Dazi Trump illegittimi, ma gli USA riescono a superare il blocco: scatta la nuova tassa

La risposta del governo USA e il nuovo assetto tariffario: a quale rischio vanno incontro le imprese, specialmente quelle italiane ed europee

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Martedì 24 febbraio, sono diventati operativi i nuovi dazi globali del 10% voluti da Trump su tutte le importazioni negli Stati Uniti. Anche se la Corte Suprema americana li ha dichiarati illegittimi, il governo sta lavorando a una nuova veste legale per stabilizzare le tariffe. Si riaccende il timore di una guerra commerciale globale e delle sue conseguenze, con le imprese italiane ed europee tra le più esposte.

La sentenza della Corte Suprema sui dazi di Trump

Il terremoto è partito dalla Corte Suprema degli Stati Uniti che, con una decisione destinata a rimanere negli annali, ha dichiarato illegittimi i dazi unilaterali imposti da Donald Trump sulla base dei poteri d’emergenza, stabili della legge federale del 1977 (International emergency economic powers act). I giudici hanno stabilito che l’uso della decretazione d’urgenza non può trasformarsi in un potere assoluto di tassazione sulle importazioni senza un solido avallo legislativo.

La reazione della Casa Bianca non si è fatta attendere, innescando una controffensiva che sposta il terreno dello scontro dal piano dei poteri d’emergenza a quello della sicurezza nazionale e delle prerogative commerciali dirette.

La risposta del governo

Poche ore dopo il verdetto della Corte, il presidente ha firmato un nuovo ordine esecutivo che impone un dazio del 10% su tutte le merci in entrata, utilizzando come base giuridica la Section 122 del Trade Act del 1974. Questa norma consente al capo dello Stato di intervenire sulle tariffe per un periodo limitato di 150 giorni (fino al 24 luglio 2026) in presenza di gravi squilibri nella bilancia dei pagamenti.

Il nuovo assetto tariffario

L’amministrazione statunitense sta tentando di blindare la propria politica commerciale attraverso una nuova impalcatura legale, studiata specificamente per resistere a futuri ricorsi giudiziari e articolata su diverse intensità di tassazione. Il piano prevede l’entrata in vigore di un dazio globale transitorio del 10%, una tassa orizzontale applicata indiscriminatamente a ogni prodotto importato che il presidente ha già minacciato di innalzare al 15% attraverso i propri canali social.

Insieme a questa misura di base, la Casa Bianca sta agendo con maggiore vigore sui settori ritenuti di interessa strategico, come la farmaceutica, i semiconduttori e le infrastrutture elettriche. In questi ambiti, le tariffe possono oscillare tra il 15% e il 50% poiché l’amministrazione invoca ragioni di sicurezza nazionale ai sensi della Sezione 232 del Trade Expansion Act del 1962. A questo complesso scenario si aggiungono infine i dazi settoriali preesistenti su beni come rame, automobili e legname da costruzione, i quali restano pienamente operativi in quanto non erano stati oggetto della recente e restrittiva sentenza della Corte Suprema.

Prospettive future

Il prossimo passaggio critico avverrà al Congresso. Alla scadenza dei 150 giorni previsti dalla Section 122, il presidente dovrà necessariamente cercare l’appoggio dei legislatori per prorogare le tariffe. In un anno elettorale, con i democratici pronti all’ostruzionismo e parte dei repubblicani scettici per i danni all’export agricolo americano, la battaglia politica a Washington è solo all’inizio.

Questa mossa trasforma un potenziale momento di distensione in una fase di estrema incertezza e imprevedibilità. Se da un lato la Corte Suprema ha riaffermato il primato del potere legislativo su quello esecutivo in materia fiscale, dall’altro la Casa Bianca ha dimostrato di voler utilizzare ogni piega della normativa commerciale per mantenere la linea dura.

Il rischio per le imprese, specialmente quelle italiane ed europee, è di trovarsi in una terra di nessuno giuridica. Come sottolineato da esponenti dell’Europarlamento, la sovrapposizione tra dazi settoriali e nuovi dazi globali potrebbe portare a effetti cumulativi insostenibili. Ad esempio, un prodotto agroalimentare italiano già soggetto a una tariffa del 15% si trova ora a dover scontare un ulteriore 10% (o 15%), portando il carico fiscale complessivo oltre il 25-30%.

Il prossimo passaggio avverrà al Congresso. Alla scadenza dei 150 giorni previsti dalla Section 122, il presidente dovrà necessariamente cercare l’appoggio dei legislatori per prorogare le tariffe. In un anno elettorale, con i democratici pronti all’ostruzionismo e parte dei repubblicani scettici per i danni all’export agricolo americano, la battaglia politica a Washington è solo all’inizio.

I rimborsi per le imprese

Aziende e associazioni di categoria americane hanno sollecitato il Tesoro ad avviare procedure elettroniche per i rimborsi. E anche in Italia Federcontribuenti ha acceso i riflettori sulla possibilità di recuperare le somme indebitamente versate e di vedere risarciti i danni. Tutto questo con un’azione legale internazionale, a tutela delle imprese italiane danneggiate. Quelle che hanno esportato negli USA durante il periodo di applicazione delle sovrattasse sono perciò invitate a effettuare una ricognizione dei dazi versati e della documentazione doganale, al fine di valutare l’entità del risarcimento richiedibile.

Il crollo del Bitcoin

La decisione della Casa Bianca sposta l’asticella ancora più in alto rispetto alle stime iniziali e che ha immediatamente gelato i mercati globali. L’incertezza si è manifestata con forza nel settore degli asset digitali: il Bitcoin è scivolato sotto la soglia dei 65.000 dollari il 23 febbraio, trascinato verso il basso dal timore degli investitori per una guerra commerciale globale. Il mercato teme che questa mossa possa innescare una spirale inflattiva o una serie di ritorsioni a catena tra Washington, Bruxelles e Roma.

Intanto la Cina, seconda potenza commerciale e partner commerciale USA, chiede agli Stati Uniti di rispettare la sentenza della Corte Suprema.

Cosa faranno Italia e Unione europea?

Mentre le imprese preparano le carte per i rimborsi, il fronte politico è in fermento. Il governo italiano e la Commissione europea sono impegnati in un dialogo serrato per capire come gestire lo stop alla riscossione dei vecchi dazi e, contemporaneamente, come rispondere. La diplomazia punta a ottenere esenzioni specifiche per i settori chiave (come l’automotive, il lusso e l’agroalimentare), ma resta pronta l’opzione di contromisure simmetriche.

Il presidente della commissione Commercio internazionale, Bernd Lange, ha proposto infatti di congelare l’iter legislativo sull’accordo commerciale Ue-Usa. La votazione, inizialmente prevista per oggi 24 febbraio, è stata rinviata al 4 marzo 2026 in attesa di impegni chiari e duraturi da parte dell’amministrazione statunitense. La Commissione ha lasciato intendere che, qualora i nuovi dazi dovessero violare stabilmente le regole del WTO o gli accordi bilaterali, l’UE è pronta ad attivare lo strumento anti-coercizione, che prevede contromisure simmetriche su prodotti simbolo dell’export americano.

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