Differenza tra capitale proprio e capitale di terzi: la guida

L’azienda ha bisogno del capitale per perseguire il suo scopo e per questo deve ricorrere alle fonti di finanziamento, che sono: il capitale proprio e il capitale di debito. Ma qual è la differenza tra capitale proprio e capitale di terzi? Scoprilo leggendo la guida.

di Ilenia Albanese

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  • Il capitale proprio e il capitale di terzi sono due tipologie di fonti di finanziamento che presentano un’importante differenza che determina la solidità aziendale nel lungo periodo.
  • Il capitale proprio deriva dai conferimenti del titolare o dei soci, ma anche dagli utili non distribuiti e reinvestiti nell’azienda.
  • Gli indici di redditività permettono di sapere se l’azienda ha un buon equilibrio tra capitale proprio e capitale di terzi.

Qual è la differenza tra capitale proprio e capitale di terzi? Per poter svolgere la propria attività, ogni impresa necessita di un capitale che vada a soddisfare le esigenze finanziarie. Il capitale è un elemento indispensabile per investire, ad esempio, in immobilizzazioni (beni utili nel tempo) e in necessità correnti.

Per rispondere al fabbisogno aziendale occorre, quindi, dotarsi di un capitale sufficiente e, di conseguenza, valutare i migliori strumenti finanziari per soddisfare le esigenze dell’impresa.

Di conseguenza, l’imprenditore, o i soci, devono combinare in modo equilibrato le diverse fonti di finanziamento dell’impresa. Queste possono essere: il capitale proprio e il capitale di terzi. In questa guida vedremo cosa si intende per capitale proprio, cos’è il capitale di terzi e la differenza tra le due fonti di finanziamento.

Capitale proprio e capitale di terzi: le fonti di finanziamento

Il capitale serve alle aziende per generare profitto mediante la produzione dei beni e dei servizi. Per questo è necessario investire il capitale in modo da ottenere il miglior rendimento rispetto ai costi sostenuti.

Le fonti di finanziamento rappresentano quelle fonti economiche da cui l’impresa attinge per investire dell’acquisto di immobilizzazioni o per soddisfare le esigenze correnti.

Queste possono essere di due tipologie:

  • fonti interne, o capitale proprio: derivante dagli apporti da parte dell’imprenditore o conferito dai soci, o dagli utili non distribuiti e accantonati a riserva;
  • fonti esterne, o capitale di terzi: detto anche capitale di debito, è quello che l’impresa reperisce ricorrendo all’indebitamento, con scadenze a breve o medio/lungo termine.
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Le fonti di finanziamento sono necessarie per soddisfare le necessità finanziarie legate a:

  • investimenti in immobilizzazioni materiali e immateriali, come ad esempio macchinari, impianti, software;
  • attività correnti, come ad esempio il costo della merce e delle materie prime o gli stipendi dei dipendenti dell’azienda.

Periodicamente, quindi, l’impresa è chiamata a valutare il fabbisogno aziendale in modo tale da individuare la strumento finanziario più adatto a cui ricorrere per soddisfare le necessità dell’impresa.

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Cos’è il capitale proprio

Il capitale proprio può derivare da:

  • conferimenti dell’imprenditore o dai soci: è la prima fonte interna che le aziende utilizzano per finanziare la propria attività al momento della costituzione dell’azienda. È un tipo di finanziamento a tempo indeterminato, perché vincolato all’attività aziendale per tutta la durata dell’impresa. Questo capitale viene remunerato solo se alla fine dell’esercizio fiscale, l’impresa ha conseguito un utile. Di conseguenza è detto anche capitale di rischio;
  • utili conseguiti e non distribuiti: una parte di profitti conseguiti dall’impresa nel corso dell’esercizio che non viene distribuita agli azionisti sotto forma di dividendi, ma reinvestita nel patrimonio sociale.

Quest’ultimo, quindi, rappresenta una forma di autofinanziamento e, in quanto tale, prevede pochi costi. Il costo del capitale che proviene dagli utili non distribuiti è quello che viene definito il costo di opportunità.

