Sanremo 2026, strapotere dello streaming e industria discografica sul podio: come si realizza il “sogno musicale”

Mentre l’Ariston incorona il vincitore, l’industria musicale italiana si conferma un motore da 4,3 miliardi di euro. Dallo strapotere dello streaming (+9,9%) alla classifica delle migliori case discografiche: ecco come i nuovi talenti possono trasformare i dati social in un contratto reale.

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Mentre le luci dell’Ariston si accendono per l’atto finale di Sanremo 2026, c’è un’orchestra che suona spartiti fatti di numeri, investimenti e strategie di mercato. Se per il pubblico Sanremo è canzoni e spettacolo, per il mondo dei professionisti e delle imprese è il momento di massima esposizione di un mercato discografico italiano che ha saputo trasformarsi in un vero motore economico. Oggi le società musicali vanno a caccia di talenti per rilanciarne immagine e reputazione, assumendo un ruolo di primo piano nella crescita del PIL nazionale.

Per chi sta muovendo i primi passi, Sanremo è la conferma che il mercato discografico italiano — che ha chiuso il primo semestre 2025 con un fatturato di oltre 208 milioni di euro (+9,7%) — è solido, ma profondamente cambiato. Non è più il tempo delle scommesse “al buio”. La crisi e la digitalizzazione hanno spinto le etichette a essere meno disposte a osare: oggi un artista viene ingaggiato spesso solo se ha già un successo mediatico tracciabile. Le case discografiche intervengono per amplificarlo, mettendo in campo una squadra di esperti — dai producer ai videomaker, fino ai social media manager — per trasformare la musica in un business capace di generare un contributo all’economia nazionale di circa 4,3 miliardi di euro.

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Mercato discografico italiano, da dove arrivano i profitti?

Il mercato delle case discografiche si alimenta di profitti che arrivano soprattutto dalle vendite, dalle royalties, dalle licenze e dall’organizzazione di eventi dal vivo. Gli introiti viaggiano soprattutto attraverso i canali digitali. Ma non solo. Secondo i dati Fimi (Federazione Italiana Musica Italiana), è una crescita solida quella registrata dal mercato discografico nel primo semestre 2025, con un fatturato di più di 208 milioni di euro e un +9,7%grazie a un aumento dei ricavi di quasi tutti i comparti.

Lo streaming segna una crescita del 9,9%, con il segmento premium che rappresenta il 56% della quota di mercato. Tuttavia, è il comparto fisico a stupire: il vinile cresce del 17% e il CD del 4,7%. Questo successo genera benefici indiretti su turismo, ristorazione e commercio, con effetti positivi anche sull’occupazione.

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La classifica delle migliori case discografiche nel 2026

Se parliamo di copie vendute, a farla da padrona, secondo i dati Fimi, è la Universal Music Italia, con 1.420.000 di copie. Segue in seconda posizione la Sony Music con 1.020.000 copie e, in terza posizione, Believe. Quest’ultima è una casa discografica francese che ha più di 20 marchi ed etichette di merchandising. Al quarto gradino troviamo la Warner Music Italy, con 325 mila copie. Al quinto Artist First con 175 mila copie. Sotto le 100 mila, ma comunque tra le prime dieci, troviamo Self, Carosello, Tanta Roba Label, Indipende mente e Fuga.

A livello globale, il giro d’affari ammonta a 21,6 miliardi di dollari. A spartirsi la fetta più grande di questo mercato sono tre le major musicali che si dividono il mercato internazionale: Universal, Warner e Sony.

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Non solo musica: ecco cosa fanno le case discografiche

Le case discografiche non vendono solo file audio, ma attivano una filiera complessa. Contratti, diritti d’autore, marchi, promozione e distribuzione della musica restano i pilastri fondamentali. Attorno a questi ruota un business dalle dinamiche complesse che, secondo Fimi, frutterebbe all’economia nazionale 4,3 miliardi di euro.

