Il ministro Adolfo Urso, a seguito di un tavolo di confronto svoltosi il 2 febbraio con le principali associazioni imprenditoriali e le rappresentanze sindacali, ha confermato che il governo sta lavorando a un nuovo decreto energia 2026, ma non solo. Durante l’incontro è stata delineata la posizione che l’Italia sosterrà nei prossimi vertici europei (il 12 e 26 febbraio). Al centro del dibattito, la nuova tassa sul carbonio e le quote a pagamento che sono tenute ad acquistare le imprese considerate inquinanti, ma anche una modifica delle procedure per le gare d’appalto in Europa.
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Novità per il decreto energia 2026
Il decreto energia, come spiegato, contiene delle novità che andrebbero ad affiancarsi alle riforme proposte all’UE e che hanno come fine ultimo quello di abbattere i costi delle forniture di luce e gas per le imprese italiane. Il nuovo testo, coordinato dal MIMIT in stretta collaborazione con il MASE, si concentra sulle imprese energivore e prevede incentivi per l’autoproduzione da fonti rinnovabili e meccanismi di stabilizzazione dei prezzi, pensati per rendere le bollette più prevedibili e meno soggette alle fluttuazioni dei mercati internazionali.
L’abbattimento dei costi energetici interni rappresenta però solo una parte degli interventi che contraddistinguono il cosiddetto dossier imprese illustrato dal MIMIT. Gli altri provvedimenti annunciati, infatti, coinvolgono Bruxelles, dove l’Italia si presenterà il 12 e 26 febbraio per chiedere la revisione delle normative ambientali.
Tasse sul carbonio: la posizione dell’Italia
Tra le normative europee che secondo Urso rischiano di pesare eccessivamente sui bilanci delle imprese c’è il CBAM, ovvero il meccanismo che dal 1° gennaio 2028 dovrebbe tassare i prodotti importati da Paesi extra-UE che non rispettano gli standard ambientali europei.
Per il ministro, tale data è considerata troppo distante e dovrebbe essere anticipata, perché senza un’accelerazione le imprese italiane rischiano di subire la concorrenza sleale di chi produce a costi inferiori inquinando di più.
Il mercato dei permessi a pagamento per le emissioni CO2
Un altro tema caldo di cui si è discusso è la revisione del sistema ETS, che obbliga le aziende che emettono CO2 a pagare ogni volta che superano determinate soglie di inquinamento. L’Europa però stabilisce un tetto massimo di gas serra che queste possono produrre e che, se rispettano, non impone l’acquisto di un titolo per ogni tonnellata di anidride carbonica extra rilasciata nell’atmosfera. Tale limite però è destinato a ridursi progressivamente tra il 2026 e il 2030, fino ad azzerarsi entro il 2034. Da quel momento, ogni tonnellata di CO2 emessa dalle industrie dovrà essere pagata.
Tuttavia, secondo il ministro Urso, per le imprese italiane operanti nei settori come la chimica o la siderurgia, la neutralità climatica totale è oggi tecnicamente ed economicamente difficile da raggiungere. La richiesta dell’Italia è quindi quella di mantenere le quote gratuite di emissione oltre il 2034 per chi dimostra di stare investendo nella transizione. In questo modo si eviterebbe che questa misura diventi una tassa punitiva per le aziende che stanno già facendo sforzi per modernizzarsi.
Gare d’appalto: la proposta per favorire le imprese europee
Oltre alla difesa dai costi, il piano italiano sostiene il principio della cosiddetta “preferenza europea“. Di fatto, si vuole fare in modo che per i grandi progetti o nei mercati UE vengano favoriti i prodotti realizzati in Europa. Nelle grandi gare d’appalto per infrastrutture o servizi pubblici, quindi, il prezzo non dovrebbe essere più l’unico fattore determinante. L’idea è di introdurre criteri che premino la vicinanza della produzione, oltre che la sostenibilità della filiera.
In questo modo, un’azienda che produce acciaio o cemento in Italia o in Europa (pur avendo costi leggermente superiori a causa delle normative ambientali) risulterebbe favorita rispetto a un concorrente extra-UE che produce a basso costo inquinando di più.










Redazione
Il team editoriale di Partitaiva.it