Si tratta, infatti, del costo che gli azionisti sopportano con la rinuncia ai dividendi. È uno strumento importante soprattutto per le imprese di piccole e medie dimensioni, perché queste generalmente incontrano maggiori difficoltà a reperire facilmente le risorse finanziarie ricorrendo a banche o a istituti di credito.

È detto capitale di rischio perché l’imprenditore, o i soci, assumono la responsabilità e il rischio della gestione aziendale detenendo il potere decisionale e, in caso di fallimento, questo capitale investito andrà perso. Quindi, questo tipo di capitale è soggetto direttamente al rischio d’impresa non essendoci alcun vincolo di rimborso per gli investitori.

In più, non è soggetto a remunerazione obbligatoria e non è vincolato a scadenza, in quanto l’investimento con capitale proprio è a tempo indeterminato. Il capitale proprio rientra tra le voci del Patrimonio Netto.

Cos’è il capitale di terzi

Il capitale di terzi, o di debito, come abbiamo anticipato non è altro che il capitale a cui l’impresa ricorre rivolgendosi a terzi. Questo capitale costituisce un debito perché deve essere restituito al creditore.

Il debito può essere:

  • a breve termine: entro 12 mesi;
  • a medio/lungo termine: oltre i 12 mesi.

Nel primo caso, il capitale di terzi a breve termine fa parte del capitale circolante mentre quello a medio/lungo termine è utilizzato per investire in immobilizzazioni. Pensiamo ad esempio ad un prestito ad un istituto bancario.

Quando l’azienda ricorre alle risorse fornite da terzi, utilizza quello che è anche detto capitale di prestito. Questo può essere distinto tra:

  • debiti di funzionamento: debiti a breve termine necessari per soddisfare le esigenze aziendali relative al funzionamento corrente dell’impresa;
  • debiti di finanziamento: prestiti a medio e lungo termine contratti per investimenti necessari per aumentare la capacità produttiva dell’impresa.

Per il finanziatore è importante valutare la solvibilità dell’azienda, anche ricorrendo ai sistemi di rating aziendale, o richiedendo idonee garanzie. Poi si determina un tasso di interesse tenendo in considerazione i tassi di mercato e il profilo di rischio dell’azienda.

Al contrario del capitale proprio, il capitale di terzi è soggetto a remunerazione obbligatoria. Questa può essere:

  • esplicita, nel caso del pagamento di interessi;
  • implicita: che porta ad un aumento del prezzo della merce nel caso del credito di fornitura.

Il capitale di terzi, essendo un finanziamento da parte di un soggetto terzo, rientra tra i Debiti a breve e/o a medio/lungo termine nel Bilancio aziendale.

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La differenza tra capitale proprio e capitale di terzi

Una volta capito in cosa consistono le due forme di finanziamento è possibile individuare qual è la differenza tra capitale proprio e capitale di terzi. Prima di tutto, il capitale di debito, al contrario del capitale proprio, è soggetto a remunerazione obbligatoria.

In più, un’altra importante differenza consiste nel fatto che il capitale di terzi è soggetto anche all’obbligo di rimborso a scadenza, se pur con possibilità di proroga accordata tra le parti. Invece, il capitale proprio non ha scadenza ed è considerato a tempo indeterminato.

Un’altra importante differenza sta nel rischio d’impresa. Il capitale proprio è anche detto “capitale di rischio” proprio perché l’imprenditore o i soci possono perdere quanto investito in caso di fallimento.

Invece, nel caso del capitale di terzi, questo è soggetto al rischio d’impresa solamente in via secondaria. Infatti, solamente in caso di insolvenza, generata da elevate perdite che hanno azzerato il capitale proprio, l‘impresa non riuscirà a rimborsare i finanziatori.

Equilibrio finanziario

Ricorrere troppo all’una o all’altra fonte di finanziamento può portare a gravi squilibri all’interno dell’azienda. Per questo l’azienda deve trovare il giusto equilibrio finanziario in modo da ricorrere in modo proporzionato sia al capitale proprio che a quello di terzi.

