAD.

L’obiettivo è duplice: da un lato rafforzare la credibilità del settore, dall’altro creare una distinzione chiara tra chi opera nel rispetto delle regole e chi invece lavora in modo informale.

Il Codice etico introduce un impegno formale per le imprese aderenti, che si vincolano non solo al rispetto degli obblighi normativi -dalla sicurezza alimentare agli adempimenti fiscali- ma anche a standard condivisi di trasparenza e correttezza nei confronti dei clienti. L’albo, al momento interno, rappresenta invece uno strumento di riconoscibilità in favore delle attività che operano in regola, offrendo una garanzia sulla tracciabilità dei prodotti, sulla gestione degli allergeni e sul rispetto delle norme igienico-sanitarie.

Per chi lavora correttamente, l’iscrizione all’albo diventa una forma di tutela e legittimazione, soprattutto in un contesto in cui il lavoro irregolare resta diffuso, in particolare sui canali informali e sui social. In questa direzione, l’iniziativa punta anche a rafforzare il dialogo con le istituzioni, offrendo un interlocutore più strutturato e riconoscibile.

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Natalia Piemontese

Giornalista

Giornalista pubblicista, sono laureata con Master in selezione e gestione delle Risorse Umane e specializzata in ricerca attiva del lavoro. Fondatrice dell'Academy di Mamma Che Brand, per l'empowerment femminile e la valorizzazione delle soft skill -in particolare dopo la maternità- insegno le competenze digitali che servono per lavorare online.

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