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Report CITIE – Parte 2 di 4: Le città e la sharing economy

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Seconda parte dell’intervista pubblicata in inglese da TechCrunch a John Gibson (trovate la prima parte QUI) sul report CITIE. In questa parte si mettono sotto la lente d’ingrandimento i criteri utilizzati nel report, e dell’attenzione sulla sharing economy come spia dell’attenzione che le varie città rivolgono al tema dell’innovazione.

La sharing economy trova infatti nelle città, più che nel mercato globale, la sua vera dimensione. Del resto, si tratta di servizi rivolti a persone che si trovano (o si troveranno) nello stesso luogo, e vogliono condividere un bene o un servizio.

Poco conta allora che l’idea centrale venga sia da Nesta, nella persona del suo responsabile dell’innovazione della pubblica amministrazione John Gibson –  ed ex consulente del governo britannico – e da Greg Marsh, il CEO della startup Onefinestay, una sorta di Airbnb per l’alta società. Quindi l’analisi ha inevitabilmente un occhio di riguardo presso le startup della sharing economy, come lo stesso Gibson ha ammesso quando si è trattato di commentare i risultati dello studio.

Però c’è un abisso tra una nuovo servizio alla Uber e una startup che produce un dispositivo  nell’ambito dell’Internet of Things. Quindi il report prende a riferimento il supporto per uno specifico sottoinsieme di startup, senza contare quanto variegato sia un determinato ecosistema.

«Nel nostro rapporto, abbiamo analizzato le startup del settore della sharing economy per valutare il loro andamento. Quindi abbiamo controllato i servizi di noleggio e quelli di condivisione.  Questo è ciò che abbiamo misurato, ma non è certo il quadro completo»  – afferma Gibson, che aggiunge: « Non faremmo finta che la città sia in grado di dettare in toto la linea alla comunità tecnologica locale».

Tuttavia, sostiene che le città siano sempre più coinvolte nel discorso digitale. «E ci sono senz’altro altri mercati che cominciano ad emergere dove le amministrazioni cittadine affermano sempre di più il loro ruolo di regolatori». Di recente, abbiamo notato che il consiglio comunale di Los Angeles stia cercando di limitare il modo in cui Waze, il popolare navigatore satellitare collaborativo, guida i suoi utenti per la città, dopo che molti si sono lamentati dell’aumento di auto su strade una volta tranquille.  Stiamo parlando quindi un mercato leggermente diverso da quello di Onefinestay o Uber, ma si tratta di un altro esempio di città che si è ritrovata a dover prendere decisioni tali da influenzare il modo di lavorare delle startup.

La ricerca ha inoltre accuratamente evitato di prendere in considerazione temi caldi come i prezzi delle case, o argomenti più astratti come la qualità della vita e la vitalità culturale, tutti argomenti che possono influenzare (e influenzano) la scelta di un founder di stabilirsi o meno in una determinata città.  Ma l’intenzione era di restringere il campo alle “politiche industriali fondamentali” come le chiama Gibson, concentrandosi su fattori che possono essere effettivamente e facilemente influenzati dalle politiche dell’amministrazione locale.

«Ovviamente c’è un certo grado di soggettività in questa analisi, in quanto abbiamo misurato la qualità delle poltiche e non la quantità delle startup», ha aggiunto. «Anche se città come Copenhagen ad esempio, pur facendo tutto per bene difficilmente potranno competere nell’immediato futuro con città come San Francisco o New York sono comunque in grado di dare la migliore versione di loro stessi, per così dire. Possono creare le migliori condizioni possibili perché il loro ecosistema cresca».

 

Prima parte: La mappa delle politiche per le startup

Terza parte: Amsterdam e Berlino, Racconto di due città

Quarta parte: Il caso New York

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