Per questo deve osservare le seguenti regole:

  • le immobilizzazioni, che sono a lungo ciclo di utilizzo, devono essere finanziate da fonti a lungo termine di restituzione come il capitale proprio e i debiti a medio lungo termine;
  • l’attivo circolante, a breve ciclo di utilizzo, deve essere finanziato da fonti a lungo termine di restituzione e in parte da quelle a breve termine di restituzione, e quindi con debiti a breve termine.
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Per effettuare una verifica quantitativa si può fare ricorso ad alcuni indicatori matematici dell’equilibrio patrimoniale-finanziario, che sono:

  • margine di copertura globale;
  • capitale circolante netto.

Il margine di copertura globale è dato dalla formula: capitale proprio + debiti a medio/lungo termine – immobilizzazioni. Se il risultato è positivo, allora l’impresa è in grado di finanziare gli investimenti durevoli con le corrette forme di finanziamento.

Invece, il capitale circolante netto è dato dalla formula: attivo circolante – debiti a breve termine. Se il risultato è positivo, allora l’impresa ha fatto un bilanciamento corretto delle fonti di finanziamento.

La leva finanziaria

L’impresa deve valutare il giusto ricorso al capitale proprio e al capitale di terzi, e per fare questa valutazione deve ricorrere ad uno strumento indispensabile, noto come leva finanziaria, o rapporto di indebitamento.

Questo strumento, in inglese noto anche come laverage, consiste nel contrarre debiti con l’obiettivo di aumentare i profitti ed è un importante indicatore che permette di misurare l’indebitamento aziendale.

Indici di redditività

Per poter valutare la convenienza dell’utilizzo dell’una o dell’altra fonte di finanziamento, è utile utilizzare i cosiddetti indici di redditività. Questi sono:

  • ROI (Return on Investments);
  • ROD (Return on Debt).

Il ROI, Return on Investments, indica in percentuale la redditività del capitale utilizzato complessivamente dall’azienda e stabilisce qual è il rendimento del capitale investito. La formula per calcolare il ROI è: Reddito Operativo (guadagno derivato dall’investimento) / Capitale investito * 100.  

Dal risultato si possono dedurre le seguenti informazioni:

  • ROI tra 10% – 12%: ottimo risultato;
  • ROI tra 8% – 9%: buon risultato.

Il ROD, Return on Debt, invece, rappresenta il costo del capitale di terzi ed è il rapporto fra oneri finanziari e capitale di terzi. Questo indice deve essere minore del ROI per essere una situazione ottimale. La formula per calcolare il ROD è la seguente: Oneri Finanziari / Capitale di Terzi * 100.

Se il ROI è superiore al ROD la redditività del capitale investito in azienda garantisce la copertura dell’eventuale costo per procurarlo ricorrendo all’indebitamento esterno. In tal caso è conveniente effettuare nuovi investimenti mediante l’indebitamento e quindi ricorrere al capitale di terzi.

Invece, se il ROI è inferiore al ROD, in tal caso il costo del capitale è maggiore del suo rendimento, per cui non è conveniente effettuare nuovi investimenti finanziati con l’indebitamento e quindi occorre ricorrere al capitale proprio.

Differenza capitale proprio e capitale di terzi – Domande frequenti

Cosa si intende per capitale di terzi?

Il capitale di terzi, o capitale di debito, è quello derivante dai finanziamenti e dal denaro esso a disposizione dai creditori sotto forma di prestito.

Cosa si intende con capitale proprio?

Il capitale proprio è quella parte di capitale che deriva dagli apporti da parte dell’imprenditore o dai conferimenti dei soci, oltre che dagli utili non distribuiti e reinvestiti nell’azienda.

Qual è la differenza tra capitale proprio e capitale di terzi?

La principale differenza sta nella provenienza in quanto il primo deriva dai soci e dal titolare mentre il secondo da creditori esterni. In più, cambia il tipo di rischio d’impresa. Leggi nel dettaglio la differenza tra capitale proprio e capitale di terzi.

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Ilenia Albanese

Esperta di finanza personale e lavoro digitale

Copywriter specializzata nel settore della finanza personale, con esperienza pluriennale nella creazione di contenuti per aiutare i consumatori e i risparmiatori a gestire le proprie finanze.

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