Il giornalismo tra SEO e GEO, senza innovazione l’informazione diventa ostaggio degli incompetenti

Abbracciare il cambiamento per utilizzare i nuovi strumenti in modo strategico: l'unica chance che i giornalisti hanno per restare protagonisti dell'informazione.

Adv

SEO GEO giornalismo giornalisti

C’è un paradosso che attraversa il giornalismo italiano da qualche tempo e che nel 2026 diventa sempre più evidente: mentre le redazioni cercano disperatamente di capire come rimanere rilevanti nell’era dell’intelligenza artificiale, una parte consistente dei professionisti si oppone agli strumenti che potrebbero salvarla. Non per ragioni etiche o deontologiche, ma per semplice resistenza al cambiamento. E il conto lo pagano, come sempre, i più giovani. Parliamo di SEO e GEO, due sigle che raccontano l’evoluzione – o l’involuzione, dipende da che parte si stia – del mestiere e che rappresentano le sfide del futuro.

SEO e GEO nel giornalismo: cosa sono

La search engine optimization, la SEO, è ormai linguaggio comune: ottimizzare i contenuti per i motori di ricerca tradizionali, quelli che restituiscono liste di link blu. La conosciamo da vent’anni, l’abbiamo digerita – male, in molti casi -, l’abbiamo integrata nelle nostre redazioni con gradi variabili di successo.

Ora arriva la GEO, generative engine optimization. Significa scrivere e strutturare contenuti pensando non più a Google che indicizza pagine, ma a ChatGPT, Gemini, Claude, Perplexity e tutti i sistemi di intelligenza artificiale generativa che non restituiscono più liste di risultati ma risposte dirette, sintetiche, pronte all’uso. Secondo i dati di SimilarWeb, a gennaio 2026 ChatGPT ha registrato oltre 5,7 miliardi di visite mensili globali, superando per la prima volta l’intero traffico combinato dei principali social media. Gemini di Google ha raggiunto 750 milioni di utenti attivi.

E quando un utente chiede a un’AI “quali sono le ultime novità sulla riforma fiscale italiana”, il sistema non restituisce dieci link da cliccare, bensì una sintesi. Sull’argomento può aver scritto il più bravo professionista del mondo, ma se non lo ha fatto rendendo il servizio “leggibile” da un sistema generativo, il suo lavoro non viene incluso, è come se diventasse invisibile. Un vero peccato.

Oggi, dunque, non basta più scrivere un buon articolo e sperare che qualcuno lo trovi: bisogna strutturarlo in modo che un’AI lo riconosca come fonte autorevole, lo citi, lo valorizzi. Significa padroneggiare la semantica, organizzare le informazioni in sezioni chiare, inserire dati strutturati che le macchine possano processare. Significa ripensare titoli, sommari, gerarchia dei contenuti. Significa, in sostanza, adattarsi di nuovo, mettersi a studiare.

L’algoritmo è un “falso problema”

Chi oggi si oppone a questa evoluzione, chi liquida la GEO come “roba per smanettoni” o “la morte del giornalismo vero”, è spesso chi ha avuto il privilegio di costruire la propria carriera in un’epoca d’oro: contratti a tempo indeterminato, visibilità garantita dalla testata, firme che contavano per il solo fatto di apparire su carta. Si tratta di professionisti che hanno beneficiato di un sistema solido, o quantomeno più solido d’oggi, che hanno potuto sbagliare e riprovarci, che hanno avuto tempo e risorse per crescere, con accanto la guida di chi questo mestiere lo svolgeva già da tempo. Hanno imparato il mestiere scrivendo pezzi che venivano letti comunque, perché la distribuzione era un dato di fatto, non una conquista quotidiana.

Gli stessi che resistono all’evoluzione, quindici o vent’anni fa, andavano in giro con il fotografo professionista al seguito: macchine reflex da migliaia di euro, obiettivi intercambiabili, flash esterni, il bagagliaio pieno di attrezzature. Era lo standard. Oggi quegli stessi giornalisti escono con lo smartphone in tasca, scattano foto con il cellulare, le editano con app gratuite, le mandano in redazione via WhatsApp. E nessuno si lamenta che “non sia vera fotografia”, che “una volta c’era il fotografo vero con la Canon 5D”. Si sono adattati perché era comodo, efficiente, sostenibile economicamente farlo.

Ma quando si parla di adattarsi agli algoritmi, di imparare come funzioni la GEO, di strutturare i contenuti per i motori generativi, improvvisamente sentono di rischiare di “tradire” la professione. Lo smartphone per le foto va bene, l’AI per la distribuzione dei loro servizi no.

