Professione rider, fino a 12 ore di lavoro per pochi euro a consegna: lo stipendio e la necessità di un CCNL

Compensi variabili e tutele limitate: il lavoro nel food delivery resta sospeso tra la promessa di flessibilità e le tutele ancora mancanti.

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rider lavoratori autonomi

Sempre in sella a biciclette o motorini, i rider percorrono le città a tutte le ore del giorno e della notte per consegnare gli ordini effettuati tramite app o ristoranti. A fronte di questa disponibilità continua, il compenso resta però contenuto, nonostante turni di lavoro spesso lunghi, intensi e fisicamente impegnativi. Per alcuni si tratta di un’attività temporanea, per altri di un vero e proprio lavoro. Eppure, dal punto di vista contrattuale, il ruolo del rider continua a collocarsi in una zona grigia, difficilmente riconducibile alle categorie tradizionali del lavoro subordinato o autonomo. Anche il sistema di tutele appare limitato o assente, alimentando un dibattito sempre più urgente sulla necessità di interventi normativi capaci di garantire condizioni economiche e diritti adeguati.

Quali sono oggi, in concreto, le condizioni di lavoro dei rider italiani? E cosa si sta facendo per rafforzarne la tutela? Il tema è tornato al centro dell’attenzione pubblica anche alla luce della recente indagine della Procura di Milano sul settore del food delivery, che ha riacceso il confronto su compensi, sicurezza e inquadramento contrattuale.

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Il lavoro del rider: stipendio, orari e condizioni economiche

La figura del rider continua a rappresentare uno dei simboli più evidenti delle trasformazioni del mercato del lavoro contemporaneo: dietro la promessa di flessibilità e autonomia, emergono condizioni economiche e contrattuali spesso fragili, con compensi bassi, orari lunghi e tutele limitate.

A fotografare la situazione è stato l’osservatorio di NIdiL CGIL, la categoria della CGIL che organizza il lavoro non standard: collaboratori, partite IVA, somministrati e lavoratori delle piattaforme digitali.

Roberta Turi

Come spiega la portavoce Roberta Turi a Partitaiva.it, l’elemento centrale è l’instabilità del reddito: “L’indagine nazionale condotta tra il 2024 e il 2025 su quasi 500 rider evidenzia che oltre la metà degli intervistati dichiara compensi tra i 2 e i 4 euro lordi a consegna. Il guadagno dipende quindi dal numero di ordini assegnati dall’algoritmo e dalla rapidità con cui vengono completati”.

Non esiste, quindi, una retribuzione oraria garantita per tutto il tempo in cui il rider resta connesso e disponibile. “Molti lavorano sei o sette giorni su sette, con turni che possono superare le 7-8 ore al giorno, ma le attese tra una consegna e l’altra o al ritiro nei ristoranti non sempre vengono compensate”, aggiunge. Per una larga parte degli intervistati si tratta della principale fonte di reddito: una riduzione degli ordini o una penalizzazione algoritmica può compromettere l’equilibrio economico dell’intero mese.

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I rider sono lavoratori autonomi o dipendenti?

Dal punto di vista contrattuale, molti rider operano come lavoratori autonomi. Nella pratica, l’organizzazione del lavoro è spesso determinata da sistemi di ranking, turnazioni e penalizzazioni gestiti dalle piattaforme digitali, che incidono direttamente sulla possibilità di ottenere consegne e quindi reddito.

“Se è vero che in alcuni casi si può decidere quando connettersi all’app, una volta online è la piattaforma a determinare quasi tutto: assegnazione degli ordini, zone di lavoro, tempi di consegna”, spiega l’esperta.

Il compenso è fissato unilateralmente e può variare senza una reale possibilità di negoziazione individuale. Il mancato rispetto di determinati standard può comportare penalizzazioni fino alla disconnessione. Ne deriva uno scarto evidente tra forma giuridica e realtà concreta: pur essendo formalmente autonomi, molti rider vivono una condizione che assomiglia a una subordinazione di fatto, senza però beneficiare delle tutele tipiche del lavoro dipendente.