Le società musicali orientano la scelta di immagine, stile e suono dell’artista. Sono loro a gestire la produzione musicale e, in una fase successiva, si occupano anche della pubblicazione e distribuzione della musica: per garantire registrazioni di alta qualità, le etichette investono su producer, fonici, esperti in post produzione, ingegneri e tecnici del suono, studi di registrazione e attrezzature. L’industria musicale e tutti i suoi professionisti ringraziano.

Le società musicali, poi, si occupano anche della comunicazione e del branding: per lanciare un artista serve un team di registi, social media manager, fotografi e agenzie di comunicazione. Il lavoro di squadra si costruisce sul contributo di professionalità di figure con competenze specifiche che si occupano di produrre contenuti aggiuntivi, tra cui video musicali, post per i social media, volantini. Una delle voci di entrata più remunerative, infine, è quella della logistica e dell’organizzazione dei tour.

I settori che ne traggono beneficio

Sanremo è la dimostrazione di come le case discografiche alimentino in modo trasversale anche altri settori. Nel turismo e nella ristorazione, per esempio, gli eventi legati alla musica e ai tour nazionali generano flussi record, come i 250 mila spettatori per Ultimo a Tor Vergata nel 2025. E offrono pure l’opportunità di vendere magliette e gadget che alimentano gli introiti di negozi fisici e online. La città ad aver tratto maggiori benefici è Milano, grazie agli eventi di respiro internazionale che ne hanno fatta una delle mete più ambite a livello mondiale.

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Meno investimenti per colpa della crisi: oggi le case discografiche rischiano di più

Chi custodisce il sogno di calcare il palco dell’Ariston deve fare i conti con una realtà più difficile del previsto. “Il ruolo delle case discografiche è cambiato rispetto al passato – dice a Partitaiva.it il rapper italiano Skuba Libre -. Oggi, un artista viene ingaggiato da zero ma solo se ha già un certo successo a livello mediatico perché la crisi ha coinvolto anche questo settore e a risentirne sono gli investimenti”.

Skuba Libre

Spotify ha contribuito a togliere di mezzo il mercato fisico e dei cd. Dunque le case discografiche possono permettersi di avvantaggiarsi del successo già conquistato dell’artista in modo autonomo: “Ma certamente è la casa discografica che può amplificarlo facendo leva sui canali complementari a quelli web che magari l’artista da solo non riuscirebbe a raggiungere. Parlo delle ospitate televisive, dei festival, degli articoli di giornale, delle menzioni nelle riviste di settore: tutti elementi che contribuiscono al branding”, aggiunge Skuba Libre.

Skuba Libre richiama in tal senso una recente intervista a Frank Zappa il quale sottolinea come in passato le case discografiche fossero fatte di persone che poco sapevano e capivano di musica. Oggi, invece, sono fatte di persone che di musica ne capiscono a tal punto che tendono a sostituirsi agli stessi artisti nelle scelte musicali. “Oggi – continua l’artista romano – le case discografiche sono meno disposte ad osare e tendono a percorrere sentieri già battuti. Nel passato c’erano radio, televisione: si facevano i videoclip o le ospitate e si tiravano le somme in termini di vendite e spettatori. Con i social la situazione è cambiata: dei follower è possibile sapere non solo quanti sono, ma anche che tipo di musica ascoltano, che tipo di linguaggio utilizzano, quali altri artisti seguono. In un mondo della musica dove tutto è controllato e tracciato, l’artista può proporre qualcosa di originale, ma non può non tenere conto di quello che già c’è e ciò rende tutto meno spontaneo”.







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Patrizia Penna

Giornalista professionista

Sono nata a Catania, mi sono laureata con lode in Lingue e Culture europee all'Università di Catania. Ho lavorato per quasi vent'anni come redattore al Quotidiano di Sicilia, ho curato contenuti ma anche grafica e impaginazione. Oggi sono una libera professionista. Mi occupo di informazione, uffici stampa e curo sui social media la comunicazione di aziende, anche straniere.

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