Un vantaggio per i giovani (e non solo)

I giovani giornalisti di oggi non hanno nessuna di quelle sicurezze. Entrano in redazioni smantellate, con organici ridotti e una riduzione del 20% del potere d’acquisto degli stipendi, come confermato dalla Federazione nazionale della stampa italiana. Lavorano con contratti precari o partite IVA mascherate, scrivono per testate digitali che pagano 20 euro a pezzo quando va bene. Non hanno il fotografo, non hanno il tempo, non hanno le risorse. E l’unica leva che hanno per emergere è la competenza tecnica: capire come funzionano gli algoritmi, come si posizionano i contenuti, come si intercettano le nuove modalità di consumo dell’informazione.

Usano la SEO e ora la GEO non per snaturare il giornalismo, ma per farlo sopravvivere, per farsi leggere. Un giovane freelance che sa ottimizzare i suoi articoli per i motori generativi può triplicare la sua visibilità, ottenere più commissioni, costruirsi una reputazione misurabile. Non è clickbait, è strategia di mercato. È capire dove si trova il pubblico e bussare alla sua porta. Eppure, troppo spesso, vengono guardati con sufficienza: “Non sanno fare le inchieste vere”, “pensano solo ai click”, “non hanno la stoffa dei giornalisti di una volta”, queste alcune delle affermazioni più tristi dei veterani. Come se padroneggiare gli strumenti digitali fosse incompatibile con la qualità.

Ma chi sostiene questa tesi dimentica un dettaglio: molte delle inchieste più premiate degli ultimi anni – pensiamo ai Panama Papers o alle rivelazioni sugli algoritmi di Facebook – sono state possibili proprio grazie a competenze tecniche avanzate, data journalism, capacità di analizzare e strutturare enormi quantità di informazioni. Il giornalismo di qualità oggi richiede più competenze di una volta, non meno.

Perché i giornalisti di vecchia generazione talvolta rifiutano la GEO

La verità, forse, è molto più profonda: chi rifiuta di aggiornarsi non sta difendendo il giornalismo, sta difendendo la propria comfort zone. E nel frattempo, il mercato si sposta. Le realtà editoriali che investono in professionisti capaci di muoversi tra SEO e GEO crescono in visibilità, autorevolezza, credibilità, ricavi pubblicitari. Quelle che si affidano solo al “lo abbiamo sempre fatto così” perdono lettori ogni mese, perdono rilevanza nei circuiti informativi e risorse economiche.

E qui emerge un’ulteriore contraddizione: gli stessi che snobbano la GEO come fosse, nella migliore delle ipotesi, un “tecnicismo inutile”, sono poi i primi a lamentarsi della crisi dell’editoria, del calo delle vendite, della perdita di influenza del giornalismo tradizionale. Ma se ci si rifiuta di capire dove e come le persone consumano l’informazione nel 2026, come ci si può aspettare di essere letti? Non è una questione generazionale, è una questione di metodo. Pretendere che un’intera generazione si formi con strumenti obsoleti, perché “si è sempre fatto così”, è il riflesso di una visione miope e dannosa. È come chiedere a un geometra di usare il tecnigrafo invece di AutoCAD perché “una volta si faceva vera progettazione a mano”.

Il futuro del giornalismo è una scelta

Il giornalismo del 2026 non è migliore o peggiore di quello del 2006 o del 1986: è semplicemente diverso e richiede competenze aggiuntive. Chi le rifiuta non sta facendo un buon servizio alla categoria e nemmeno al suo scopo più puro, sta semplicemente restando indietro. E trascina con sé chi potrebbe, invece, costruire un’informazione più solida, più accessibile, più sostenibile. Chi potrebbe far sì che i migliori servizi dei giornalisti italiani siano citati, letti, presi sul serio anche dalle intelligenze artificiali che stanno diventando il primo punto di accesso all’informazione per milioni di persone.

Il punto non è se la GEO stravolgerà il lavoro dei giornalisti, perché lo sta già facendo. Ma serve che si faccia una riflessione profonda: i giornalisti vogliono guidare il cambiamento o subirlo? Vogliono restare competenti e competitivi, confermandosi i protagonisti dell’informazione, oppure vogliono lasciare spazio ai vari creator? Non è possibile “predicare” il “buon giornalismo” rifiutando gli strumenti di distribuzione.

Autore
Foto dell'autore

Ivana Zimbone

Direttrice responsabile

Direttrice responsabile di Partitaiva.it e della rivista filosofica "Vita Pensata". Giornalista pubblicista, SEO copywriter e consulente di comunicazione, mi sono laureata in Filosofia - con una tesi sul panorama dell'informazione nell'era digitale - e in Filologia moderna. Ho cominciato a muovere i primi passi nel giornalismo nel 2018, lavorando per la carta stampata e l'online. Mi occupo principalmente di inchieste e approfondimenti di economia, impresa, temi sociali e condizione femminile. Nel 2024 ho aperto un blog dedicato alla comunicazione e alle professioni digitali.

Lascia un commento

Continua a leggere

Iscriviti alla Newsletter

Il meglio delle notizie di Partitaiva.it, per ricevere sempre le novità e i consigli su fisco, tasse, lavoro, economia, fintech e molto altro.

Abilita JavaScript nel browser per completare questo modulo.