Se c’è una cosa a cui, per definizione, l’uomo per sua natura è restio è proprio il cambiamento. Ed è per combattere questa ritrosia atavica insita nel genere umano che nasce il change manager, un professionista a cui le imprese ricorrono in modo sempre più frequente per promuovere e portare a compimento i processi di cambiamento e di innovazione tecnologica in azienda. Deve conoscere la lingua inglese ma essere anche empatico. Deve essere esperto in organizzazione aziendale ma anche in mediazione. Il suo guadagno può arrivare a 120 mila euro l’anno ma per lui l’ingrato compito di spiegare che il cambiamento è la linfa vitale di ogni impresa.
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Change manager cosa fa e quali sono le competenze richieste
Il cambiamento è progresso, l’innovazione è business. Potrebbe essere questo lo slogan di ogni change manager che si rispetti. Ma cosa fa esattamente il change manager? Quattro parole chiave e un solo obiettivo: assicurare che i cambiamenti vengano adottati in modo efficiente e diretto da tutte quelle figure su cui si poggia l’organizzazione di un’azienda.
Servizi sempre più efficienti, prodotti sempre più rispondenti alle reali esigenze dei clienti, ogni strategia che guarda alla competitività si costruire su processi che guardano a ciò che è nuovo. Ma il cambiamento costa fatica alle aziende perché queste sono chiamate ad aggiustamenti e adattamenti continui
Il change manager non è solo il professionista che conduce in porto il cambiamento. Il suo lavoro non guarda solo ai processi e all’organizzazione aziendali in senso oggettivo. Tra i suoi compiti c’è anche quello di guardare alle persone destinatarie di una sorta di “moral suasion”. La sua azione, infatti, dovrà essere rivolta al capitale umano che dovrà affrontare insieme a lui e grazie a lui un percorso verso la consapevolezza e la convinzione che quel cambiamento specifico è indispensabile e che rappresenta un vantaggio competitivo.
Secondo l’Osservatorio Assochange, quella del change manager non è ancora una figura stabile negli organici aziendali ma vi sono i presupposti perché possa diventare una figura di riferimento di ogni azienda che si rispetti. Ma attenzione, le competenze richieste sono specifiche: laurea in Economia, in Psicologia del lavoro oppure in Ingegneria gestionale. Sono questi i titoli preferenziali per questa figura che a studi specifici di tipo economico, con una specializzazione in gestione delle risorse o in organizzazione aziendale, dovrà accompagnare anche capacità relazionali principalmente di comunicazione. Ma serve anche empatia perché dovrà comprendere le preoccupazioni dei dipendenti trasformandole, attraverso capacità di mediazione e negoziazione, da elemento di debolezza in elemento di forza.
Il change manager deve conoscere bene la lingua inglese ma deve possedere anche una visione strategica e una profonda conoscenza delle dinamiche comportamentali e ciò per un motivo molto semplice: non deve calare dall’alto una determinata visione ma deve fare in modo che tutti sposino e condividano quella specifica visione.
Stipendio del change manager, ecco quanto può arrivare a guadagnare
Secondo la piattaforma on line Glassdoor, in Italia uno stipendio da change Manager varia mediamente tra 35 mila euro e oltre 80 mila euro lordi annui, a seconda di esperienza, settore e responsabilità. Figure junior partono intorno ai 30 mila-35 mila euro, mentre senior con 6-10 anni di esperienza possono raggiungere 60 mila-80 mila euro. Ruoli di alto livello (es. transformation leader) superano i 110 mila-120 mila euro. Questo spiega perché, secondo un recente sondaggio della Change Capability Community, in tutto il mondo sono sempre di più i change manager che si impegnano in percorsi di riqualificazione e aggiornamento: 59% nell’ultimo anno; 12% negli ultimi 2 anni; 10% negli ultimi 3 anni; 19% più di 3 anni fa.
Le cinque fasi del change management
I lauti compensi previsti per il change manager sono giustificati dal fatto che non si tratta di un semplice referente aziendale ma di un esperto a tutti gli effetti. Una figura strategica in grado di mettere in atto le cinque fasi del change management:
- analisi e valutazione del cambiamento (perché cambiare e quali gli effetti del cambiamento immaginato);
- pianificazione e progettazione del cambiamento (si realizza un piano con obiettivi specifici, strategie e le azioni necessarie per implementare il cambiamento, risorse richieste e tempi previsti);
- comunicazione e coinvolgimento (i protagonisti di questa fase sono i dipendenti, destinatari di azioni di comunicazioni mirate che li mettano a conoscenza del cambiamento a cui si sta lavorando, lasciando spazio a domande, preoccupazioni o critiche);
- implementazione del cambiamento (in questa fase si dà attuazione ai piani ma l’azienda si riserva correzioni e possibili aggiustamenti);
- valutazione e consolidamento (si tirano le somme e si valutano i risultati misurandoli con le aspettative. Questa fase può includere ulteriori implementazioni o scelte orientate a correggere il tiro).
