Le competenze più richieste nel lavoro nel 2026: ecco il reskilling per “restare occupabili”

Un mondo del lavoro ibrido e in trasformazione, che premierà chi sarà in grado di offrire un mix di competenze qualificate, con il fattore umano al centro.

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Spesso si parla in maniera impersonale di “mestieri del futuro”, “lavori che ancora non esistono”, “posti che spariranno per colpa dell’AI”. In realtà, le cose stanno un po’ diversamente: non è tanto il ruolo o il lavoro a fare la differenza, quanto il pacchetto di competenze che ci si porta dietro. Il Future of Jobs Report del World Economic Forum (WEF) stima che entro il 2030 cambieranno quasi 4 competenze su 10 considerate oggi fondamentali nel mondo del lavoro. Nei prossimi cinque anni, circa il 59% dei lavoratori dovrà aggiornare in modo significativo le proprie skill. Ecco le competenze da sviluppare per “restare occupabili” nel 2026 e oltre.

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Dal “che lavoro fai” a “che competenze hai”?

Magari può cambiare il role title o il contratto di lavoro, ma la bussola per orientarsi nel mondo del lavoro d’ora in avanti resterà focalizzata sulle competenze. Le aziende faticano sempre di più a trovare skill specifiche (lasciando in disparte titoli di ruolo generici) e Skills on the Rise 2025 Report di LinkedIn mostra che il mix richiesto negli annunci sta cambiando molto più in fretta rispetto al passato (entro il 2030 circa il 70% delle competenze usate nella maggior parte dei lavori cambierà).

Per chi entra oggi nel mercato, ma anche per chi ci lavora da anni, la mossa più intelligente è puntare tutto sul costruirsi un zaino di competenze che tenga insieme:

  • hard skill (digitale, dati, AI);
  • soft skill (ormai note anche come power skill);
  • green skill (la sostenibilità in primis come competenza concreta);
  • competenze umanistiche (pensiero critico, scrittura, etica, visione).

Competenze aggiornabili, che permettano di spostarsi tra vari progetti e settori differenti.

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Hard skill 2026: digitale, dati e AI come prerequisiti

Le hard skill rappresentano le competenze cosiddette “tecniche” che non riguardano più solo pochi profili altamente specializzati, ma entrano a far parte della quotidianità anche di impiegati, tecnici, operatori dei servizi, professionisti. 

Secondo i dati europei elaborati nell’ambito della Digital Skills and Jobs Platform, più del 90% delle professioni nel mercato europeo richiede un livello minimo di competenze digitali e molte imprese indicano che la mancanza di queste skill è un ostacolo agli investimenti e alla crescita. La Federal Reserve Bank of Atlanta ha analizzato oltre 43 milioni di annunci di lavoro, evidenziando che il 92% delle offerte richiede almeno un tipo di competenza digitale.

La padronanza degli strumenti digitali non va più considerata un plus ma un prerequisito in molte realtà produttive, dai servizi alle imprese alla pubblica amministrazione. Tra le skill di base: capacità di leggere e usare i dati, familiarità con piattaforme in cloud e sistemi di collaborazione a distanza, ma anche saper interagire con interfacce intelligenti, comprendere il funzionamento di base degli algoritmi che supportano decisioni operative e amministrative, usare strumenti di analisi automatizzata.

Anche i ruoli tradizionali dunque, devono necessariamente puntare su automazione, data literacy (riuscire a leggere una dashboard, capire cosa dicono e cosa non dicono i numeri, usare KPI per prendere decisioni) e conoscenza dei rischi legati alla sicurezza informatica.

Intelligenza artificiale (AI) come competenza trasversale

Se ancora c’è chi pensa che siano le sole professioni “native digitali” a richiedere livelli elevati di specializzazione, è dunque ora di mettersi al passo coi tempi. I report WEF che analizzano l’evoluzione delle job skill indicano che l’esposizione all’AI sta modificando in profondità il contenuto di molti ruoli, con una trasformazione accelerata delle competenze richieste.

