Il dottorato di ricerca in Italia rappresenta oggi una garanzia di occupazione quasi assoluta, ma non riesce ancora a trattenere i talenti entro i confini nazionali. Secondo l’indagine ISTAT 2025 sull’inserimento professionale, il tasso di occupazione dei dottori di ricerca raggiunge il 96,1% a quattro o sei anni dal conseguimento del titolo.
Tuttavia, emerge un dato critico: il 10,4% degli occupati lavora all’estero, attratto da retribuzioni che superano di oltre 1.500 euro netti mensili quelle italiane.
Indice
- Dottore di ricerca: chi trova lavoro e in quali condizioni
- Italia agli ultimi posti in Europa per numero di dottori
- Chi sono i dottori di ricerca e da dove vengono
- Quali aree disciplinari offrono più lavoro a un anno dal titolo? La classifica
- Squilibri territoriali tra Nord e Sud: la mobilità territoriale
- Perché i dottori di ricerca scelgono l’estero? Il divario salariale
- Il dottorato all’estero: spesso non si torna indietro
- Il ruolo del dottorato nella pubblica amministrazione: l’analisi dell’esperta
Dottore di ricerca: chi trova lavoro e in quali condizioni
Il confronto con i dati del 2018 (riferiti alle coorti 2012-2014, quando l’occupazione era al 93,8%) evidenzia un netto miglioramento. È cresciuta sensibilmente anche la quota di chi lavora presso università o enti di ricerca, passando dal 39,7% al 49,3%. Nonostante il successo numerico, permangono alcune fragilità contrattuali:
- il 34,4% dei dottori occupati ha un contratto a tempo determinato;
- quasi il 6% lavora part-time;
- circa un quarto svolge un’attività che non prevede ricerca.
Il titolo apre dunque le porte del mercato del lavoro, ma non sempre garantisce posizioni stabili o coerenti con l’altissimo percorso formativo svolto.
Italia agli ultimi posti in Europa per numero di dottori
Sul piano della produzione di titoli, il nostro Paese è ancora in ritardo rispetto agli standard UE. Ogni anno conseguono il dottorato circa 8.000 persone, pari allo 0,4% della popolazione. Questo dato colloca l’Italia al 22° posto nella graduatoria UE a 27 stati, lontana dalla media europea (0,8%) e da Paesi come la Germania (1,4%), la Spagna (0,9%) e la Francia (0,7%).
Questo risultato è in parte figlio delle politiche universitarie degli anni passati. Il decreto ministeriale 45/2013 aveva infatti ridotto sia i corsi di dottorato sia i posti finanziati con borsa, determinando un calo prolungato delle iscrizioni. La ripresa è arrivata solo dopo il 2021, trainata dagli investimenti massicci del PNRR. A pesare sul percorso formativo è stata anche la pandemia. Il 27,3% dei dottori della coorte 2021 ha conseguito il titolo con un anno di ritardo, una quota doppia rispetto alla coorte 2019 (12,8%). Di questi, ben il 70,6% ha indicato il Covid-19 come causa diretta del rallentamento.
Chi sono i dottori di ricerca e da dove vengono
L’accesso al dottorato di ricerca appare ancora condizionato dall’estrazione sociale:
- nel 39% dei casi, almeno un genitore è laureato (contro il 17% della popolazione generale tra i 45 e i 64 anni);
- solo il 14,9% proviene da famiglie con licenza media (rispetto al 40,8% della media nazionale).
Sul piano disciplinare, la maggioranza (52,6%) si forma nelle aree Stem, con prevalenza del gruppo scientifico (28,1%) e dell’ingegneria industriale e dell’informazione (15,5%). Seguono l’area sanitaria e agro-veterinaria (18,2%), quella economica, giuridica e sociale (16,9%) e quella artistico-letteraria (12,4%). Di rilievo è anche la componente straniera: tra i dottori della coorte 2021, il 12,3% è cittadino straniero, una quota circa tre volte superiore a quella registrata tra i laureati (4,6%).
Quali aree disciplinari offrono più lavoro a un anno dal titolo? La classifica
Il report 2025 di AlmaLaurea, che ha coinvolto oltre 7.200 dottori del 2023 di 57 atenei, conferma che Ingegneria, scienze di base e scienze della vita garantiscono i migliori sbocchi occupazionali immediati. Il tasso di occupazione complessivo a dodici mesi dal titolo si attesta al 91,2%, in crescita di 2,2 punti percentuali rispetto al 2019.
| Area disciplinare | Tasso di occupazione (a 1 anno) | Tempo medio inserimento |
| Ingegneria | 94,2% | 2,2 mesi |
| Scienze di base | 91,9% | 1,9 mesi |
| Scienze della vita | 90,9% | 2,2 mesi |
| Scienze economiche, giuridiche, sociali | 90,7% | – |
| Scienze umane | 87,8% | 2,9 mesi |
Il dato occupazionale dei dottori è comunque superiore a quello dei laureati magistrali a cinque anni dal titolo (89,7%). Tuttavia, le differenze emergono anche sui contratti: in ingegneria il 29,7% degli occupati ha un contratto a tempo indeterminato a un anno dal titolo. In scienze di base, invece, il 49,7% lavora con un assegno di ricerca, forma contrattuale legata ai fondi del PNRR. L’area economica, giuridica e sociale si distingue per il lavoro autonomo, che riguarda il 12,3% dei dottori (contro una media del 7%).