Social change manager, arrivano i corsi di formazione Unicredit
Non spettatori ma autori del cambiamento grazie alle competenze. È questa la ferma convinzione che spinge sempre più le imprese verso figure professionali come quella del change manager. E una spinta decisiva verso l’aggiunta di ulteriori sfumature di competenza e professionalità di questa figura, con un focus specifico sul tema della sostenibilità ambientale, sta arrivando dalle banche e, più nello specifico, proprio da Unicredit.
“Investire in formazione, in particolare sui temi della sostenibilità e dell’innovazione, significa contribuire in modo concreto alla costruzione di un futuro più solido, equo e inclusivo”, ha detto a Partitaiva.it Salvatore Malandrino, regional manager Sicilia di UniCredit, proprio nel giorno in cui l’istituto bancario ha siglato con l’università di Catania un accordo per formare i social change manager del domani: un’alleanza “accademica” che fa evolvere Road to Social Change, il progetto di UniCredit quest’anno giunto alla sua sesta edizione, in un laboratorio unico di formazione e innovazione sociale che a breve dovrebbe coinvolgere anche altri atenei siciliani.

Il social change manager è un’evoluzione della figura del change manager. Una figura professionale, nata grazie al programma Road to Social Change, che si propone di diffondere la cultura della Sostenibilità Integrale all’interno delle imprese e organizzazioni in cui sono attivi.
Road to Social Change è il corso gratuito di formazione di Unicredit, un percorso di creazione di cultura sulla Sostenibilità Integrale finalizzato a rafforzare una cultura imprenditoriale che punti a legare, intenzionalmente, la strategia di sostenibilità alla competitività di impresa e alla creazione di sinergie con il territorio. La partecipazione a Road to Social Change è gratuita e aperta a tutti, con particolare attenzione a studenti, professionisti e operatori non profit. “Con Road to Social Change – spiega ancora al nostro giornale Malandrino – confermiamo il nostro impegno nel formare professionisti specializzati, offrendo loro strumenti concreti per affrontare le sfide della transizione. L’obiettivo è rafforzare la competitività e l’attenzione alla dimensione sociale, così da generare valore reale per le nostre comunità”.
Cosa fa il social change manager
Entrare in contatto diretto con il mondo dell’impresa significa per i giovani completare un processo di formazione che altrimenti resterebbe monco e confinato alla mera teoria. Per i giovani arricchire le competenze significa proprio questo: entrare in un percorso che offre la possibilità di imparare la lingua del futuro: la sostenibilità integrale. E qui entra in campo il social change manager che identifica un approccio di business capace di coniugare le performance economiche e la necessaria riduzione degli impatti ambientali con una prospettiva inclusiva e intenzionalmente orientata a ridurre le disuguaglianze.
Ecco cosa fa il social change manager: in poche parole, deve prima fare propria e poi promuovere all’interno dell’azienda nella quale opera una cultura imprenditoriale che punti a legare intenzionalmente la strategia di sostenibilità alla competitività di impresa e territorio. Lavorare con questa prospettiva non significa solo fare il bene di un’azienda garantendole prospettive, significa anche fornire a tutta la comunità le leve per un progresso che, oltre la crescita economica, persegua l’avanzamento verso un futuro più sostenibile.
Per diventare social change manager è necessario iscriversi al percorso Road to Social Change, fruire dei contenuti e superare l’assesment finale: si riceverà una certificazione digitale – open badge – che attesta le conoscenze e le competenze acquisite, condivisibile sul proprio profilo LinkedIn e curriculum vitae. Quaranta ore di formazione on line 3 live talk ispirazionali per dare voce ai protagonisti del territorio (aziende, imprenditori, istituzioni) con approfondimenti tecnici che analizzeranno i fattori ESG per la competitività delle principali filiere del Made in Italy.










Patrizia Penna
Giornalista professionista