Nel 2026 l’uso di sistemi di AI generativa per redigere bozze, sintetizzare documenti, analizzare dati o simulare scenari tenderà a normalizzarsi, anche per proporsi ai selezionatori del personale, ad esempio con portfolio video , showreel, presentazioni. La differenza non sarà più tra chi utilizza o no questi strumenti ma tra chi li usa in modo critico e consapevole e chi si limita a delegare senza supervisione. 

Nel concreto, nel 2026 sarà sempre più utile saper scrivere prompt chiari per ottenere testi, immagini, analisi ma soprattutto avere la capacità di controllare criticamente l’output dell’AI (non solo i dati ma anche la loro coerenza ed eventuali errori). Infine, integrare questi strumenti nei flussi di lavoro quotidiani, dallo studio alla preparazione di materiali, ricerche, report al customer care.

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Soft skill 2026: power skill che non si automatizzano

Un aspetto che probabilmente ancora sfugge ai più, ma che si sta chiaramente delineando all’orizzonte, è che più si parla di futuro del lavoro e tecnologia e più salgono in classifica le competenze non tecniche.

Istituzioni come Harvard University, Carnegie Foundation e Stanford Research Center stimano che circa l’85% del successo professionale dipende da soft skill e competenze relazionali, mentre solo il 15% è legato alle conoscenze tecniche o alle hard skill. Sul piano relazionale e cognitivo, emergono pensiero critico e problem solving, intese come capacità di non prendere tutto per buono, bensì di farsi domande, collegare i puntini, trovare soluzioni quando non c’è una procedura già pronta. È la chiave anche per usare l’AI senza affidarle il pilota automatico, mantenendo sempre il controllo e la supervisione sulla gestione di un progetto.

La gestione dello stress e la capacità di adattarsi restano power skill appannaggio degli esseri umani. I cambiamenti saranno frequenti: saper reggere la pressione, riorganizzarsi e non crollare al primo errore sono quindi competenze assolutamente umane e non rimpiazzabili, che le aziende ricercano soprattutto per la gestione dei clienti più esigenti, che “alzano l’asticella”.

Lavoriamo sempre più a distanza: email, chat, video, messaggi vocali. Saper spiegare bene le cose, ascoltare davvero, gestire conflitti e incomprensioni è fondamentale sia per chi lavora col pubblico, sia per chi sta dietro le quinte. Comunicazione ed empatia dunque restano competenze da mantenere in prima linea.

Infine, ma non per importanza, c’è l’aggiornamento continuo nella propria professionalità. Quelli che oggi sono i punti di forza più apprezzati nel proprio lavoro, potrebbero non bastare tra cinque anni. La vera skill di lungo periodo è la disponibilità a rimettersi in gioco: corsi, letture, test, confronti, cambi di punto di vista.

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Green skill, anche la sostenibilità diventa competenza trasversale

Anche parlando di green skill, è importante sottolineare che si tratta di competenze non necessariamente richieste solo a chi decide di lavorare nel settore verde. Il OECD Employment Outlook 2024 sottolinea che la transizione ecologica influisce non solo sui “green job” in senso stretto ma anche su quelli esistenti. Categorie professionali diverse vedranno cambiare i loro compiti e le competenze richieste perché devono farsi carico di processi legati alla sostenibilità. Pure negli ambiti tradizionali quindi, il valore aggiunto sarà comprendere i principi base della sostenibilità, parlare di economia circolare, contribuire a ridurre consumi e sprechi, valutare l’impatto ambientale di servizi e prodotti. 

Tradotto in qualche esempio pratico, significa che in edilizia, ad esempio, servirà chi conosce materiali e soluzioni efficienti o nel manifatturiero serviranno persone capaci di ripensare processi e filiere in chiave green. E ancora, nel marketing e nella comunicazione servirà chi sa parlare di sostenibilità senza greenwashing.

