Il mercato italiano dei minibond è tornato a correre. Nel 2025 ha superato i 2 miliardi di euro di raccolta, con 214 emissioni totali, e a guidare la ripresa sono state le piccole e medie imprese, che per la prima volta hanno sorpassato le grandi nell’uso di questo strumento. A fotografare la situazione è la dodicesima edizione del report dell’Osservatorio minibond della School of management del Politecnico di Milano.
Tuttavia, per molti imprenditori i minibond rimangono strumenti ancora poco conosciuti, soprattutto fuori dalla Lombardia, che da sola conta il 43% delle emittenti, e dal Nord in generale (tre emittenti su quattro). Eppure, possono rappresentare un’alternativa concreta al credito bancario, in un momento in cui i flussi verso le PMI si sono ridotti e le condizioni di accesso rimangono selettive.
Indice
Cosa sono i minibond
I minibond sono titoli obbligazionari di importo inferiore a 50 milioni di euro, emessi da imprese italiane non finanziarie (società di capitale o cooperative) e sottoscritti da investitori professionali e qualificati. In sostanza, l’impresa si finanzia emettendo un titolo di debito sul mercato mobiliare invece di richiedere un prestito in banca.
Chi sottoscrive il minibond riceve una remunerazione periodica (la cedola), mentre l’impresa ottiene liquidità da destinare alla crescita, a un’acquisizione o alla ristrutturazione del debito. Con tali caratteristiche, lo strumento è alternativo e complementare al credito bancario, e non necessariamente sostitutivo. Pertanto, non si ricorre ai minibond perché la banca ha chiuso i rubinetti, ma piuttosto perché si vuole diversificare le fonti di finanziamento e accedere a un mercato più ampio.
Chi può emettere un minibond
Possono emettere i minibond le società di capitali italiane (spa, srl, cooperative) con operatività propria, diverse dagli istituti finanziari. Non è richiesta la quotazione in Borsa. Il collocamento può avvenire tramite investitori istituzionali, fondi specializzati o piattaforme di crowdfunding autorizzate dalla Consob, con una distinzione importante:
- se emessi da spa, i minibond possono essere sottoscritti anche da investitori retail;
- se emessi da srl, i sottoscrittori possono essere solo soggetti professionali.
Una novità piuttosto importante riguarda il Fondo di garanzia dello Stato: un decreto interministeriale ha aperto la possibilità di richiederne il supporto anche per i titoli collocati tramite crowdfunding, con una copertura fino all’80% dell’importo investito. Un elemento che abbassa significativamente il rischio percepito dagli investitori e può rendere più accessibile la raccolta per le PMI.
Come emettere un minibond: guida pratica
Il processo di emissione di un minibond si articola in cinque fasi principali. Un iter che, nonostante qualche tentativo di semplificazione, rimane pur sempre molto strutturato e non rapidissimo, presupponendo una preparazione solida sul fronte dei conti e della documentazione:
- valutare l’idoneità dell’impresa. Bilanci solidi, un piano industriale credibile e una struttura societaria trasparente sono prerequisiti fondamentali. Gli investitori professionali condurranno infatti una due diligence approfondita. Un’impresa con perdite recenti o con debiti non strutturati difficilmente riuscirà dunque a collocare il titolo a condizioni favorevoli;
- scegliere l’advisor e definire la struttura. Un advisor specializzato – banca, società di gestione del risparmio – affianca l’impresa nella strutturazione del titolo: importo, durata, tasso cedolare, eventuali garanzie. La scelta dell’advisor è spesso un momento decisivo per la buona riuscita dell’operazione: conosce il mercato, ha le relazioni con gli investitori e sa quali condizioni sono realistiche;
- predisporre il documento d’offerta. Il documento descrive l’emittente, le caratteristiche del titolo, i rischi e la destinazione dei proventi. È un documento chiave per gli investitori e richiede un lavoro accurato, con il supporto di un legale specializzato;
- collocare il titolo. Il collocamento avviene attraverso investitori istituzionali, fondi specializzati, piattaforme di crowdfunding autorizzate o operazioni di basket bond (aggregazioni per filiera o area geografica che nel 2025 hanno superato i 300 milioni di euro di raccolta);
- gestire gli obblighi post-emissione. L’impresa è tenuta al pagamento puntuale delle cedole, al rispetto dei covenant (gli impegni contrattuali previsti dal regolamento del prestito) e, in molti casi, alla pubblicazione periodica di dati finanziari.
Come comunicare la propria impresa agli investitori
Emettere un minibond, però, non riguarda solo gli aspetti finanziari. Piuttosto, è anche una questione di comunicazione. Laura Loprieno, esperta di marketing digitale e comunicazione per imprese e startup, ha approfondito con il nostro magazine quali sono i principali errori che le PMI commettono quando si avvicinano agli strumenti di mercato.

