Smart working, le città italiane dove è più diffuso e le regioni rimaste indietro

Da necessità a nuovo stile di vita: analisi del nuovo assetto occupazionale in Italia. I dati per città e provincia.

Adv

Smart working imprese

Lo smart working si è trasformato in Italia in un modello organizzativo capace di ridefinire i confini tra spazi fisici e digitali, influenzando direttamente l’equilibrio tra vita professionale e privata. Oltre alla flessibilità individuale, il lavoro agile ha ridotto i tempi e i costi di spostamento dei lavoratori, per questo è stato sempre più scelto dalle aziende. Tuttavia, paragonando le realtà italiane a quelle europee, la strada da fare è ancora tanta. Inoltre, non tutte le regioni in Italia sono al passo col cambiamento. Solo alcune città e aree del Paese, infatti, hanno saputo adeguarsi.

finom business

Smart working in Italia: cosa dicono i numeri

Secondo un’analisi Istat pubblicata il 25 febbraio 2026, il lavoro da remoto in Italia ha registrato un’impennata senza precedenti nel triennio 2020-2022 (gli anni della pandemia appunto), per poi giungere a una fase di stabilizzazione. Difatti, mentre negli anni 2018-2019 la quota di lavoratori in smart working era pari al 4,8%, il picco è stato raggiunto nel 2021, quando il numero di occupati coinvolti in modalità flessibili ha raggiunto le 3.577.984 unità, pari al 15,1% della forza lavoro totale (su un bacino di 23.632.617 occupati).

Le percentuali sono rimaste simili anche nel 2022, per poi stabilizzarsi nel 2023, quando la quota di occupati in smart working si è attestata al 13,8%, corrispondente a poco meno di 3,4 milioni di persone. Di queste, circa 1.436.000 occupati (5,9%) operano da casa per almeno la metà dei giorni lavorativi, mentre 1.933.000 (7,9%) utilizzano questa modalità in forma più contenuta.

tot bonifici istantanei

Dove il lavoro agile è più diffuso in Italia

La distribuzione dello smart working sul territorio nazionale non è uniforme. Nel dettaglio, le città metropolitane come Milano, Roma, Bologna e Torino guidano l’adozione del lavoro agile. A livello regionale, invece, il Lazio detiene il primato con il 21,5%, seguito dalla Lombardia (18,6%) e dal Piemonte (14,5%).

I territori del Nord-est, con il 17,1% di occupati da remoto, si posizionano come i più dinamici del Paese, superando il Centro (16,1%). Nel Nord-occidentale, la quota di lavoratori agili è scesa all’11,9%, al di sotto della media nazionale del 13,8%. E il divario si accentua ulteriormente scendendo lungo la penisola. Nel Sud Italia infatti la percentuale si attesta al 10,2% e nelle Isole si registra il dato più basso: meno di 10 lavoratori su 100 (9,7%) hanno avuto la possibilità di svolgere la propria attività al di fuori della sede aziendale.

Tuttavia, nel Mezzogiorno, sebbene la media resti inferiore al 10%, si segnalano alcune eccezioni come Campania (11,1%), Abruzzo (10,3%) e Sardegna (10,2%). Al contrario, realtà come la Valle d’Aosta e la Basilicata mostrano una penetrazione del fenomeno più contenuta, fermandosi all’8,8%.

tot business

Il confronto con l’Europa

Nonostante lo smart working sia ormai radicato, il contesto italiano presenta ancora ampi margini di crescita rispetto ai partner europei. In particolare, la distanza dai parametri comunitari emerge con chiarezza analizzando la categoria di chi svolge l’attività da remoto in modo prevalente, ossia per almeno la metà dei giorni lavorativi. Secondo le rilevazioni Eurostat, la quota di occupati che rientrano in questa categoria – gli “usually working from home” – in Europa è pari al 9,1%, mentre in Italia si attesta al 5,9%.

La distanza è ancora maggiore se si fa il confronto con le economie più avanzate del continente, come la Finlandia e l’Irlanda, dove le percentuali salgono rispettivamente al 22,2% e al 21,8%. Anche la Svezia (15,3%) e il Belgio (14,6%) mostrano un’integrazione del lavoro agile molto più profonda rispetto a quella italiana. E persino le grandi economie continentali come Francia e Germania superano la soglia del 10%, distanziando l’Italia di diversi punti percentuali.

Le ragioni del distacco

Secondo gli esperti, questa divergenza può essere attribuita a diversi fattori che caratterizzano il tessuto economico nazionale. Prima di tutto, l’economia italiana è fortemente basata sul manifatturiero e su settori che richiedono presenza fisica, a differenza delle economie scandinave o irlandesi, più sbilanciate verso il terziario avanzato e i servizi digitali. Inoltre, la prevalenza di micro e piccole imprese in Italia spesso coincide con una cultura manageriale ancora legata al controllo visivo del lavoratore, rallentando la transizione verso modelli basati sulla valutazione degli obiettivi. Infine, un altro elemento è sicuramente quello della carenza di infrastrutture adeguate in molte regioni del Paese. Nonostante i progressi, il gap nella diffusione della banda ultralarga in alcune aree continua a rappresentare un freno oggettivo alla piena operatività da remoto.

Inoltre, la prevalenza di micro e piccole imprese in Italia spesso coincide con una cultura manageriale ancora legata al controllo visivo del lavoratore, rallentando la transizione verso modelli basati sulla valutazione degli obiettivi. Infine, un altro elemento è sicuramente quello della carenza di infrastrutture adeguate in molte regioni del Paese. Nonostante i progressi, il gap nella diffusione della banda ultralarga in alcune aree continua a rappresentare un freno oggettivo alla piena operatività da remoto.

Autore
Foto dell'autore

Redazione

Il team editoriale di Partitaiva.it

Siamo un team di giornalisti, consulenti, commercialisti e altri professionisti che ogni giorni si occupano di temi legati al lavoro, fisco, economia, previdenza e finanza.

Lascia un commento

Continua a leggere

Iscriviti alla Newsletter

Il meglio delle notizie di Partitaiva.it, per ricevere sempre le novità e i consigli su fisco, tasse, lavoro, economia, fintech e molto altro.

Abilita JavaScript nel browser per completare questo modulo.