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Tra autonomia e precarietà: le tutele che mancano

Quando il reddito è incerto, la priorità resta quella di definire quanto si può portare a casa a fine mese. L’indagine di NIdiL CGIL mostra che le richieste più frequenti dei rider riguardano compensi più alti, il pagamento del tempo di attesa e una maggiore stabilità delle entrate.

Tuttavia, il tema della salute e sicurezza resta uno dei nodi più critici. Si tratta di un lavoro su strada, esposto al traffico, alle intemperie, al caldo estremo e al freddo intenso. “Gli infortuni risultano numerosi e in crescita negli ultimi anni, con incidenti anche gravi e casi mortali. Eppure, proprio la precarietà economica spinge molti rider ad accettare condizioni rischiose pur di lavorare”, prosegue Turi.

A ciò si aggiungono coperture per malattia limitate o di difficile accesso, assenza di un reale sostegno alla maternità e paternità, incertezze sulle assicurazioni e sulla tutela in caso di sospensione dell’account. La combinazione tra bassi compensi e protezioni fragili produce, secondo il sindacato, una vulnerabilità strutturale.

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La richiesta di CGIL: “Serve accordo collettivo nazionale”

Nel food delivery non esiste oggi un accordo collettivo sottoscritto con NIdiL CGIL. Per questo l’organizzazione ha scelto una strategia su due fronti: azione sindacale e iniziativa giudiziaria. “Sono stati promossi ricorsi per il riconoscimento della corretta qualificazione del rapporto di lavoro e contro il sistema del cottimo puro, oltre a cause sulla discriminazione e sulla trasparenza algoritmica, quando i sistemi automatici hanno inciso in modo opaco sulle opportunità di lavoro e sul reddito. Non sono mancate iniziative sul terreno della salute e sicurezza, per affermare l’applicazione piena delle norme prevenzionistiche in un settore ad alto rischio”, fa sapere la sindacalista.

Parallelamente sono state organizzate assemblee, mobilitazioni e campagne informative, con diversi tavoli di confronto con Assodelivery, l’associazione che rappresenta le principali piattaforme. “Tuttavia, questi confronti non hanno portato alla sottoscrizione di un accordo condiviso”, previsa l’esperta.

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L’indagine su Glovo e la direttiva europea

Recentemente il GIP del Tribunale di Milano ha disposto il controllo giudiziario della società che gestisce in Italia la piattaforma Glovo, nell’ambito di un’inchiesta per caporalato e condizioni di lavoro irregolari. Il provvedimento indica la necessità di adottare misure correttive per garantire condizioni dignitose ai circa 40.000 rider coinvolti, con particolare riferimento a compensi ritenuti, secondo l’accusa, sotto la soglia di povertà.

Parallelamente, nel 2024 è stata adottata la Direttiva (UE) 2024/2831 sul lavoro tramite piattaforme digitali, che introduce maggiore trasparenza nell’uso degli algoritmi, il diritto di contestare decisioni automatizzate e strumenti per un inquadramento più adeguato del rapporto di lavoro. Gli Stati membri, Italia inclusa, dovranno recepire la direttiva entro il 2026.

Per il sindacato, la combinazione tra pressione giudiziaria e nuovo quadro normativo europeo può rappresentare un’occasione concreta per superare l’attuale squilibrio. “L’obiettivo non è intervenire solo sui singoli casi – conclude Turi -, ma contribuire alla costruzione di un modello regolatorio che garantisca diritti fondamentali e una dignità effettiva per chi lavora tramite piattaforme digitali”.

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Laura Pellegrini

Giornalista e content editor

Dopo la Laurea in Comunicazione e Società, ho iniziato la carriera da freelance collaborando con diverse realtà editoriali. Ho scritto alcuni e-book sui bonus e ad oggi mi occupo della redazione di articoli di economia, risparmio e lavoro.

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