Sul fronte retributivo, la media netta a un anno è di 1.980 euro, ma i dottori in scienze della vita (2.124 euro) e ingegneria (2.042 euro) guadagnano di più. Chiudono la classifica i dottori in scienze umane con 1.656 euro, penalizzati da un part-time involontario al 6,6%.
Squilibri territoriali tra Nord e Sud: la mobilità territoriale
Gli atenei del Nord continuano ad attrarre studenti: nel 2021 il 47,3% dei titoli è stato conseguito in università settentrionali (rispetto al 41,9% del 2012). Tra chi si dottora al Nord, però, meno del 68% è residente in quelle regioni: l’11% arriva dall’estero e il 12,7% dal Mezzogiorno.
La mobilità verso il Nord è accentuata soprattutto per chi proviene dal Sud: il 44,4% sceglie un ateneo settentrionale e il 43,3% uno del Centro. Nel 2025, il 39,7% dei dottori vive in una regione diversa da quella di provenienza o all’estero. Questa percentuale sale al 45,5% per chi viene dal Mezzogiorno, contro il 30,9% del Nord e il 27,5% del Centro. I flussi di uscita più massicci si registrano in Molise, Basilicata e Calabria (quasi il 60% ha lasciato la regione), mentre le quote più basse si osservano in Lazio (20,9%), Lombardia (26,9%) ed Emilia-Romagna (27,5%).
Perché i dottori di ricerca scelgono l’estero? Il divario salariale
Nel 2025, il 10,4% dei dottori lavora fuori dall’Italia. Le mete principali sono Germania (13,7%), Stati Uniti (13,2%), Francia (11,8%) e Svizzera (11,5%). Il Regno Unito, che nel 2018 era al primo posto con il 21,2%, è sceso al 10,2% a causa della Brexit. Le motivazioni della fuga emergono chiaramente dai dati ISTAT:
- l’81,7% cerca maggiori possibilità di trovare un lavoro adeguato alla qualifica (era il 78,1% nel 2018);
- il 73,7% punta a retribuzioni più elevate (+10 punti percentuali rispetto al 2018);
- il 45,3% denuncia la mancanza di opportunità adeguate in Italia (dato in calo rispetto al 57,5% del 2018).
Il dato più eclatante è il divario economico: la metà di chi lavora all’estero guadagna oltre 3.500 euro netti al mese, una soglia raggiunta in Italia solo dal 7,4% dei dottori
Il dottorato all’estero: spesso non si torna indietro
L’esperienza internazionale durante il dottorato (salita dal 43,1% delle coorti 2012-14 al 53,2% delle coorti 2019-21) è strettamente correlata alla mobilità successiva. Chi ha trascorso un periodo fuori vive all’estero nel 14,1% dei casi, contro il 5,4% di chi non è mai partito. Inoltre, il lavoro trovato all’estero è più coerente: il 59,6% svolge un’attività per cui il dottorato è richiesto, contro il 37,2% di chi lavora in Italia.
Il ruolo del dottorato nella pubblica amministrazione: l’analisi dell’esperta
“I dati ISTAT e AlmaLaurea 2025 confermano ciò che osserviamo quotidianamente: il dottorato di ricerca è un passaporto per l’occupazione e questo vale non solo nel privato”, spiega a Partitaiva.it Erika Verzaro, responsabile editoriale del portale ticonsiglio.com. Secondo l’esperta, il valore del dottorato sta crescendo esponenzialmente nella pubblica amministrazione.
“Se in passato il titolo era visto come puramente accademico, oggi è una leva fondamentale per accedere a ruoli di alta responsabilità e consulenza tecnica nello Stato – continua Verzaro –. In molti concorsi per enti centrali, il dottorato garantisce già oggi un punteggio aggiuntivo determinante. Per certi ruoli apicali è persino un requisito d’accesso indispensabile, come nel concorso del ministero della Cultura per 577 funzionari, dove non basta la laurea magistrale ma serve il dottorato, un diploma di specializzazione o un master di secondo livello”.
La responsabile editoriale di ticonsiglio.com cita anche il concorso SNA per allievi dirigenti, dove il dottorato permette di accedere alla carriera dirigenziale saltando il requisito dei cinque anni di anzianità nella PA. Iniziative come il programma Dottorati InPA confermano questa direzione: “La volontà è immettere nel pubblico profili capaci di gestire le sfide del PNRR e dell’innovazione. Il dottorato non è più solo per l’università, ma una chiave d’accesso privilegiata per una carriera pubblica di alto profilo in Italia”, conclude.










Roberto Rais
Giornalista e autore