“Il primo passo è capire che comunicare a un investitore professionale è diverso dal comunicare a un cliente o a un fornitore – spiega Loprieno -. Un fondo che valuta un minibond non cerca un’azienda simpatica: cerca numeri chiari, una storia credibile e un management che dimostri di conoscere i propri rischi. Molte Pmi partono già in svantaggio perché non hanno mai investito in questa narrazione”.
Di qui, l’errore più diffuso, che secondo l’esperta è sopravvalutare il prodotto e sottovalutare il contesto. “Un’azienda manifatturiera del Nord-Est con ottimi margini può presentarsi malissimo se non sa spiegare il proprio mercato di riferimento, la concorrenza, la strategia di crescita. Un altro errore frequente è comunicare solo i risultati positivi: gli investitori sanno leggere i bilanci e apprezzano chi riconosce i punti deboli e spiega come li sta affrontando”, prosegue.
Il digitale come strumento di credibilità
In questo scenario il digitale può aiutare una PMI a prepararsi a una raccolta, ma non nel senso che si potrebbe pensare. “Non si tratta di fare campagne social o di avere un sito aggiornato – precisa Loprieno -. Si tratta di costruire una presenza digitale che renda verificabile ciò che si dichiara: rassegna stampa, case study pubblicati, dati d’impatto accessibili, un profilo LinkedIn del management che racconti competenza e visione. Quando un analista cerca l’impresa online, deve trovare una storia coerente”
Sul divario geografico – il Sud rappresenta solo il 7,7% delle emittenti – Loprieno non ha dubbi: “Al Sud esistono imprese eccellenti con i numeri per accedere a questi strumenti. Il problema è che spesso mancano gli intermediari specializzati sul territorio (advisor, fondi locali, reti di investitori) e quindi anche la circolazione delle informazioni è più lenta. Le istituzioni locali e le associazioni di categoria potrebbero fare molto di più per colmare questo gap”.
Il consiglio pratico per chi si avvicina ai minibond per la prima volta è dunque presto detto: “Iniziare a costruire la propria storia prima di averne bisogno. Non si va dagli investitori quando si è già a corto di liquidità: ci si va quando si ha un progetto chiaro, i conti in ordine e il tempo per negoziare alle condizioni migliori”, suggerisce l’esperta.
Come investire in minibond: cosa valutare
Dal lato dell’investimento, i minibond possono interessare anche imprenditori e professionisti che desiderano diversificare il portafoglio con strumenti del mercato privato italiano. L’accesso diretto è però riservato agli investitori professionali o qualificati. Per chi non rientra in queste categorie, il canale principale è quello dei fondi di investimento specializzati o, per le emissioni di spa, le piattaforme di crowdfunding autorizzate dalla Consob. In ogni caso, prima di investire, è utile valutare:
- il rendimento offerto, che deve essere commisurato al rischio dell’emittente;
- la solidità finanziaria dell’impresa, verificando bilanci e rating se disponibile;
- la durata del titolo e la liquidabilità in caso di necessità;
- le garanzie presenti, incluso l’eventuale intervento del Fondo di garanzia dello Stato;
- la diversificazione: mai concentrare l’investimento su un solo titolo o un solo settore.
Giancarlo Giudici, responsabile dell’Osservatorio del PoliMi, ritiene che nei prossimi mesi il mercato “possa svilupparsi ancora di più, soprattutto in uno scenario di ulteriore riduzione dei tassi di interesse”. Occorre però, a suo avviso, “l’arrivo di nuovi player specializzati” capaci di intercettare capitali e di supportare le Pmi nelle regioni dove lo strumento è ancora poco conosciuto.
Minibond ESG in calo, ma aumentano le acquisizioni: cosa sta cambiando
Il report del PoliMi segnala infine un’inversione di tendenza rispetto agli anni precedenti: i minibond con finalità ESG (green, social, sustainability-linked) sono in calo sia come numero di emissioni sia come raccolta, con 35 collocamenti e 254 milioni di euro complessivi. L’attenzione si è spostata verso le acquisizioni aziendali, mentre la crescita interna resta la motivazione più frequente.
Sul fronte dei settori, sono aumentate le emittenti nel manifatturiero (da 44 a 54) e le holding finanziarie (da 23 a 32). Seguono costruzioni (19 emittenti), commercio (17) e servizi informatici (12). Anche la forma societaria ha visto variazioni: in crescita sia le spa (+15) sia le srl (+7), con l’aggiunta di 6 cooperative.










Roberto Rais
Giornalista e autore