Secondo il LinkedIn Green Skills Report, la domanda di competenze legate alla sostenibilità cresce più velocemente dell’offerta di persone che le possiedono, con il rischio di un forte mismatch da qui al 2050.

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Competenze umanistiche: il fattore umano torna centrale

E che fine faranno le competenze umanistiche, in un contesto così altamente tecnologico, digitalizzato e “artificiale”? Torneranno più centrali che mai. Sempre più spesso università, aziende e centri di ricerca sottolineano il valore di filosofia, storia, lettere, scienze sociali nel fornire strumenti di analisi della realtà, lettura della complessità e semplificazione, riflessione etica. Decidere cosa ha senso dire, non limitandosi a frasi ad effetto,  immaginare scenari, conseguenze, pro e contro; farsi domande su ciò che è giusto, non solo su ciò che è efficiente.

“Nel mio lavoro, a cavallo tra psicoterapia e consulenza HR, noto spesso che mancano proprio le competenze più antiche, quelle che oggi sembrano quasi fuori moda – spiega a Partitaiva.it Fabiola Sacramati, psicoterapeuta e consulente HR -. Eppure, paradossalmente, saranno decisive nel 2026”. 

Fabiola Sacramati

Secondo Sacramati, “in un’epoca in cui l’intelligenza artificiale si prende gran parte del palcoscenico, diventa urgente proteggere ciò che di più prezioso possediamo: l’intelligenza umana. Per reggere stress, incertezza e carichi cognitivi crescenti, dobbiamo rimettere al centro l’uomo nella sua essenza, recuperare un nuovo umanesimo in cui la dignità, la razionalità e la capacità di pensare criticamente tornino ad essere pilastri. Le persone oggi soffrono non tanto di mancanza di competenze tecniche, ma di una carenza di radici esistenziali: la capacità di interpretare, dare senso, leggere la complessità”. 

Per l’esperta, riscoprire i classici greci e latini, la filosofia, la storia, la letteratura diventa necessario per la sopravvivenza: “Ci ricordano che l’uomo è artefice del proprio destino, non un semplice esecutore algoritmico – aggiunge -. Il futuro premierà chi saprà integrare cultura umanistica e competenze digitali. È questo il vero vantaggio competitivo: una mente tecnologicamente capace ma nutrita da profondità, pensiero critico e visione”.

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Reskilling per il 2026, così si allenano le competenze

Volendo tirare le somme tra i dati WEF e LinkedIn fino ad ora analizzati, il bilancio delle competenze – fatto in autonomia o con l’aiuto di un consulente esperto – costituisce l’approccio più semplice per scegliere le aree principali su cui lavorare nel corso dell’anno. Tra i trend HR che stanno ridisegnando il 2026, il focus si concentrerà sullo sviluppo personale di almeno:

  • una hard skill (digitale, dati o AI applicata al proprio ambito professionale);
  • una soft skill (comunicazione, gestione dello stress, problem solving);
  • una competenza “di frontiera” (green o umanistica).

La skills gap analysis è una metodologia nota in HR e career planning per identificare la differenza tra le competenze richieste da un ruolo e quelle che il candidato realmente possiede. L’analisi si basa su grandi quantità di job posting (annunci di lavoro) e permette di osservare i requisiti presenti nelle offerte per individuare le skill più ricorrenti e i gap più frequenti tra domanda e offerta. Applicato a livello individuale, questo approccio aiuta a orientarsi per colmare queste lacune. Confrontare le competenze richieste con il proprio profilo infatti consente di capire su cosa si è già allineati e su quali aree invece conviene investire tempo e formazione, evitando scelte casuali e puntando su uno sviluppo professionale più mirato e spendibile.

Autore
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Natalia Piemontese

Giornalista

Giornalista pubblicista, sono laureata con Master in selezione e gestione delle Risorse Umane e specializzata in ricerca attiva del lavoro. Fondatrice dell'Academy di Mamma Che Brand, per l'empowerment femminile e la valorizzazione delle soft skills in particolare dopo la maternità, insegno le competenze digitali che servono per lavorare online.

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